20160414

Mommy



Questo qui nella foto si chiama Xavier Dolan, è canadese di Montréal, francofono, ed è nato nel 1989. È un regista e di lui ho visto solo un film, sì perché a 27 anni ha fatto più di un film, ma è uno dei film più belli visti negli ultimi tempi.
Mommy racconta del rapporto di una madre con un figlio adolescente molto difficile. Dell'amore che comunque c'è, enorme, da entrambe le parti. Della comprensione, o forse della condivisione, che certe volte arriva da dove meno te l'aspetti ed è molto di più di quel che ti aspettavi, quando tutto attorno invece va a rotoli.
Il film, per me è eccezionale in tutto. Non ha senso parlare di attori messa in scena fotografia colonna sonora montaggio regia. Certo quello schermo quadrato che a un certo punto si allarga... che all'inizio pensavamo di avere un problema col computer su chi stavamo guardano il film.
Il film l'ho visto stretta su un divano in una sera estiva australiana e più andava avanti il film più mi chiedevo come Xavier Dolan sarebbe mai riuscito a chiuderlo questo film. Ma ci riesce, in modo eccezionale anche lì.
Ventisette anni. Mi aspetto che mi terrà compagnia per un bel po'.
Intanto il suo ultimo film intitolato Juste la fin du monde sarà a Cannes.


20160407

Troppi film che non te ne viene in mente neanche uno



Quando non so che film guardare vado qui: whatmovieshouldiwatchtonight.
In pratica ti mostra un trailer dietro l'altro. C'è un sacco di roba, forse soprattutto americana, ma non solo.
Una volta arrivati sul sito, cliccate su 'Nah, I'll stay here".Il sistema nuovo non mi funzionava.
Poi certe sere finisco a guardare un trailer dietro l'altro.
Adoro i trailer.

20160331

L'Armenia nel cuore

Ultimamente mi sono fissata sull'Armenia. È un paese, un popolo, una storia che mi hanno sempre incuriosito, non so per quale motivo, forse perché qualcuno mi ha detto che era un popolo di musicisti - ed effettivamente ho avuto due insegnati di musica armene -, forse perché mi piace il regista Egoyan, forse perché sono cresciuta ascoltando Aznavour... o forse mi piace solo il suono della parola Armenia.

Fatto sta.

Ora sto leggendo un libro che si intitola Con l' Armenia nel cuore che è il resoconto di un viaggio in Armenia in bicicletta e di cui ho visto anche la bella presentazione del libro alla libreria di libri di viaggio Orsa Minore.

E stamani sono inciampata in questo breve articolo di una giovane fotografa - wow - di origine armena che tradurrò anche per tenermi in allenamento nell'attesa che le traduzioni mi fiocchino da ogni dove. L'originale in inglese è sul Guardian qui. L'articolo fa parte di una delle innumerevoli e notevoli sezioni del giornale inglese, in questo caso la serie di questi articoli nella sezione fotografia si chiama 'My best shot'.


Fotografia: Il mio scatto migliore
La migliore fotografia di Diana Markosian: un armeno di 105 anni che fuggì dal genocidio 
'Movses si mise a piangere, a cantare e si baciò le mani quando vide la foto del villaggio da cui scappò un secolo prima'




Questa è una fotografia di Movses Haneshyan che guarda una fotografia del suo villaggio per la prima volta dopo un secolo. Movses si mise a piangere e poi a cantare "La mia casa. La mia Armenia." Toccava la foto mentre cantava, e poi si baciò le mani come se la foto potesse riportarlo indietro.

Movses vide per l'ultima volta casa sua nel 1915 all'età di 5 anni. Quando i soldati entrarono nel villaggio, il padre lo prese per mano e scapparono. "Metà della strada era coperta da persone morte," mi raccontò. Questo fu l'inizio di quello che gli armeni chiamano il "grande crimine", il genocidio del popolo armeno nella loro terra, ora parte della moderna Turchia.

Durante la prima guerra mondiale, l'Impero ottomano avviò una politica di deportazione, omicidio di massa e stupro per eliminare la presenza armena all'interno dei propri confini, Quando la guerra finì, più di un milione di persone erano state uccise. Ad oggi, 29 nazioni hanno ufficialmente riconosciuto gli omicidi come genocidio, ma gli eredi degli Ottomani nel governo turco non l'hanno ancora del tutto riconosciuto.

Nel 2013 sono andata in Armenia per incontrare Movses e altri nove sopravvissuti per farmi raccontare quei giorni lontanissimi. Erano tutti molto anziani e fragili. Tre furono disposti ad aiutarmi: Movses, Yepraksia Barseghyan-Gevorgyan e Mariam Sahakyan. Insieme individuammo le esatte coordinate dei villaggi da cui erano fuggiti. Sono quindi partita alla loro ricerca. Movses, che ha 105 anni, mi aveva dato una cartina che ho cercato di seguire il più possibile e sono riuscita a trovare tutto quello che mi aveva descritto: il mare, l'albero dei frutti che si ricordava mangiare, le capre che custodiva e anche i sassi che una volta erano la sua chiesa. 

Yepraksia che oggi ha 108 anni fuggì dal suo villaggio attraversando un vicino fiume. Vide uccidere e poi gettare nel fiume i suoi compaesani. Era rosso, pieno di sangue, mi raccontò. Mariam, anni 102, fuggì in Siria con sua madre e il fratello più grande, che fu vestito da bambina per sicurezza. Si nascosero tra l'erba quando arrivarono i soldati. Camminarono durante la notte per tre giorni e si nascondevano il giorno. Ma una volta arrivata in Siria fu separata dalla sua famiglia.

Scattai una foto di ciò che rimaneva di ciascun villaggio e l'anno scorso le ho consegnate ai sopravvissuti. Le hanno afferrate come se soltanto tenendole vicine potessero essere trasportati di nuovo laggiù.

Sono armena, ma nata a Mosca e cresciuta negli Stati Uniti. Questa è parte della mia storia, che conoscevo ma che non ho mai totalmente accolto come mia. Il mio bisnonno sopravvisse al genocidio perché i suoi vicini, che erano turchi, lo nascosero. Quindi questa serie è personale, un modo per cercare di capire quella parte di me.

Avevo chiesto a ciascun sopravvissuto cosa potevo fare per loro. Movses mi chiese di cercargli la sua chiesa, che oggi è una rovina, e lasciare il suo ritratto lì. Yepraksia mi chiese di trovare il fratello perduto, anche se di lui aveva solo un disegno. "Gli piaceva mettermi sulle spalle e giocare con me all'orfanotrofio," mi raccontò. "Non ricordo molto di più tranne che aveva gli occhi celesti come i miei."

Mariam mi chiese di andare al suo villaggio e riportarle un po' di terra. Voleva esserci seppellita. Quando gliel'ho portata aprendo il pacchetto esclamò: "Mi hai riportato il profumo del mio villaggio."


Il sito di Diana Markosian.







20160318

The revenant - spoiler a gogo



L'ho rincorso questo film, nessuno voleva venirlo a vedere, durava troppo, gli orari non coincidevano, poi ci sono state le cavallette, e finalmente grazie a exco sono riuscita a vederlo.
Una delusione.
Vi ricordo che è di Alejandro Gonzales Inarritu, quello di Amores Perros, quello di 21 grammi, quello di Babel, quello di Birdman (questo però non mi era piaciuto). E infatti la regia è bella, merito anche dei paesaggi mozzafiato - avete presente il Canada d'inverno coperto di neve, coi fiumi, le cascate, le montagne, le foreste, i bisonti? ecco quello - ma anche di certe chicche come la telecamera che si appanna col respiro di Leonardo di Caprio, o sempre la telecamera che viene schizzata di sangue. Mi piace quando la telecamera si fa vedere.
Leonardo di Caprio? Si meritava l'Oscar? Boh. Sicuramente ha fatto cose molto migliori, Leonardo di Caprio. Forse ho preferito l'interpretazione di Tom Hardy (un po' l'attore del momento, fa 35 film l'anno) che non avevo neanche riconosciuto e che fa il cattivo.
Il problema è la storia.
Il problema è il protagonista, Hugh Glass, che è subito diventato uno di famiglia, però, a cui ispirarsi quando non crediamo di riuscire a fare qualcosa. "Exco ce la fai a portarmi i limoni oggi? Glass ce la farebbe". Hugh Glass può tutto. In realtà credo sia un supereroe, ma tiene la cosa perfettamente nascosta. Hugh Glass viene attaccato da un orso all'inizio del film, e non bisogna essere canadesi per sapere che difficilmente si sopravvive all'attacco di orso. Hugh Glass è comunque in fin di vita ma essendo che la storia si svolge nelle lande ghiacciate lontanissime da tutto del Canada e nel 1823 non viene immediatamente curato e salvato dai medici di ER ma abbandonato al freddo e al gelo al suo destino. Ricordo il 1823, il Canada, il freddo polare, no cellulare. Ma questo non è niente, dopo che Glass riesce a rimettersi in piedi, all'inizio si trascina, per fortuna è tutto ghiacciato e così scivola bene, prima per scappare agli indiani cattivi si lascia cadere nelle rapide dove aggrappandosi a un tronco si salva (a differenza di quel che gli succedeva nel Titanic), poi appena riguadagna una riva si spoglia tutto (ricordo l'inverno canadese) e tutto bagnato com'è accende un fuoco, con cosa non si sa, i segreti dei super eroi. Dopo varie vicessitudini recupera anche un cavallo, che però dura poco, perché per scappare ai soliti indiani cattivi che a distanza ravvicinata gli sparano coi fucili e gli lanciano le frecce ma non lo beccano, lui col cavallo si lancia da un dirupo e mentre il cavallo muore Glass si salva perché finisce su un albero e non si fa un graffio, tranne quelli che aveva già per via dell'orso iniziale. Ecco dopo tutta questa fortuna sfacciata quando finalmente è faccia a faccia col suo nemico, gli spara e non lo becca.
Detto questo, a parte certe edulcolorazioni come l'amore per una donna indiana da cui ha avuto un figlio, la storia è tutta vera. Hugh Glass è veramente esistito, e sicuramente continua a lottare con noi.





 Alejandro González Iñárritu

20160315

Volare con i filmini



Roma-Abu Dhabi
6 ore
Spectre: L'ultimo 007. È uno 007, niente di più niente di meno. Daniel Craig comunque non mi piace.
CD di Ludovico Einaudi Taranta Project: Molto bello. E poi quando sono arrivata a Melbourne ho conosciuto Rosa, fiorentina di origini pugliesi che canta e suona con Vince dai bei baffi alla chitarra e il fascinoso Renato alla fisarmonica musiche popolari del sud Italia.




Abu Dhabi-Perth
11 ore e mezzo
Mistress America: Mi ostino a guarda i film di Noah Baumbach, direttore di film sundanciani molto apprezzati dagli altri, tipo Frances Ha e Il calamaro e la balena, ma che a me lasciano solitamente abbastanza delusa. Greta Gerwig però mi piace un sacco.
Sicario: È di Denis Villenuve, lo stesso di Incendies (La donna che canta) che mi piacque insomma perché i colpi di scena erano eccessivi, però parlava di Libano che bastò a farmelo piacere. In Sicario c'è Benicio del Toro e Emily Blunt, è un film dove non si capisce niente, neanche alcuni personaggi capiscono niente, quindi almeno non ti senti tagliata fuori da sola, Parla di narcotraffico.




Perth-Melbourne
3 ore e mezzo
3 puntate di Last man on earth: Divertente, come si evince dal titolo racconta dell'ultimo uomo rimasto vivo sulla terra, e dell'unica donna che incontra.





Melbourne-Abu Dhabi
13 ore e mezzo
Suffragette: Film triste, che poi ero già abbastanza triste perché lasciavo Melbourne e chi ci abita. Un pezzetto di storia della lotta delle donne per avere più diritti e il voto in Inghilterra. Più violento di quel che si pensa.
Burnt: Film cretino su un cuoco americano con un passato burrascoso che va a Londra per aprire un ristorante con alcuni vecchi amici e l'intenzione di ottenere la terza stella Michelin. C'è anche Scamarcio.




Abu Dhabi-Roma
6 ore
The big short: Bello! Di solito in aereo tendo a guardare film poco impegnativi perché lo schermo è piccolissimo e la qualità del tutto lascia a desiderare, ma c'erano una serie di persone nelle poltrone davanti a me che lo guardavano e mi sono incuriosita. Non c'ho capito molto, non ho capito su cosa esattamente si scommetteva, e chi ci ha rimesso (a parte la gente comune colpita dalla crisi), ma è recitato veramente bene e il montaggio è spettacolare.
L'ultimo CD di David Bowie Blackstar. Un classico subito.

All'andata ho quasi finito Le vie dei canti di Bruce Chatwin, il suo libro sull'Australia per chi non lo sapesse, o meglio sugli aborigeni. Si dice in giro che molto di quello che racconta nel libro è inventato. Non lo so. Anche se lo fosse, penso che molto sia verosimile e poi leggere Chatwin è molto molto piacevole.

Al ritorno ho quasi finito Breath di Tim Winton, scrittore e surfista australiano di Perth. È la storia di due ragazzini che diventano amici e scoprono il surf insieme e le conseguenze che la loro amicizia avrà sul loro futuro. Bellissima tutta la parte nel periodo adolescenziale dei due ragazzi, con le spiagge, il surf, le onde giganti, le corse in biciclette per raggiungere baie segrete; meno il finale adulto un po' troppo pieno di spiegazioni.

guest star al mandolino: LC





20160212

Abbie Cornish

È un'attrice australiana.
Io la vidi la prima volta nel film di Jane Campion Bright Star.
E mi piacque molto.

Sempre per il mio periodo australiano, con Abbie Cornish ho visto due film.




Candy
Questo film avevo cominciato a guardarlo già qualche anno fa perché c'era Abbie Cornish e perché aveva belle critiche. In realtà i film della coppia tutta innamorata che si fa di eroina e continua ad amarsi ma litiga e cerca di smettere etc etc non mi piacciono molto. Ma visto che avevo già cominciato a vederlo, visto il periodo australiano ho deciso di guardarlo tutto.
Be' è il solito film su una coppia tutta innamorata che si fa di eroina e continua comunque ad amarsi e a farsi di eroina, litiga un po' più pesantemente, poi fa la pace, poi si prostituiscono, poi cercano di smettere etc etc solo che si svolge in Australia.
Candy è un film del 2006 di Neil Armfield con Abbie Cornish, Heath Ledger e Geoffrey Rush (tutti attori australiani). In italiano il titolo e Paradiso + Inferno.




Somersault
Intanto si svolge in una stazione sciistica australiana. Niente deserto. Niente onde. Niente sole accecante. Ma neve. Neve australiana.
Abbie Cornish qui interpreta una sedicenne che dopo aver baciato per sbaglio il fidanzato della mamma scappa di casa e sempre per sbaglio si rifugia nella stazione sciistica. Heidi ha tutte le insicurezza di una sedicenne e anche di più. Cerca qualcosa ma non si capisce cosa, forse solo delle relazioni umane e Heidi conosce solo un modo per andare incontro al mondo: sedurre col suo corpo. Non si capisce se Heidi sia un'opportunista, stupida, intelligente, naive: forse lo è tutte queste cose insieme.
Nonostante manchi il deserto, le onde e il sole accecante, Somersault si apprezza anche per la fotografia e i paesaggi.
Somersault è un film del 2004 di Cate Shortland con Abbie Cornish e Sam Worthington

20160209

Samson and Delilah (2009)




Ancora cinema australiano.
Ancora cinema australiano che tratta il mondo degli aborigeni.
Ancora cinema australiano ma contemporaneo.
Cinema australiano che assomiglia molto a quello europeo dei Dardenne.
Cinema australiano peso, insomma.

Ecco, diciamo che con Samson and Delilah il mondo degli aborigeni non è romanticizzato per nulla per nulla. Samson e Delilah sono due giovani ragazzi adolescenti aborigeni che vivono alla meglio in un piccolissimo villaggetto. Delilah accudisce la sua vecchia nonna e la aiuta a dipingere tele di arte aborigena. Samson vive su un materasso in una casa che cade a pezzi e sniffa benzina, ma si innamora a modo suo di Delilah anche se quest'ultima lo rifiuta con decisione. La situazione già molto precaria e desolante però precipita e i due ragazzi scappano dal villaggetto e vanno ad Alice Springs dove la situazione diventa ancora più precaria e desolante e precipita ulteriormente. C'è comunque un lieto fine (che i Dardenne non avrebbero approvato, credo).

Il film ha avuto un bel successo di critica e come succede per i Dardenne ha vinto un premio al festival di Cannes. Non amo particolarmente i film dei Dardenne ma se vi piacciono questo film australiano ve lo consiglio caldamente. Non so se è stato doppiato in italiano, ma c'è pochissimo dialogo quindi perfettamente vedibile in lingua originale.

True love, dice il sottotitolo.

20160204

Mario Dondero!


Tratto da questo articolo sul sito di Internazionale.

20160203

Musei subacquei

L'artista inglese Jason DeCaires Taylor si è specializzato in scultura subacquea e l'ultima sua opera, La zattera di Lampedusa, è stata da poco inabissata nel Museo Atlantico davanti alle coste di Lanzarote.



"La zattera di Lampedusa trasporta 13 passeggeri verso un futuro ignoto. Sulla prua di questo gommone di fortuna è seduto un africano con gli occhi chiusi e la mano appoggiata su di uno giubbotto di salvataggio scadente. Abdel Kader, l'uomo che Taylor ha scelto come polena di questa barca, è originario di Laayoune, la città più grande del Sahara Occidentale. La vicinanza di questa regione alle coste delle Isole Canarie (circa 115 km) la rende un punto di partenza redditizio per i trafficanti di esseri umani. Kader oggi ha 29 anni e ha fatto la pericolosa traversata fino a Lanzerote 16 anni fa. All'età di 12 anni aveva già perso la sorella e il padre e per mantenere la madre e i suoi 10 fratelli si mise a lavorare per risparmiare i soldi per pagare i trafficanti. Kader si ricorda di aver attraversato il Sahara su una Land Rover di notte fino a dove alcune piccole imbarcazioni per la pesca, chiamate in spagnolo patera, erano ancora in costruzione. A un ragazzino di 12 anni quelle barche sembrarono sicure, ma una volta in mare il motore smise di funzionare e la barca cominciò a riempirsi d'acqua. Se li ricorda i 24 passeggeri che disperatamente cercavano di togliere l'acqua dal fondo della barca con qualsiasi oggetto avessero a disposizione. Kader non sapeva nuotare. "Ero preoccupato per la mia famiglia che avrei dovuto mantenere," racconta. Al quarto giorno, non c'erano  più le forze per continuare a svuotare l'acqua dalla barca ma per fortuna un peschereccio incrociò la barca alla deriva, chiamò i soccorsi e furono salvati. Kader chiamò la propria madre da Lanzerote che si mise a piangere al telefono perché non sapeva che il figlio se ne fosse andato.

Nella parte posteriore della scultura si trova una figura scheletrica dall'aria disperata distesa in parte fuoribordo e ripresa dal famoso dipinto di Théodore Géricault, La zattera della Medusa, del 1818. Il capolavoro francese faceva riferimento all'affondamento di una fregata della marina francese e all'abbandono delle 147 persone su una zattera costruita in fretta e furia di cui solo 15 sopravvissero. Il dipinto era un'accusa alla monarchia francese e a quel sistema politico. Géricault si era impegnato a fondo per rappresentare quella tremenda realtà ricostruendo la zattera e intervistando i sopravvissuti e quest'icona del Romanticismo ha poi inspirato innumerevoli artisti a venire. Sicuramente, però, non è mai stata così attuale come oggi: nonostante una zattera dopo l'altra di rifugiati affondi sotto le onde del Mediterraneo, i corpi di bambini vengano trascinati sulle nostre rive e i pescatori di Lampedusa trovino teschi umani nelle loro reti, la fortezza Europa ha ritirato le operazioni di salvataggio, ha costruito barriere e si è girata dall'altra parte." (estratto e tradotto da un articolo del Guardian)

Qui e qui altre sculture di Taylor in altri mari.
Qui una galleria fotografica sempre del Guardian del Museo Atlantico.


20160201

Walkabout di Nicolas Roeg (1971)



« In Australia, when an Aborigine man-child reaches sixteen, he is sent out into the land. For months he must live from it. Sleep on it. Eat of its fuit and flesh. Stay alive. Even if it means killing his fellow creatures. The Aborigines call it the WALKABOUT.This is the story of a “WALKABOUT”. »

Walkabout secondo me è un capolavoro. È la storia di una sorella e un fratello australiani anglosassoni che si trovano persi nel deserto australiano e il loro incontro con un ragazzino aborigeno che salverà loro la vita. È un film tipicamente anni settanta e tutte le volte che mi capita di vedere un film di quel periodo, che sia italiano, inglese, francese o tedesco (sul cinema americano degli anni settanta ci devo pensare), penso a come erano belli, originali, i film in quel periodo rispetto alla maggior parte di quello che è venuto dopo.




20160127

Letture femminili




Verso la fine dell'anno c'è stata una polemica su una lista di migliori libri del 2015 pubblicata non ricordo dove nella quale non era presente neanche una scrittrice.
Be', a me quest'anno per Natale hanno regalato solo libri scritti da donne, due dei quali pubblicati nel 2015, di cui uno considerato a livello internazionale uno dei migliori libri del 2015 (in realtà vedo che è stato pubblicato nel 2014).
Una bella discriminazione insomma!

Ecco la mia lista:

Chirù di Michela Murgia
Quest'estate in Sardegna avevo letto L'accabbadora che mi era piaciuto tantissimo, questo un po' meno.

How to be both di Ali Smith
In italiano non ancora tradotto. Ali Smith è considerata una delle più geniali scrittrici contemporanee. Questo romanzo si svolge in parte anche Italia

Viaggio in Uruwera di Katherine Mansfield
Scrittrice neozelandese dei primi anni del '900 che visse soprattutto in Inghilterra. Il libro è un resoconto di un viaggio in Nuova Zelanda.

Ragazzi di zinco di Svatlana Aleksievic
È la vincitrice del premio Nobel per la letteratura del 2015. Mi dicono che è la versione al femminile di Ryszard Kapuscinski

20160125

Banksy sui rifugiati a Calais

La nuova opera di Banksy che critica l'uso di lacrimogeni sui rifugiati accampati a Calais.









Non è la prima opera dell'artista inglese a trattare la questione immigrazione. In questo video del Guardian si può vedere il murales con Steve Jobs, che era figlio di immigrati siriani, apparso proprio tra le tende dei rifugiati di Calais.


20160122

Buoni propositi

Solo qualche giorno fa pensavo seriamente di chiuderlo questo blog visto che non ci scrivo praticamente più ormai da tempo. Stamani ho cambiato idea. Sono a casa non proprio malata ma a casa. Ho finito il Master in traduzione che mi portava via un sacco di tempo materiale e mentale e questi due giorni di riposo forzato da tutto, non solo dal lavoro ma anche dalle cose che mi piace fare, mi ha fatto ripensare alle altre cose che vorrei fare. Diciamo che i buoni propositi dell'anno nuovo li ho fatti con 22 giorni di ritardo.

E tra i buoni propositi c'è quello di tornare a curare questo blog. A scriverci.





Attenzione perché riparto con una roba lunga, non mia ma di Kapuscinski: le ultime pagine del suo libro Ebano. In questo periodo di caos e di odio vario ho pensato che leggerlo poteva riappacificarmi col mondo. Non è forse il mio libro preferito del grande reporter polacco. Forse perché in questi brevi capitoli dedicati a diverse parti dell'Africa c'è meno l'incontro con le persone comuni del luogo, caratteristica che apprezzo particolarmente di Kapuscinski, cioè il suo raccontare i grandi eventi parlandoti delle piccole cose e della persone comuni.

"L'europeo di passaggio in Africa di solito ne vede solo una piccola parte, ossia l'involucro esterno, spesso il meno interessante e forse anche il meno importante. Il suo sguardo scivola sulla superficie senza penetrare oltre, quasi incredulo che dietro a ogni cosa possa nascondersi un segreto e che questo segreto pervada le cose stesse. Ma la cultura europea non ci ha preparato a queste discese nel profondo alle fonti di mondi e culture diversi dai nostri. Il dramma delle culture, infatti - compresa quella europea -, è consistito in passato nel fatto che i loro primi contatti reciproci sono stati sempre appannaggio di gente della peggior risma: predoni, soldataglie, avventurieri, criminali, mercanti di schiavi e via dicendo. Talvolta, ma di rado, capitava anche gente diversa, come missionari in gamba, viaggiatori e studiosi appassionati. Ma il tono, lo standard, il clima fu conferito e creato per secoli dall'internazionale marmaglia predatrice che non badava certo a conoscere altre culture, a cercare un linguaggio comune o a mostrare rispetto nei loro confronti. Nella maggior parte dei casi si trattava di mercenari rozzi e ottusi, privi di riguardi e di sensibilità, spesso analfabeti, il cui unico interesse consisteva nell'assaltare, razziare, uccidere. Per effetto di queste esperienze le culture, invece di conoscersi a vicenda, diventavano nemiche o, nei migliori dei casi, indifferenti. I loro rappresentanti, a parte i mascalzoni di cui sopra, si tenevano alla larga, si evitavano, si temevano. Questa monopolizzazione dei rapporti interculturali da parte di una classe rozza e ignorante ha determinato la pessima qualità dei rapporti reciproci. Le relazioni interpersonali cominciarono a venir classificate in base al criterio più primitivo: quello del colore della pelle. Il razzismo divenne un'ideologia per definire il posto della gente nell'ordinamento del mondo. Da una parte i Bianchi, dall'altra i Neri: una contrapposizione dove spesso entrambe si sentivano a disagio. Nel 1894 l'inglese Lugard, a capo di un piccolo reparto, si spinse all'interno dell'Africa occidentale per conquistare il regno dei borgu. Chiede di incontrarsi con il re. Ma gli viene mandato incontro un messaggero, il quale dichiara che il sovrano non può riceverlo. Parlando con Lugard il messaggero non fa che sputare in un recipiente di bambù appeso al collo: un modo di difendersi e purificarsi dagli effetti del contatto con l'uomo bianco.

In Africa il razzismo, l'odio verso gli altri, il disprezzo e il desiderio di sterminarli affondano le loro radici nei rapporti coloniali. Lì tutto è stato ideato e messo in pratica secoli prima che i sistemi totalitari contagiassero l'Europa del XX secolo con quella sinistra e vergognosa esperienza.
Un'altra conseguenza del fatto che i contatti con l'Africa siano stati monopolio esclusivo di una classe di gente rozza e ignorante è che nelle lingue europee non si è mai sviluppato un lessico capace di descrivere adeguatamente i mondi diversi dal loro. Vasti settori della vita dell'Africa rimangono tuttora inesplorati, addirittura intonsi a causa di questa peculiare povertà delle lingue europee. Come descrivere l'interno oscuro, verde e soffocante della giungla? Come si chiamano quelle centinaia di alberi e arbusti? Conosco la palma, il baobab, l'euforbia, tutte piante che nella giungla non crescono. E quei grandi alberi alti dieci piani a Ubangi e Ituri, che nome hanno? Come definire la miriade di insetti che qui incontri dappertutto e che ci attaccano e ci mordono dalla mattina alla sera? Qualche volte se ne può rintracciare il nome latino, ma che se ne fa un lettore medio del nome latino? Serve solo a costringerlo a ricerche di botanica e zoologia. E che dire del vasto dominio della psiche, delle credenze, della mentalità di questa gente? Le lingue europee sono ricche solo finché si tratta di descrivere la propria cultura: appena si addentrano nelle culture altrui e cercano di parlarne, rivelano subito la propria limitatezza, la mancanza di sviluppo, l'impotenza semantica.
L'Africa è un coacervo delle più svariate, più diverse e più contrastanti situazioni. Uno dice: "Là c'è la guerra", e ha ragione. Un altro dice: "Là c'è la pace", e ha ragione anche lui. Tutto dipende infatti dal dove e quando.
Nell'era precoloniale, quindi non tanto tenpo fa, in Africa esistevano più di diecimila staterelli, regni, gruppi etnici, federazioni. Nel suo libro The African Experience (New York 1991) lo storico dell'Università di Londra Roland Oliver mette in risalto un paradosso ormai generalizzato: si dice infatti comunemente che i colonialisti europei abbiamo compiuto una spartizione dell'Africa. "Spartizione?" dice Oliver stupito. "Ma se si è trattato di un'unificazione brutale, importa col ferro e col fuoco! Da diecimila che erano, si sono ridotti a cinquanta."
Ma di tutta questa varietà, di questo mosaico cangiante composto di sassi, ossa, conchiglie, ramoscelli e foglioline rima ancora molto. Più lo contempliamo e più ci accorgiamo di come sotto i nostri occhi le parti di questo puzzle cambiano posto, forma e tinta, finché non sorge uno spettacolo che ci abbaglia con la sua varietà, la sua ricchezza, il suo caleidoscopio di colori."

Cercando in rete una foto di Kapuscinski scopro che qualche hanno fa è uscito un film a metà tra l'animazione e il documentario basato sul suo libro Ancora un giorno.




ANOTHER DAY OF LIFE Trailer from Platige Image on Vimeo.