20060929

Art is like homeopathy. It works for you only if you believe in it / Introducing GAO YU


Gao Yu è nato a Guizhou nel 1981. Ha studiato all'Accademia delle arti del Sichuan dove si è diplomato nel 2003. Da subito il soggetto principale delle sue tele a olio sono stati i panda, non i pacifici orsi-gatto (xiong mao) originari della sua provincia (il Sichuan) ma delle grottesche caricature di panda aggressivi e violenti.

"Fin da piccoli – dice Gao – a scuola ci insegnano la propaganda del panda. Quest'animale è considerato un tesoro nazionale. Abbiamo addirittura creato una diplomazia dei panda: oggi ne regaliamo uno a Taiwan, domani al Giappone per favorire buoni rapporti. A ovest si conoscono poche cose della Cina, ma fra queste c'è sicuramente il panda. Per spezzare quest'immagine vuota ho cominciato a deformare i panda nei miei quadri"

"Oltrettutto odio i panda. Sono animali strani e pigri. Se non ci fosse l'ossessione dei cinesi per questi animali, i panda si sarebbero già estinti. Sono tra gli animali più difficili da far riprodurre".

La natura li ha condannati all'estinzione. I cinesi sono ossessionati dai panda. Gao nei suoi quadri li uccide o li dipinge come killer.

Qui potete leggere un'intervista al cinese artista.

20060928

The cat is on the table (near the pencil)

Dunque, tutto è cominciato quando ho letto la frase
“my grandfather’s banana”
che ho trovato utilizzata in un libro con il significato –a mio parere- di “sta bella cippa”. La frase intera – ve la riporto anche per commenti ed interpretazioni alternative- è: “I remember Nixon telling us he had a secret plan for ending the war, and that delicate negotiations were under way. My grandfather’s banana. Nixon kept it going past election day because he wanted another term in office”. Mi sono documentata anche interpellando alcuni locali, e sinceramente non ho trovato alcun riscontro all’uso di banana in tale contesto, pertanto ve la riporto col beneficio del dubbio. Ma, girovagando, ho scoperto che:
Con “banana” si insultano gli asiatici che si sono conformati totalmente allo stile di vita occidentale (perchè sono gialli fuori e bianchi dentro).
Con “top banana” si indica la persona più importante di un gruppo, o anche il capo-comico in uno spettacolo, e di riflesso con “second banana” il primo assistente, o la spalla, rispettivamente nei due casi (ci si ferma lì, non c'è la terza, quarta banana, ecc).
E infine, “banana” è anche usato come aggettivo e significa matto, fuori di testa (you’re totally banana). Con la stessa accezione si può usare anche come verbo, tipo “to go banana for something”.
L’ultima mi sembra un po’ complicata, ma ve la riporto perchè vi potrà essere senz’altro utilissima. Secondo alcuni, banana indica una ragazza madre, viziata dalla propria madre la quale ha soldi a sufficienza per pagare una babysitter a tempo pieno per viziare la propria nipotina. Se vi capita, e vi capita sicuro, dovete dire “Her mom was a banana. She's a banana. And her baby's gonna be a banana too."
E ora scusate, devo accompagnare un’amica in aereoporto.

20060927

The Yes Men

Sburkusa: Cinema?
Sburkantiusa: Cosa c'è?
S.usa: The Yes Men!
S.antiusa: E che è?
S.usa: Un documentario.
S.antiusa: Ancora Michael Moore?
S.usa: Non proprio ma c'è anche lui.
S.antiusa: Bah. Bowling at Columbine mi era piaciuto, ma Fahrenheit 9/11... era proprio per americani.
S.usa: Che vuoi dire?
S.antiusa: Certe volte esagerano nel rendere le cose super comprensibili e guardi un documentario che ci mette un'ora e mezzo a raccontarti una cosa che ti avevano già spiegato prima in cinque minuti. Tipo Fahrenheit 9/11. Ma anche il documentario di Al Gore 'An Inconvenient Truth' che fa vedere gli effetti del surriscaldamento delle terra. Si sapeva. Forse gli americani non lo sapevano, ma qui lo sanno i bambini delle elementari: è da anni che combattono tutte le estati contro eserciti di meduse. E comunque Al Gore, come dice lui stesso, è l'ex prossimo presidente degli Stati Uniti, non ci si poteva aspettare niente di particolarmente alternativo.
S.usa: Lui non era il regista di An Inconvenient Truth. E' Davis Guggenheim.
S.antiusa: Che c'entra?
S.usa: Bisogna essere precisi.
S.antiusa: E' parente dei musei?
S.usa: Allora andiamo? Guarda che si fa tardi.
S.antiusa: Ma di che parlano questi uomini sì?
S.usa: Sono 2 tipi che hanno messo su un sito internet che assomiglia tantissimo al sito del WTO e che a un certo punto cominciano a ricevere inviti per partecipare a convegni di uomini d'affari come se veramente fossero del WTO. E loro ci vanno.
S.antiusa: Bah. Andiamo vai.

Dopo

S.usa: Dai, non era male.
S.antiusa: Tranne il tipo che avevo accanto che si infilava le dita delle mani tra le dita dei piedi sporchi in continuazione.
S.usa: Sai come sono i no-global.
S.antiusa: Come sarebbero?
S.usa: Uff. Ti è piaciuto?
S.antiusa: Sì divertente. Notevole faccie toste. Mi sembra strano che non ci siano state reazioni agli scherzi che fanno, né da parte delle platee che stanno lì a guardarli né da parte del WTO. Ci saranno state e non ne parlano nel documentario. Forse mi sarebbe piaciuta anche più informazioni sul WTO, che come dicono anche gli uomini sì, è un'organizzazione quasi misteriosa. Poi l'errore sul fuso orario in Finlandia.
S.usa: Uff. Lo consigleiresti.
S.antiusa: Ma sì.

Per saperne di più:
The yes men.

La Sposa Cadavere



Chiaramente Victor è Adrien Brody: le sopracciglia sono le sue e poi sa suonare il pianoforte.
E' lui!

Ho pensato.

Allora perchè la voce è stata affidata a Johnny Depp?

20060926

P for Pounami

Lo so, lo so benissimo che non si dovrebbe fare così, però l'istinto è condivisibile.

20060921

The cat is on the table (near the pencil)


Ho trovato il mio ignaro aiutante. Allora, questo con cui lavoro mi scrive una mail in cui mi chiede se io non sia “titillated” dall’idea di analizzare i suoi dati, e se questa ipotesi non mi attragga “like a moth to the flame”. E infine che se potessimo dimostrare anche la seconda ipotesi da lui proposta, sarebbe veramente “the icing on the cake”.
Gli risponderò di si, anche solo per avere materiale per la Signorina Vitt.

20060920

Grazie, Apple

A volte ti capita la classica botta di culo, che vorresti telefonare a un sacco di gente perchè ti confermino che è vero. Allora, succede che la batteria del mio iVitt (macchino portatile, per i non intimi) ultimamente boccheggi, ma proprio nel senso che mi dura un’oretta in piena carica. Succede però che la Apple ha commercializzato negli ultimi due-tre anni delle batterie che hanno il piccolo difetto di esplodere, o incendiarsi, o di implodere, non ho capito bene. Succede anche che il mio computer e la mia batteria rientrano perfettamente nella serie di quelli incriminati. Insomma, dopo aver smontato un po’ di pezzi per leggere i numeri che mi richiedevano (quando compriamo la Apple, oltre a spostare il tasto @ su uno più comodo tutto suo, ricordiamoci anche di scrivere questi utili numerini in un posto un tantinello più raggiungibile), ho mandato la richiesta e:

“Thank you, Apple will ship you a replacement battery as soon as possible after processing your replacement order”

"...dopo un vero c'è sempre un falso, poi un altro falso... perché non te lo aspetteresti!"


Settembre: riaprono le scuole, e io ne approfitto per tornare sui banchi e seguire alcuni corsi. La prima considerazione, non irrilevante, è che qui l’università costa e anche molto (almeno 15,000$ l’anno se sei residente, il doppio se non lo sei). Comunque, finalmente iniziano i corsi ed io, col mio bel foglio e penna mi reco nell’aula e mi siedo tra gli altri studenti. Errore. Qui non si fa così. Facciamo un passo indietro. Nel momento in cui ti iscrivi all’università, entri a far parte di una macchina stra-organizzata. Ti consegnano la tua bella tesserina universitaria che serve per un tot di cose: funziona da documento, da carta di credito nel campus, da tessera dell’autobus, per prendere i libri in prestito, per utilizzare la palestra, ed altre amenità (ovvio, io l’ho già persa una volta). Ti danno un indirizzo e-mail che ti dà accesso a riviste elettroniche, a lezioni registrate e scaricabili come podcast, a seminari in power-point, ai siti dei vari dipartimenti e dei singoli docenti. Quindi, il tipico studente che si reca a lezione si è già studiato sulla dispensa che ha ricevuto a inizio semestre la lezione del giorno, ha già scaricato le diapositive che saranno proiettate, e soprattutto prende appunti direttamente sul portatile (che ci va a fare a lezione, poi). Naturalmente tutto il campus, aule incluse, ha il wi-fi. Parlando di contenuti, il livello delle lezioni che ho seguito io era molto buono*, e solo dopo una settimana ho capito che questi erano studenti del secondo anno, e non specializzandi**. Non so bene se questo sistema sia migliore, ovviamente avere certe risorse è un gran vantaggio, ma resta un vantaggio per i pochi che possono permetterselo. La sensazione più forte è che qui la scuola abbia un’organizzazione tale per cui è difficile perdersi per strada. Le nozioni sono semplici, vengono ripetute dieci volte in un’ora, chiare* e ben definite, ed il modo in cui sono presentate è strutturato nei dettagli. Questo crea delle teste con ottime potenzialità ma molto simili tra loro, che appena ci si allontana un minimo dai binari possono perdersi come niente. Per quanto mi riguarda, il risultato è che la notte prima della seconda lezione mi sono sognata che dovevo ridare l’esame di maturità.
(l’avevo scritto la settimana scorsa, seguono le aggiunte odierne: *il tipo di oggi -tra l’altro il responsabile del corso- era un po’ incapace, ed è riuscito a confondermi totalmente le idee su cose che so a menadito; ** sono studenti del secondo anno, vero, ma hanno tre anni di college alle spalle, quindi un quinto anno nostro, e mi torna già di più. Infine, pare che tutto il supporto tecnologico sia un’acquisizione degli ultimi 4-5 anni)

20060919

Gli sceicchi possono essere ironici?

Decidetelo voi.
Si legge sul Khaleeg Times giornale degli Emirati Arabi Uniti:

Un papa estremista.

Data la popolarità del suo predecessore, è comprensibile
che Benedetto XVI abbia cercato un modo per farsi
pubblicità. Deve aver pensato che criticando l'islam e il
Profeta avrebbe conquistato il sostegno di molti, e
soprattutto delle potenti lobby ebraiche americane. Ma ha
fatto male i suoi conti, perché Giovanni Paolo II è
diventato un eroe parlando di libertà, difendendo i diritti
umani e scagliandosi contro le piaghe sociali come la
schiavitù. Oggi invece siamo di fronte a un papa che non
rispetta la fede degli altri e infanga le altre religioni.
E poi viene a dirci che l'estremismo esiste solo
nell'islam?


Testato per voi

Il pounamu funziona!
Di ritorno da Copenhagen mi avevano cancellato il volo. Indovinate quale compagnia? Esatto. Ma mi hanno messo subito subito su un volo SAS e poi AirDolomiti e sono rientrata a casa con solo 30 minuti di ritardo rispetto ai miei voli originali.

20060918

Questa domenica in settembre non sarebbe pesata così


Vado a comprare le sigarette, e come in quasi tutti i 7-Eleven il commesso è immigrato. Non saprei dire di dove fosse, portava un bel turbantone rosso in testa, in tinta con la divisa, volto mulatto, barba bianca, sui sessanta. Mi domanda se le sigarette sono per me, e a quel punto mi chiede di mostrargli un documento (ehm, si, sono vietate ai minorenni, si vede che porto bene la mia età, o che dovrei ricordarmi di pettinarmi la domenica mattina). Quando ha visto il passaporto mi ha sorriso, ha guardato la prima pagina, “ah, Italy? Europe?”, e lo toccava, lo lisciava. Mi ha chiesto come mai non avessi la patente o la carta d’identità americana, poi mi ha domandato se fossi lì per lavoro. “Immigrant?” Gli ho raccontato che sono qui da un anno, e che presto tornerò a casa. “You don’t like here?” E io “Mmmm, do you?” Lui mi risponde “No, and my heart is not here, but it’s the place where I have to live”. Sono uscita con un gran magone.

20060917

Abbiamo un nuovo ospite

Ci ho pensato un po'. Dunque, sarebbe un nostro passeggero. Ma visto il taglio ho pensato che sarebbe stato più comodo nel vagone ristorante. Andatelo a trovare, è che sta.

20060916

Very Danish


Forse non tutti i lettori di A/R sanno che io (sburk) sono a Copenhagen. Da martedì. Oggi è sabato e di Copenhagen ho visto soprattutto la strada che va dal mio albergo, un pochino fuori la città, al Bella Center, il palazzo dei congressi, molto fuori la città: belle strade, molto verde, semafori, acqua, e tutti i danesi in bicicletta lungo le loro piste ciclabili. Poi ho visto il palazzo dei congressi. Enorme, ma non ti ci perdi. Tutto di vetro, con alberi e vasche d'acqua e con queste belle giornate è veramente un bel posto. Peccato che io sono in un ufficio, grande, carino, ma senza finestre. Dove sto dalle 8 alle 19. Ho conosciuto però un po' di fauna locale: i tassisti (un curdo, un etiope, un indiano, un greco, un pachistano, qualche danese, forse) e il personale del palazzo dei congressi (una spagnola, una brasiliana, una messicana, qualche danese, forse).
Ieri sera c'è stata la serata più importante del congresso dal punto di vista sociale, la cena del presidente, per pochi invitati scelti (200) tutti in abito da sera. La cena per tradizione è pianificata dal comitato organizzativo locale, quest'anno siamo a Copenhagen quindi è stata organizzata dai danesi. In anticipo so che la cena comincia alle 8 e finisce alle 11 (tre ore, ce la posso fare) e che ci saranno dei pulman che ci porteranno al luogo della cena, un museo (magari me lo fanno visitare?). Scopo nostro, lo staff dell'EASD che ogni anno organizza questi congressi, è socializzare.

Ed è risaputo, io adoro socializzare!

Quindi mi metto in ghingheri (mi hanno fotografato, ero in ghingheri) e vado al bellissimo albergo nel centro di Copenhagen dove sono tutti gli altri tranne me, da dove parte il pulman. La cosa non funziona molto bene, e un gruppetto di noi dell'EASD rimane ad aspettare aspettare aspettare il pulman che non arriva. Quindi aspettiamo aspettiamo aspettiamo i taxi che di venerdì sera sono pieni di chiamate, e alla fine arriviamo al museo con una quarantina di minuti di ritardo.
Che peccato! Mi sono persa la parte iniziale in cui giri tra gli ospiti, la maggior parte che non conosco, e socializzi.
Arriviamo e sono già quasi tutti seduti a tavola. Io so che ci sono 4 tavoli da 10 con i posti assegnati e tutti gli altri sono liberi, ti devi scegliere i compagnucci per la serata e andare al tavolo. Arrivo, mi guardo un po' attorno facendo finta di essere parecchio rilassata, quando vengo acchiappata da uno dei responsabili dei quattro tavoli. Ogni tavolo ha un responsabile (i capi dell'EASD) che deve accalappiare altri pezzi grossi (scelti precedentemente, non li rincorrono su e giù per il museo) e riempire il suo tavolo. Al tavolo dell'executive director c'è una sedia vuota, non sarebbe stato carino, vengo invitata a sedermi.
Un problema risolto. Non devo accalappiare nessuno, ho un tavolo.
I miei compagnucci sono: il già citato executive director e sua moglie, un'altro tipo alto due metri e sua moglie (credo, erano lontani da me, ci siamo solo sorrisi), alla mia sinistra un vecchio medico persiano e sua moglie da trent'anni in California. Mi presento. Lui si presenta e mi sciorina una lista di titoli, premi e università dove ha lavorato. Ha balzicato il mio ufficio al congresso, e so che è stato nominato varie volte per il nobel perchè ha scoperto non ho capito bene cosa, e pensa che dovrebbe vincerlo. Chi non vorrebbe vincerlo, si beccano una quantità di soldi impressionanti. Ho anche scoperto che il signor Nobel è quello che ha inventato l'esplosivo e che è diventato ricchissimo vendendolo solo ai prussiani, che così vincevano sempre loro, e in vecchiaia sentendosi un po' in colpa, ha istituito questo premio (questo non me l'ha raccontato il persiano ma l'executive director durante un'altra cena). Gli chiedo se sia mai ritornato in Persia, ma lui mi dice che rischierebbe la vita, è accusato di tradimento, di essere una spia degli americani, non è un gran chicchierone come spero, gli racconto che ho vissuto in Libano sperando così di agganciarlo, ma non ha molto da dirmi. Per fortuna alla mia destra c'è Regina, una dello staff dell'EASD che conosco, poco, ma chicchieriamo piacevolmente mentre ci servono la cena presidenziale.

Che in Danimarca consiste in antipasto, salmone, molto buono ma mi sta uscendo da tutti i pori, e una portata principale, del vitello, pare molto buono, con contorno di verdurine lesse e puré di patate. A me hanno portato un piatto di puré di patate.

Fine.

Della cena presidenziale.

Ora tutti in piedi, col bicchiere di vino, per andare ad ascoltare il concerto. Un violoncello, un oboe e un'arpa. Primo pezzo: un compositore danese, ci spiega l'oboista, che purtroppo è morto l'anno scorso, e sono molto tristi perché suonava con loro, ma purtroppo è morto, e allora hanno voluto suonare questo pezzo del loro amico morto, che si intitola qualcosa come “Per tutte le persone che abbiamo conosciuto e che non vediamo più”. Allegria. Per fortuna dopo suonano un pezzo dei Beatles. Quello che fa: “All the lonely people, where do they all come from; all the lonely people, where do they all go to”. Doppia allegria. Si passa a Scarborough Fair. Pezzo perfetto per mettersi a ballare in modo sfrenato tra le statue del museo. Poi un pezzo di un altro danese simile al precedente, e infine il pezzo più allegro della serata, davvero, “Blackbird”. Fine. Solo uno si alza in piedi per applaudire, uno che deve avere dei problemi a camminare perché lo vedo sempre in giro su una specie di sedia a rotelle/motorino. Ho avuto una paura tremenda di un bis, ma forse qua non usa.
I commenti stamani sono tutti entusiasti.
Finito l'entusiasmante concerto tutti in fila per mangiare i dolci, che per quantità superano il resto della cena.
E' quasi finita. Mi avvio verso l'uscita dove ci sono gli altri dell'EASD. Che si fa si va? Non ci si muove. Ci guardiamo. Sorridiamo. Incrocio lo sguardo di Klaus, il mago del computer, un vero mago del computer, un tipico tedesco, sui quaranta, barbetta, buzzo da birra, beve solo quella, con l'aria sempre un po' burbera, di poche parole, ma è diventato il mio preferito, soprattutto da ieri sera. Che dici si va? Aspettavo solo che tu me lo chiedessi. Scendiamo le scale, quasi di corsa, capisco che lui si è divertito tanto quanto me, c'è il pulman che ci aspetta per riportarci all'albergo. Il burbero di poche parole però si preoccupa degli altri, e li chiama. Saliamo sul pulman e arrivati all'albergo il burbero mi chiama un taxi.
Fine.

I commenti stamani degli invitati che ho incrociato sono tutti entusiasti della serata. Io sono d'accordo solo con uno dei commenti: “Very Danish”.

20060914

Indovina chi viene a cena

Sei in giardino, in romantica cenetta a lume di candela, tra gatti, corvi, scoiattoli e taluni topetti, quando si avvicina l'orrendo ospite. Trattasi di Opossum, lunghezza di circa 50 cm più altrettanti di coda, andatura di un maiale, pelo corto tipo rattone, decisamente non l'adone degli animali. Pare schivi l'uomo, normalmente. Non quella sera.

Ein Kaffee, bitte


Siamo nel centro dello Stato di Washington negli anni ’60, nel ridente paesello di Leavenworth. In origine la zona era abitata dalle tribù indiane degli Yakima, Chinook e Wenatchi, solo succesivamente pionieri cercatori d’oro e coltivatori vi hanno fondato l’attuale cittadina (1890). Segue un periodo di benessere economico grazie al passaggio della linea ferroviaria che porta nuove opportunità e commerci. Le cose precipitano quando la Great Northern Railway Company decide di deviare i binari escludendola dalle principali rotte commerciali, e la cittadina nel giro di trentanni rischia di morire abbandonata. Ma ecco l’ideona geniale di un consigliere comunale: dobbiamo attirare i turisti, e quindi, suvvia, rimbocchiamoci le maniche e trasformiamoci in un tipico villaggio bavarese. Ed ecco che il villaggetto cambia aspetto, le facciate delle case vengono ridisegnate in perfetto stile tedesco, e via con l’October Fest, la birra, i wurstel e crauti. Pare abbia funzionato, e adesso vi passa un milione di turisti l’anno, tanto da valerle l’appellativo di “The miracle Town”.
Se ci capiti per sbaglio ci metti un po’ a realizzare dove sei finita, molto meno a fuggire.

The cat is on the table (near the pencil)

La settimana scorsa trovo la seguente mail, intitolata "stick-to-it-iveness":
Signorina Vitt,
siamo a settembre: tempo di scuola, di nuovi progetti, nuove iniziative e vecchi appuntamenti. La nostra prestigiosa scuola ha
deciso di fregiarsi anche quest'anno della sua bizzarra collaborazione. Quindi animo! Si sbarazzi dello scolaretto che ha adescato per il suo flirt estivo e che vive a sbafo a casa sua. È tempo di rigore e disciplina.
La aspetto nel mio ufficio giovedì prossimo. Puntuale.
Prof.ssa Hannah J. Susannicchi-Subu


Quindi, richiamata al dovere e sbarazzatami di alcuni orpelli, rieccomi. Riniziamo lentamente con un'espressione facile facile:
"where the rubber meets the road"
che identifica il momento topico, rivelatore, il clou insomma. Pare anche che fosse lo slogan di un pubblicità di pneumatici negli anni '60. Pare.

20060913

Sempre meglio


Direi che dal primo tentativo ho fatto dei notevoli passi avanti. Questi sono l’avaguardia dei pattini a quanto pare. Si chiamano Land Roller, hanno le ruote solo esterne e anche se non sembra si riesce a starci in piedi. Dovrebbero essere più stabili, risentire meno delle asperità del terreno, ed essere più semplici da usare per i principianti. L’impressione è che siano un po’ troppo pesanti (un paio di chili). Ovviamente la bionda (stronza) l’avrei ribeccata stavolta.

20060906

Pisa Rocks/3


Lunedì sera Piazza delle Vettovaglie concerto di musica Gnaoua. Pisa International! Pisa come Essaouira. Quattro musicisti direttamente dal Marocco.

Un po’ di storia:

In primo luogo, con il termine “Gnaoua” si intende una minoranza etnica del Nord Africa discendenti degli schiavi e soldati provenienti dall’Africa sub-sahariana. Le comunità Gnaoua nel Maghreb sono originali quindi di diverse regioni e hanno costituito un’identità collettiva nell’esilio. Le origini della comunità africana nera risale almeno al periodo della conquista da parte del sultano Ahmed el-Mansour dell’impero Songhai nel 1591, quando molte migliaia di uomini e donne furono portate al nord per lavorare come servitù. Ma ci sono documenti che dimostrano la presenza di africani neri e la loro musica tradizionale nel Maghreb già nell’undicesimo secolo. In Marocco la tratta degli schiavi è continuata fino ai primi anni del ventesimo secolo.

In secondo luogo il termine “Gnaoua” si riferisce alle persone che partecipano nella cerimonia rituale e musicale chiamata Lila (in arabo significa “notte”). Non tutti gli appartenenti all’etnia Gnaoua partecipano in questa cerimonia, né tutti i partecipanti alla Lila sono discendenti di popolazioni sud-sahariane. Ma la tradizione Lila viene riconosciuta come una manifestazione culturale Gnaoua.

La Lila è una cerimonia intensa fatta di canzoni, musica, danza, costumi e incenso che si svolge durante tutta la notte e finisce di solito verso l’alba. La funzione essenziale della Lila è provocare nei partecipanti stati di trance che si manifestano attraverso impressionanti e spettacolari danze con le quali si riesce a comunicare con gli spiriti. Attraverso queste danze i partecipanti possono negoziare la loro relazione con gli spiriti, conciliandocisi o rafforzandola.

Inoltre, con la danza e le canzoni della Lila si racconta la storia Gnaoua, le loro terre di origine, l’esperienza dei loro antenati schiavi, del loro rapimento, vendita, separazione e solitudine, e alla fine la loro redenzione.

Questi gruppi sono formati da un capo (maâlem), dai suonatori di qarqba, grosse nacchere di metallo, dai chiaroveggenti, i medium e i loro seguaci. Sono allo stesso tempo musicisti, iniziatori e guaritori, richiamandosi sia alla cultura africana che quella berbera. Nonostante siano musulmani, il rituale Gnaoua si basa sui djinn (spiriti) originari del culto africano della possessione. Oltre ai qarqba, vengono suonati il guimbri, un grosso liuto a tre corde, e il tabal, un tamburo cilindrico di legno.

Dagli anni 70, la cultura Gnaoua, soprattutto la parte legata alla musica e alla danza, è uscita dal ristretto gruppo etnico che la praticava e si è inizialmente mescolata ad altri generi di musica marocchina soprattutto quelli legati a storie di diaspora e di protesta, e in seguito, attraverso l’interesse di musicisti europei e americani come Randy Weston, Pharoah Sanders, Bill Laswell, Jimmy Page, and Robert Plant, è diventata conosciuta anche al mondo occidentale.

Il concerto in Piazza delle Vettovaglie ha attirato un bel po’ di gente, non so se gli Afterhours sarebbero riusciti a fare di meglio, un lunedì sera senza manifesti attaccati ovunque. L’evento era anche abbastanza curato con grossi tappeti stesi per terra sia per i musicisti che gli spettatori, uno spazio per darsi alle danze e alla trance, candele, incenso.


Il prossimo appuntamento? Al festival di Essaouira giugno prossimo. Sul sito del festival si può anche ascoltare un po' di musica.


20060905

Pisa Rocks/2

Sabato sera Festa dell'Unità a Ospedaletto dopo il concerto degli Afterhours, giovane gruppo pisano (immagino) all'interno dello Spazio Giovani. Ci sono finita per caso, ovvio. Genere: heavy metal, credo. Quattro elementi: batterista chitarra basso voce. E' sulla voce che mi vorrei soffermare. Cantava urlando. E questo è normale. Molto nella parte del front man di un gruppo heavy, o punk, insomma non pop. Come ve lo immaginate? Capelli lunghi un po' sudici e vestito senza molta cura, magliettina, pantaloni strausati? Errore: capelli corti, torso nudo (e questo nel nostro immaginario ci può anche stare) pantaloni neri al polpaccio, con mutande giorgioarmani che si intravedono, scarpe silver della nike.

Pisa Rocks/1


Sabato sera Festa dell'Unità a Ospedaletto concerto degliAfterhours. Lo so che molti storceranno il naso, tanto la maggior parte della gente storce il naso sempre, quindi, evviva gli Afterhours. A me piacciono.
Al concerto sono arrivata un po' in ritardo e per questo motivo è successo il miracolo: sconto di 3 euro!
Diciamo che non c'era proprio il pienone ma dei fedelissimi fans che sapevano molte canzoni a memoria - ci sono stati i cori di solo pubblico per Varanasi Baby (o forse era Bye Bye Bombay?), emozionante; ed io mi sono resa conto che non avevo studiato abbastanza, mi sarei dovuta ripassare diligentemente i loro pezzi almeno nel pomeriggio, ammetto che certe volte ho fatto finta di cantare.
Ora non sono un'esperta (e questo si era capito) ma sono un bel gruppo di musicisti (guarda che ti vedo che storci il naso), soprattutto il tastierista che oltre la tastiera suonava una serie di altri strumenti e a un certo punto suonava sia la tastiera normale che quella specie di minitastiera a fiato con cui si giocava da bambini con i tasti tutti colorati. Anche il violonista mi ha colpito. Ci sono stati ben 2 bis; il secondo neanche tanto richiesto, perché avevano già attaccato la musica registrata, tipo Elton John e ce ne stavamo tutti andando quando qualcuno si è accorto che non era più la musica registrata ma Manuel Agnelli che se la cantava e suonava. E' seguito un Long and winding road, e poi Male di miele, la mia preferita, quella la sapevo.
Per i veri appassionati un'intervista in inglese qui.

20060901

Aspettando la Signorina Vitt

Si sa, ci sono alcune lingue che con una parola sola riescono a dare il senso a qualcosa che in italiano si dice con sedici. Una di queste è la lingua rapa nui. Basta dire TINGO, e il tuo interlocutore capisce "prendere in prestito un oggetto dopo l'altro dalla casa di un amico fino a svuotargliela". Oppure, per dire "far rimbalzare i sassi sull'acqua" c'è un'unica parola usata nei Paesi Bassi: PLIMPPLAMPPLETTEREN. E ancora, quante volte avremmo voluto usare una parola sola per esprimere "tagliare i capelli a qualcuno in occasione di una cerimonia ufficiale, e ottenere l'effetto contrario di peggiorare il suo aspetto"? In giapponese c'è: AGEOTORI.

Questo e altro nel libro di
Adam Jacot de Boinod, Il Senso del Tingo, Rizzoli, 208 pagine, 14,50 euro.