20160930

La foto con la storia dentro

In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia. (Manuel Vàzquez Montalbàn)






C'ho questa passione per le palline di erbette, spinaci, bietola, qualsiasi, anche perché si assomigliano abbastanza tra loro. Quando lesso le erbette anche se poi le salto subito in padella faccio sempre la pallina e l'ammiro per un po'. Questa volta le ho pure fatto la foto. Particolarmente bellina, con quelle chiazze rosse delle foglie di barbe rosse!
Credo che sia perché le palline di erbette che da piccola mi disgustavano solo a vederle mi ricordano il babbo che con la bustina di plastica andava a raccogliere l'erba nei campi... non proprio campi, visto che abbiamo sempre vissuto in città, direi nelle aiuole. Poi le metteva a bagno nell'acquaio per tutto il giorno, la lessava e ci faceva le palline che metteva in frigo. A un certo punto le mangiava anche, ma solo lui - ricordo queste gran piattate di roba verde - al resto della famiglia non piacevano affatto. Secondo me per non darci troppa noia cercava di sedersi il più lontano possibile da noi, ma deve essere uno di quei ricordi lontani poco attendibili perché il nostro tavolo da pranzo non permetteva certe distanze.
Ora le erbette mi piacciono un sacco.

20160928

La ricetta con la storia dentro



Schiacciata all'uva.
L'aspetto a settembre come da piccola aspettavo il pandoro a natale. Non credo che proverò mai a fare il pandoro, la schiacciata all'uva sì.
Seguo la ricetta di Emiko.
Emiko è australiana con origini giapponesi sposata con un italiano di Fucecchio.
Vi sento voi puristi campanilisti: per una ricetta tipicamente toscana segui una ricetta scritta da un'australiana mezza giapponese, mavalà.
E invece penso che proprio una persona cresciuta dall'altra parte del mondo che però si appassiona alla cucina italiana, toscana in particolare, che se la studia, che si entusiasma perché sono cose nuove, che scopre mercati, negozi, contadini, possa mettere insieme la giusta ricetta (che poi comunque non esiste la ricetta giusta, è il bello della cucina). E senza il peso delle tradizioni, Emiko ti dice anche che se non hai l'uva fragolina o comunque l'uva da vino di non farla con quella da tavola perché non è assolutamente la stessa cosa, ma magari di usare i mirtilli. Lo dice lei, totalmente non ortodosso, non è più schiacciata all'uva, ma il risultato è ottimo. Sono d'accordo.
Emiko l'ho conosciuta grazie a mia sorella. Abbiamo mangiato tutte assieme qui a Pisa circa un anno fa dal Signor Mimmo. C'era anche Lupo che assaggiò il kiwi e non gli piacque. Poi ci siamo riviste a febbraio a Melbourne per un picnic nel parco. Emiko era in giro per l'Australia a presentare il suo libro di ricette toscane, Florentine, che mia sorella già aveva. È bello Florentine con un sacco di foto e i bordi delle pagine arancioni. Le ricette sono quelle classiche della tradizione toscana. Emiko, che se non ricordo male è una adepta dell'Artusi, si discosta poco dalla tradizione; o forse tanto: il suo essere australiana/giapponese la mette in partenza lontana dalla tradizione - ma come ho già scritto, questo potrebbe essere un valore aggiunto.
Quindi.
Chiedo a mia sorella di mandarmi la foto della ricetta della Schiacciata all'uva del libro di Emiko Davies. Risultato ottimo, gli errori sono tutti i miei perché poi le ricette non riesco mai a seguirle del tutto. Avrei dovuto usare una teglia più grande così la schiacciata non veniva così alta e avrei dovuto metterci molta più uva, quella che magari era segnata nella ricetta.
A parte le mie modifiche cialtrone sopra, anche una piccola modifica buona alla ricetta di Florentine: l'olio che si versa sull'impasto con l'uva già nella teglia l'ho riscaldato prima col rosmarino, ultimamente c'ho questa fissa col rosmarino. Ci sta perfettamente.
Emiko ha un blog, dove potete trovare anche il suo libro.
Emiko sta preparando un nuovo libro di ricette, maremmane questa volta, e l'aggiunta dell'olio profumato al rosmarino l'avevo trovata in un'altra ricetta di schiacciata all'uva di una maremmana.



20160926

Wild



Sì è un po' un'americanata, ma essendo un film americano che a differenza di quelli di Baumbach non cerca di essere europeo non può altro che essere americano. Quindi è un americanata nel senso che c'è quel american way of life o american dream che mollo tutto e ricomincio da capo, e ce la posso fare, perché credo in me, credo nella bellezza del  mio grande paese che mi salverà; anche le storie di personaggi che cadono molto in basso e poi si redimono è molto americano,
Il regista di Wild però è canadese e c'ha pure un nome francese (mega invidia di Baumbach): Jean-Marc Vallée. Lui è quello di Dallas Buyers Club, molto apprezzato, che io ho cominciato a guardare ma metteva angoscia e ho smesso. Magari ci riprovo.
Wild è tratto da una storia vera. Americana. La storia vera, altra cosa molto americana. La storia vera prima è uscita in forma di libro scritto dalla protagonista. Il libro appassionò molto Reese Witherspoon che ne comprò i diritti per farne un film e che nel quale poi avrebbe interpretato la protagonista.
L'adattamento cinematografico del libro l'ha fatto Nick Hornby, inglese.

Ok, credo di aver chiuso con i riferimenti nazionalistici.

Wild è un bel film. La prima scena è meravigliosa. Cheryl arriva in cima a una montagna col suo mega zaino e si siede ad ammirare il panorama bellissimo americano. Si toglie uno scarpone e si intravede il calzino macchiato di sangue dove c'è il pollicione. Si toglie a fatica e con dolore anche il calzino e mentre cerca di capire in che situazione si trova il pollicione - io ho chiuso gli occhi perché armeggiava con un'unghia rotta - lo scarpone le cade giù per la scarpata. Ciao ciao scarpone. Cheryl comincia a urlare e a imprecare e si toglie l'altro scarpone e continuando a urlare e a imprecare lancia giù dalla scarpata anche quello.
Wild racconta la storia di Cheryl che per superare un brutto periodo decide di percorrere da sola una buona parte (circa 1700 km dal sud della California al confine tra Oregon e Washington) del Pacific Crest Trail.
Wild è un film ben fatto. Dosa bene dramma e commedia, pesantezza e leggerezza. Dosa bene anche il racconto del viaggio a piedi, i pericoli, le meraviglie, gli incontri, le disavventure, con i tanti flashback che mettono insieme un pezzettino alla volta la storia di Cheryl.
Cheryl, lo sapete già, è interpretata da Reese Witherspoon e m'è piaciuta. Ma soprattutto m'è piaciuta, e mi piace sempre, Laura Dern che nel film interpreta la mamma di Cheryl.


20160922

Maggie's plan



Il piano di Maggie, nella versione italiana.
È con Greta Gerwig.
Quella di Frances Ha e Mistress America, osannati soprattutto il primo, a me piaciuti insomma. I film sono di Noah Baumbach, marito di Greta Gerwig, regista che io definisco da Sundance/vorrei essere europeo magari francese infatti alcune volte giro pure in bianco e nero.
Maggie's plan però non è del marito di Greta Gerwig ma della moglie di Daniel Day-Lewis che si chiama Rebecca Miller.
E credo con questo di aver concluso il discorso sulle parentele.
È con Ethan Hawke che non c'entra niente ma è stato il marito storico di Uma Thurman. In realtà non ho molto da dire su di lui.
È con Julianne Moore. Ecco lei è notevole, l'ho sempre pensato e lo è anche in questo film dove fa la moglie antipatica di Hawke, con l'accento danese. Lei di chi è moglie?
Anche Greta Gerwig è brava. Fa sempre un po' la stessa parte della svampitella stravagante newyorkese ma qui l'ho apprezzata di più.

Maggie's plan è una commedia. Bellina. Divertente. Soprattutto la prima parte. È la storia di Maggie (Gerwig) che decide che vuole un figlio ma senza un uomo che tanto non è brava a tenerseli per il tempo sufficiente allora chiede a un suo vecchio compagno di università che è diventato ricco vendendo cetriolini sott'olio o sotto aceto non è chiaro di donargli un po' di sperma e lui accetta. Nel frattempo però incontra John (Hawke) aspirante scrittore infelicemente sposato con Georgette (Moore) e il piano di Maggie si complica un po'. Io ho parteggiato per Guy, il produttore di cetriolini, interpretato da Travis Fimmel (nella foto).

Vedetevelo, magari stasera, adattissimo del resto per il fertility day. La Lorenzin approverebbe, credo, ci sono anche un sacco di biondi.

20160916

Pantelleria. Letture

Brevi recensioni di 4 romanzi + 1 guida dalle quali si capisce senza ombra di dubbio quale mi sia piaciuto di più.
Uno, due, tre, via!

Non ho trovato scrittori panteschi, ma una specie di guida su Pantelleria: L'ultima isola di Giosuè Calaciura. Lui è un autore del programma di Radiotre Farenheit ed è palermitano (quindi posso leggerlo, perché il giochino è leggere solo autori locali - anche se i panteschi non sarebbero d'accordo perché loro affermano di essere panteschi e non siciliani. Le 24 ore passate a Palermo però mi permettono di superare questo cavillo). L'ultima isola è una guida diciamo letteraria all'isola di Pantelleria. Ogni capitoletto descrive gli aspetti più particolari dell'isola, che di aspetti particolari ne ha veramente tanti. Si comincia con la difficoltà per arrivarci, per mare perché il mare è spesso mosso e i traghetti non ce la fanno ad attraccare, ma anche per cielo, perché la pista di atterraggio è molto corta e se c'è troppo vento (come spesso c'è) si rischia di finire in mare o sulla Montagna Grande. Pare che i piloti che volano su Pantelleria facciano un corso speciale. Si prosegue raccontando tutti i diversi popoli che tuttavia ci sono riusciti ad approdarci - fenici, romani, spagnola, bizantini, arabi, normanni - e che le hanno dato i nomi diversi: Yrnm, Cossyra, Qawsra, Bent el-Rhia. E poi la roccia lavica; i muretti a secco; l'isola Ferdinandea che a un certo punto è emersa dall'acqua e poi è tornata sotto; l'acqua calda in mezzo al mare; l'uomo contro la natura; i giardini panteschi ah i giardini panteschi; i capperi e lo zibibbo; i dammusi; l'aeroporto voluto da Mussolini; il bombardamento degli americani... un sacco di roba e ancora di più che leggi prima di andare e poi trovi davvero.


Ma forse quello che più mi è rimasto addosso della lettura di L'ultima isola è stata la sensazione di vero isolamento. Pantelleria è in fondo in fondo all'Italia, 5-6 ore di traghetto da Trapani, più vicina alla Tunisia che all'isola madre. Intorno a Pantelleria non c'è davvero niente, solo un mare spesso burrascoso. Allora  sono andata contro tutte le regole del giochino e ho letto un libro di un triestino che va in vacanza su un faro che si trova su un'isola neanche quella siciliana. Il ciclope di Paolo Rumiz. Rumiz, è assodato, mi piace; mi piacciono i suoi viaggi lenti e mi piace come ne scrive. Il ciclope descrive sicuramente il viaggio più lento che ha fatto, una trentina di giorni dentro un faro su di uno scoglio in mezzo al mare. Ed effettivamente su quello scoglio in mezzo al mare non è che succeda un granché, ma in quell'isolamento, in quella assenza di distrazioni, succede che l'essere umano guarda un po' dentro di sé e gli viene in mente altro da raccontare. Cose facili, tipo altri fari e altri mari, oppure di migranti, di navi, di terre lontane, di altri viaggi. Rumiz ci filosofeggia un po', in certi punti forse un troppo e scade in un moralismo che in altri libri suoi non ricordavo; ma se piacciono i fari (a chi non piacciono?) è un gran bel libro. A meno che uno non sia bergamasco, il moralismo di Rumiz si può anche perdonare (a un certo punto c'è una battuta parecchio gratuita e sciocca sui bergamaschi che se la poteva anche risparmiare e che da gran viaggiatore che è non me la aspettavo proprio).


Quindi torno con felicità ai siciliani e al libro che più mi è piaciuto e mi ha colpito: Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia di Giuseppe Rizzo
Pirandello fa cacare, dice Gaga. Tomasi di Lampedusa fa cacare.E Camilleri, anche Camilleri fa cacare?, chiede l’americano.Camilleri è il male assoluto. Dovrebbero imprigionarlo e rileggergli tutti i romanzi di Montalbano fino a che non implori pietà. Bisognerebbe mettere mano alla pistola ogni volta che qualcuno dice della splendida decadenza e dell’irredimibilità di questo posto, come fanno Camilleri Pirandello Tomasi. Bisognerebbe appiccare il fuoco, incendiare tutto, cambiare i connotati toponomastici e geografici di quest’isola, togliere ogni punto di riferimento agli isolani e al resto del mondo. Bisognerebbe, ecco, bisognerebbe che qualcuno si decidesse a scrivere un piccolo manuale per organizzare una guerra lampo, radere al suolo la Sicilia e resettare la mente di quelli un po’ cretini come te. Senza offesa, tesoro, era solo un esempio.
Come fai a non leggerlo? Io Camilleri, Pirandello Tomasi sì. Io la bellezza della Sicilia decadente sì. Io il paesaggio violento sì. Io il mare meraviglioso sì. Io tutti i luoghi comuni della Sicilia ce li ho. Piccola guerra lampo all'inizio mi sembrava scritto in modo troppo 'guarda come so scrivere strano io', poi ha cominciato a ricordarmi un fumetto e NiccolòAmmaniti, poi mi sono innamorata dei personaggi, poi era un colpo di scena dietro l'altro, poi dovevo sapere come andava a finire, poi alla fine mi sono commossa ed ero su uno dei tanti scogli scomodi di Pantelleria, faceva un caldo bestia ed ero nell'unica cala con le meduse. Giuseppe Rizzo è giovane, è di Agrigento e ha scritto anche 'L'invenzione di Palermo' che prima o poi leggerò.


Se non ricordo male di Leonardo Sciascia Piccola guerra lampo invece non parla male. L'ho letto per primo, prima ancora di partire, insieme alla guida, Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia. L'ho trovato uno Sciascia un po' diverso, meno siciliano forse, nonostante la storia, che si ispira al Candide di Voltaire, si svolga in Sicilia. Forse un po' troppo intellettuale anche se come il Candide originale è spesso comico. Insomma, non ho molto da dire su questo.








L'ultimo letto, finito da poco, invece rientrerebbe a pieno titolo nel genere di romanzo siciliano denigrato da Osso, il protagonista di Piccola guerra lampo: La Mennulara di Simonetta Agnello Hornby. Piccolo paesino siciliano, nobili decadenti, servitù contadina, il mafioso che però fa la cosa giusta, pettegolezzi. Dopo Piccola guerra lampo era difficile tornare a un libro 'normale', ma La mennulara non è malaccio e della scrittrice siciliana residente da moltissimi anni a Londra sicuramente mi piacerebbe leggere altro. La Mennulara è una serva di una decadente famiglia che nel primo capitolo muore e il resto del libro è una specie di indagine per capire chi era davvero la mennulara e se è vero che ha lasciato da qualche parte un sacco di soldi. Ci sono molti personaggi e certe volte si fa un po' fatica a ricordare chi è chi anche se i lunghi titoli-riassuntino dei capitoli aiutano. Credo che quello che mi è mancato in questo romanzo sia un personaggio a cui affezionarmi, col quale sentire empatia, ma forse anche odio... non ho sentito niente per questi personaggi, mi stavano tutti indifferenti, forse qualcuno minore mi è piaciuto, ma essendo minore c'era poco.


Finita questa parentesi siciliana ora sto leggendo Elena Ferrante, La figlia oscura. Ecco, Elena Ferrante riesce benissimo a farti entrare i personaggi sotto la pelle, già con il primo rigo. C'è poco da dire, chi se ne frega chi sia, è una gran bella scrittrice!

20160830

A Pantelleria non ci sono spiagge

Dai andiamo lì giù.
Non c'è nessuno.
Ci credo.
L'imbracatura ce l'abbiamo e le funi ce le abbiamo almeno?
Io c'ho un moschettone.
Almeno dei cerotti?



20160809

Addio, Marianne




Leggo e traduco dal Guardian:

So long, Marianne: Leonard Cohen scrive alla sua musa sul letto di morte
La lettera di Cohen a Marianne Ihlen dice 'i nostri corpi si stanno sgretolando e credo che tra non molto ti seguirò'

Leonard Cohen ha scritto una toccante ultima lettera alla sua musa Marianne Ihlen poco prima che morisse, come ha rivelato un'amico della donna alla radio canadese.
Ihlen, ispiratrice per le canzoni di Cohen So long, Marianne e Bird on a Wire, è morta in Norvegia il 29 luglio a 81 anni.
Cohen la incontrò sull'isola greca di Hydra negli anni sessanta e diventarono amanti. So long, Marianne è contenuto nell'album del 1967 Songs of Leonard Cohen.
Jan Christian Mollestad, un carissimo amico di Marianne, si era messo in contatto col cantante per dirgli che lei stava morendo. "Dopo solo due ore è arrivata la bellissima lettera di Leonard a Marianne. Gliel'abbiamo portata il giorno dopo ed era totalmente cosciente e così contenta che le avesse già scritto qualcosa," ha detto Mollestad.
Mollestad, un autore di documentari, le ha letto la lettere prima che morisse. "La lettera diceva, ebbene Marianne, siamo arrivati a quel punto della nostra vita in cui siamo così vecchi che i nostri corpi si stanno sgretolando e credo che tra non molto ti seguirò. Sappi che sono proprio alle tue spalle e che se allunghi la mano potrai incontrare la mia.
"E lo sai che ti ho sempre amata per la tua bellezza e la tua saggezza, ma non c'è bisogno che aggiunga altro perché sai già tutto. Ora voglio solo augurarti un buon viaggio. Ciao mia carissima amica. Ti mando il mio amore infinito e ci vediamo alla fine della strada."
Mollestad ha detto alla CBC che quando ha letto la parte "se allunghi la mano," Ihlen ha allungato davvero la mano. "Due giorni dopo ha perso conoscenza e poi è morta. Ho riscritto a Leonard per raccontargli che negli ultimi momenti le ho canticchiato Born on a Wire perché era la canzone che sentiva più vicina; e poi l'ho baciata sulla fronte, e lasciando la stanza l'ho salutata con le parole "so long, Marianne."
Anche la pagina Facebook di Leonard Cohen ha annunciato la morte di Ihlen. "La morte avvenuta la scorsa settimana di Marianne Ihlen, la donna immortalata in So long, Marianne, ha provocato una reazione incredibile da parte delle persone che conoscevano bene Marianne, ma anche da chi la conosceva solo come musa di Leonard Cohen e da chi non sapeva che Marianne fosse una persona vera," si legge in un post.

So long, Marianne
Bird on a wire






 

20160805

A bigger splash



Un altro film bruttino.
Un altro film senza senso.
Nonostante Tilda Swinton.
Nonostante Ralph Fiennes (che non imparerò mai come si pronuncia).
Nonostante il fisicaccio di Matthias Schoenaerts (che magari si sa pronunciare ma ricordarsi il cognome è tutta un'altra faccenda).
E anche Corrado Guzzanti!
Ma soprattutto nonostante Pantelleria.

Eppure Luca Guadagnino con Io sono l'amore c'era piaciuto. Mah.

Leggo però che a molta critica è piaciuto assai. Mah.
Leggo che è un film che parla di contrasti politici e sociali, che si intravede la questione immigrazione, 'intravede' mi sembra già un'esagerazione. Leggo che gli attori sono notevoli, ed è vero. Leggo che è un film sul potere che si vuole avere sugli altri, e questo sì c'è. Penso che forse la fascinazione di questo film stia tutta nel mistero di tutti i personaggi e nel mistero anche del rapporto tra tutti i personaggi che non viene mai sciolto. C'è un padre che ha appena scoperto di avere una figlia di vent'anni che forse vemt'anni non ha e che sembra più la sua lolita che la sua figlia e che sembra voler sedurre in tutti i modi il giovane fidanzato dell'ex-amante del padre, e forse ci riesce sugli aguzzi scogli di Pantelleria? E la famosa rockstar che ha perso la voce e che non sopporta il suo ex amante piombato senza invito e con la figlia nel nido d'amore poi si fa facilmente sedurre da lui e dalla sua droga e dal suo vivere al massimo? E poi ci scappa anche il morto ma non sembra essere particolarmente importante. E qualcuno forse sa, ma forse no. È tutto un intravedere e quello che si intravede forse non è neanche quello che sembra..
I nudi invece sono totali, sia femminili che maschili.

Insomma, leggendo qualche recensione compresa quella del mio mito Anthony Lane e dopo ragionamento tra me e me, rimango della stessa idea: film bruttino e senza senso.

A bigger splash (1967) di David Hockney. Lo potete vedere veramente, non solo intravedere alla Tate Gallery a Londra.


20160728

Pia Pera



Di Pia Pera non ho letto tutto il libro L'Orto di un perdigiorno, ma mi è piaciuto e l'ho consigliato e regalato. Mi è piaciuto il suo approccio all'orto e al giardinaggio, spontaneo, senza tanti fronzoli, senza tante regole e senza tante filosofie - anche se il suo approccio è una filosofia. Pia Pera l'avevo scoperta da poco e sapevo che era molto malata. Dispiace se ne sia andata.
Leggendo i vari articoli apparsi sui quotidiani scopro che tra i suoi vari libri ne ha scritto anche uno in cui parla proprio della sua malattia e del poco tempo che le è rimasto. Mi piace il titolo "Al giardino ancora non l'ho detto", che è ripreso da una poesia di Emily Dickinson.


I HAVE not told my garden yet,
Lest that should conquer me;
I have not quite the strength now
To break it to the bee.
  
I will not name it in the street,
For shops would stare, that I,
So shy, so very ignorant,
Should have the face to die.
  
The hillsides must not know it,
Where I have rambled so,
Nor tell the loving forests
The day that I shall go,
  
Nor lisp it at the table,
Nor heedless by the way
Hint that within the riddle
One will walk to-day!

20160727

Lightning Dust - Diamond

Le piscine, quelle chiuse, sono sempre stati luoghi che mi hanno affascinato.
L'acqua sempre un po' fredda, l'odore di cloro, i costumi interi, le cuffie e gli occhialini, gli asciugamani appoggiati dove capita, le ciabatte ammucchiate vicino alla scaletta, il frastuono delle braccia e le gambe sull'acqua, il rimbombo delle istruzioni degli istruttori, i vetri appannati...
E poi il nuoto sincronizzato, potrei guardarlo per ore.
Bel video, bella musica.


20160721

Come mi va a luglio

Bene!
Perché ho trovato una serie di quelle che vuoi guardarti una puntata dietro l'altra: Gotham!
Perché ho trovato un album che ascolto su repeat da giorni: Hombre lobo degli Eels. E in particolare una canzone che va su un suo personale repeat durante il repeat di tutto l'album: The look you give that guy.
Perché ieri sera ho finito di leggere Slightly out of focus di Robert Capa anche se più che di fotografia parla della Seconda Guerra Mondiale, ma il libro è pieno delle sue foto bellissime.

Autoritratto con John Steinbeck, anche lui reporter di guerra (1947)



20160712

Non solo neozelandesi

Leggo e traduco per voi dal Guardian dove potete vedere anche il video di qualità migliore:


Alle minacce del ladro armato il proprietario di un ristorante da asporto reagisce continuando a servire un cliente

Said Ahmed racconta di come ha ignorato l'uomo armato col passamontagna, continuando a preparare il souvlaki di pollo al cliente, per poi alla fine voltarsi e andarsene.

Il proprietario di un ristorante da asporto ha raccontato di come "ha levato il potere" a un aspirante ladro semplicemente ignorandolo.
Said Ahmed di Christchurch in Nuova Zelanda aveva deciso di finire di servire il cliente prima di allontanarsi dal bancone mentre un uomo col passamontagna e una pistola lo minacciava.
Il filmato dell'episodio è stato pubblicato dalla polizia sulle reti sociali e mostra come Ahmed, originario dell'Egitto, sembra quasi sorridere durante lo svolgersi degli eventi. "L'uomo voleva spaventarmi e io ho deciso che non lo poteva fare," ha detto Ahmed al Guardian.
"Ho consegnato l'ordinazione al cliente perché volevo che lasciasse il ristorante e non essere in pericolo."
La tentata rapina è avvenuta sabato sera al ristorante da asporto Taste of Egypt a Christchurch.
Ahmed era solo e stava preparando un grosso souvlaki di pollo per un cliente. Non c'erano persone in strada (ndt non ce ne sono mai in Nuova Zelanda) e gli altri ristoranti di kebab avevano chiuso già da un'ora. Ahmed era stanco e voleva tornare a casa.
Nel video che dura 26 secondi si vede un uomo armato e col viso coperto che si avvicina al bancone alle 22.38. Ahmed gli dà un'occhiata sbrigativa e sembra sorridere. Vede la pistola che tiene in mano e decide di ignorarla.
Ahmed, che è emigrato dall'Egitto alla Nuova Zelanda 20 anni fa e che ha una laurea in agronomia, continua tranquillamente a preparare il souvlaki di pollo e evita di guardare l'uomo. L'aspirante ladro si sposta da un piede all'altro e tiene la pistola in modo insicuro, sembra confuso dall'indifferenza di Ahmed.
Dopo aver consegnato il pacchetto al cliente, Ahmed semplicemente lascia il bancone. "Ho girato le spalle al ladro e mi sono diretto in cucina per chiamare la polizia. Mi sono detto che se avesse sparato almeno il mio corpo si sarebbe trovato più lontano e l'impatto con una pallottola sarebbe stato meno pericoloso che se fossi stato più vicino."
Scoraggiato dal rifiuto di Ahmed di aver paura l'uomo armato velocemente lascia il negozio.
"Il ladro era molto confuso dal mio comportamento. Voleva farmi paura ma non ero spaventato, togliendoli quel potere," ha proseguito Ahmed.
Ahmed ha raccontato di aver visto molta violenza prima di emigrare in Nuova Zelanda, e la tranquilla prevedibilità della vita a Christchurch ha influenzato la sua reazione.
"Il mio cuore batteva veloce e avevo paura ma non avevo intenzione di mostrargliela. Ecco perché la mia natura è tranquilla. Abito qui da 20 anni e non ho mai visto violenza. In Egitto la vedevo tutti i giorni ma in Nuova Zelanda sono calmo perché è un paese sicuro."
Da quando c'è stata la tentata rapina Ahmed chiude il ristorante prima il venerdì e il sabato sera.
La figlia di 19 anni, Yasmin, ha raccontato che il video della tentata rapina l'ha spaventata ma che la reazione imperterrita del padre è tipica.
"Ha dimostrato coraggio quando ha lasciato il bancone, ma è stato anche rischioso. Si vede che il ladro era sconcertato dalla mancata reazione davanti alla pistola che teneva in mano. E decide di andarsene."
La polizia di Caterbury prosegue le indagini.
(ndt, comunque anche il cliente mica male!)





20160708

Il racconto dei racconti



Ma come gli viene in mente a uno che ha fatto film come Gomorra, Reality, L'imbalsamatore (gli altri non li ho visti) di girare una roba così.

Ipotesi:
1. Il film in realtà non è di Garrone. Ha fatto da prestanome a qualcuno che avrebbe poi dovuto palesarsi una volta che il film avesse ottenuto il successo mondiale. Quel qualcuno visti i risultati ha pensato bene di continuare a nascondersi,
2. Garrone si è perdutamente innamorato della costumista scartata da Il trono di spade e per consolarla ha messo su quella roba lì.
3. Il film in realtà doveva essere una pubblicità progresso del ministero del turismo per promuovere i bei luoghi italiani. Che, diciamolo, sono proprio belli: io ho riconosciuto il Castello Normanno-Svevo pugliese e le Vie Cave maremmane.
4. Garrone invidioso di Sorrentino ha cercato di fare un film da Oscar. A pomposità siamo lì.
5. A Garrone gli è dato di volta il cervello.

Comunque le immagini sono belle. Qui un articolo de ilpost sui luoghi dove il film è stato girato e qui una serie di foto dal dietro le quinte.