20091130

Facce

Nel 1976, Richard Avedon si recò a Washington per fotografare Henry Kissinger. Mentre Avedon lo conduceva in posizione, Kissinger gli disse: "Sii gentile con me".

Da secoli gli artisti ritraggono i grandi - Filippo IV di Velazquez a Elisabetta II di Lucien Freud - e l'atto stesso di ritrarre mette il re o il tiranno, il presidente o il diplomatico in un improvviso stato di squilibrio, di trasferimento di potere. Avedon sapeva che Kissinger stava cercando di manipolarlo; ma cosa voleva esattamente? "Voleva sembrare più saggio, più caloroso, più sincero di quanto pensasse di essere?" Avedon scrisse più tardi: "Non è banale e anche un po' avvilente far sembrare qualcuno saggio, nobile (che è facile da ottenere), o anche convenzionalmente bello, quando l'oggetto stesso è così più complicato, contradditorio, e quindi, più affascinante?"

Lo scorso settembre quasi tutti i leader mondiali erano a New York per un incontro delle Nazioni Unite e Platon, un fotografo di questa rivista si è costruito un piccolo studio accanto al piano dell'Assemblea Generale, cercando di attirare davanti alle sue lenti il maggior numero di capi di stato possibile...

Qui il link al New Yorker con le foto dei leader e il testo completo, in inglese. Per ogni foto c'è un brevissimo commento del fotografo, in inglese.

Se cliccate su gender scoprirete che le donne sono solo quattro.
Se cliccate su age scoprirete che il nostro è nell'ultima fila. Il più giovane invece è il presidente di transizione, o qualcosa del genere, del Madagascar, ed è nato nel 1974.

Mentre guardavo una a una le fotografie, e alcune sono molto belle secondo me, pensavo che basta la giusta foto a darti il carisma. E ho pensato a tutte le foto che hanno aiutato a fare Obama, Obama. Beh, Obama non si è prestato a questo progetto e non si è fatto fotografare. La foto presente è sempre di Platon ma fatta in un altro contesto.

Il commento al nostro, se lo volete sapere, è che era totalemente a suo agio davanti alla macchina fotografica, che non ha dovuto dirgli nulla e che il nostro ci si è divertito un mondo.

20091127

Biciclette di tutto il mondo unitevi, qui è la guerra civile

Ieri ho legato la mia bicicletta al tubo di scarico della'acqua, quello che scende dalla grondaia. Ho imparato, ieri, che tale tubo si chiama doccia.
Ho trovato il seguente biglietto quando sono andata a riprendere la mia bicicletta. Sono scappata immediatamente, non volevo correre il rischio di incontrare il tizio che l'aveva scritto.

La doccia non serve per legare le bici!!
Hai danneggiato il muro!
La prossima volta mettila alla doccia di casa tua!

Ma prima di scappare gli ho scritto sulla sua doccia col pennarellino indelebile fucsia che mi porto sempre dietro:

Io nella doccia mi ci lavo.
Dovresti farlo anche te.

(non è vero, non l'ho fatto, ma ci stava bene, no?)

20091125

Mai più senza






Nessuno dovrebbe rinunciare al bordo.
Siamo o non siamo in democrazia.

Sogno di una notte di mezza estate di Oskaras Korsunovas

La scena è vuota.
Vuota.
Non c'è un albero, né niente che lo rappresenti.
Non c'è un tappeto al posto di un prato.
Non c'è né un trono né un'alcova.
Non ci sono le orecchie dell'asino.
Nulla.
Ma gli attori ci sono. E sono tanti. E sono giovani. E parlano il lituano, purtroppo. E sono tutti vestiti uguali, maschi e femmini, con delle salopette.
Tutti tranne Puck. Lui, che però è una donna, è vestito di nero e porta un marsupio, nero, che contiene il fiore magico che fa innamorare.
Sono gli attori che riempiono la scena. Con il loro corpo, che salta, si contorce, balla, dorme, suona; e con una tavola di legno che tengono sempre con sé, sulla quale saltono, con la quale si contorcono, ballano, che suonano, sotto la quale dormono e ci si nascondono quando serve. Una tavola di legno semplice semplice ma che messe tutte insieme creano l'alcova e i troni e l'albero e il prato e quel muro col piccolo buco dal quale Piramo e Tisbe si baciano.
A tutto il resto ci pensano le luci, ben fatte, e la fantasia dello spettatore.
Tutto questo ha chiuso la programmazione autunnale del Teatro Era di Pontedera.

20091123

Di più

Nel tabbuleh come si fa in Libano ce ne vuole di più di prezzemolo, molto di più.
Il tabbuleh come si fa in Libano è prezzemolo con qualche pomodoro e chicco di burgul; condito ovviamente con olio, limone, sale e spezie varie.
Il tabulleh come si fa in Libano è una cosa tutta verde.
Il mio mazzo di prezzemolo non è bastato.
E preparare il prezzemolo, cioè eliminare i gambi, è un esercizio zen, altro che pulire le cozze. A me è sembrato un'infinità il prezzemolo che avevo e guarda lì il risultato.
Il mio tabbuleh non è verde.
Però è venuto buono lo stesso anche se c'è troppo poco prezzemolo.





Perché a Beirut si mangia bene.
Si mangia libanese: e sono salsine di ceci e di melanzane; yogurt, quello buono; olive olive olive - perché siamo sul mediterraneo e gli ulivi ci accomunano; formaggi fusi, fomaggi da spalmare, e quelli conditi; il pane loro profumato di pane; lenticchie con le cipolle rosolate; polpette di carne e polpette di pesce e polpette di ceci; patate piccanti. Aglio quasi ovunque. Dolci dolcissimi con sciroppo di rose. Noccioline. Caffè cremoso.
Ma si mangia anche tutto il resto.
E' pieno di ristoranti. Di tutti i tipi.

... e quelle dei quotidiani tedeschi

(cliccare sul titolo)

20091121

Le vette della politica italiana

Fini: Stronzo chi dice che siete diversi.
Calderoli: Anche illuderli è una stronzata.

Post n. 29

Divertirsi!
Fu la risposta della Vitt quando le fu chiesto lo scopo di un gioco con i dadi.
Scopo del blog?
Ogni mese cercare di battere il numero di post del mese con più post.
Ebbene, finalmente novembre è riuscito a battere gennaio, che con i suoi 27 post rimaneva imbattuto dall'inizio dell'anno!
Evviva novembre!

Cacà Carvalho


Cacà Carvalho quando entra in scena mi fa paura. Anche perché è lì a un metro da me. Posso sentire il suo odore, la fatica del suo respiro. Cacà Carvalho è grosso, imponente, riempie tutta la scena, non riesci a togliere lo sguardo da lui. Ha gli occhi scuri scuri mai distratti. La bocca carnosa, elastica dalla quale esce una voce che non delude. Parla italiano, con il bell'accento brasiliano. Cacà Carvalho non si vergogna, è sicuro di sé e a pochi passi dal pubblico si leva la giacca, la camicia, le scarpe, i pantaloni e rimane in mutande.
Con il progredire dello spettacolo mi abituo a Cacà Carvalho, ma fino alla fine mi fa paura.
Cacà Carvalho è il protagonista del 1° studio di L'Ospite Segreto, uno spettacolo diretto da Roberto Bacci al Teatro Era di Pontedera. Interpreta un attore in crisi con i personaggi che ha impersonato durante la sua carriera e che gli appaiono per tormentarlo. Come spesso accade per gli spettacoli prodotti dal Teatro di Pontedera, anche questo è pieno di rimandi e citazioni e devi aver frequantato per anni personalmente gli attori, i registi, i tecnici e tutti i corsi di quel teatro per capirli. Io ho riconosciuto un dialogo da Tartufo di Molière (yuppie!) ma solo perché quel testo lo avevo praticamente imparato a memoria per un esame.
Insieme a Cacà Carvalho c'è l'attrice Joana Levi, anche lei brasiliana. Rimane in secondo piano per i primi tre quarti dello spettacolo. Non deve essere facile stare accanto a Cacà Carvalho. Interpreta l'assistente personale dell'attore e non si capisce neanche troppo bene se sia maschio o femmina. Lo segue, lo riveste, lo pettina, lo nutre, lo sgrida, lo risente. Verso la fine, però, si scioglie i capelli, prima raccolti in un cappellaccio, si spoglia, anche lei, ed è sicuramente femmina, e si infila dentro un vestito da gran dama. Succede durante il dialogo di Molière. Smette di fare l'assistente personale e diventa uno di quei personaggi che tormentano l'attore (credo), facendolo impazzire ancora di più.
Dice l'attore, non ho mai imparato ad esistere.
Ma potrebbe essere anche, a desistere.
Mi è piaciuto molto il sistema di specchi ondulanti sui quali rifletteva la luce facendo muovere le ombre sulla scena.

20091119

Amiche

Mi ha scritto Charlotte Gainsbourg.
Davvero!
Voleva che vedessi il suo nuovo video della canzone 'Heaven can wait' che canta insieme a Beck. Mi ha mandato il link, questo.
Davvero!
Charlotte Gainsbourg ha interpretato l'ultimo film di Lars Von Trier, ma io l'ho perdonata.

Un blog al giorno

Kootoob.
E' bellissimo. Bart, non sei d'accordo?
Infatti lo aggiungo subito tra le mie Stazioni.

Kootoob, è un blog libanese.
- Ma dai, libanese. Strano, non parli mai del Libano tu. Ultimamente.
Kootoob cerca di raccogliere tutto quello che viene prodotto in Libano nel campo dell'illustrazione, soprattutto finalizzata ai libri. Ma c'è anche un video, tra i post recenti. Notevole, secondo me.

Prendo un'immagine a caso da Kootoob:



Questa si chiama Beirut.
- Ma dai, Beirut. Strano, non parli mai di Beirut tu. Ultimamente.
Ed è di Jana Traboulsi.
Jana Traboulsi ricorda un po' Kerblog, invece.

Zeina Abirached

E' una fumettista libanese.
Ha meno di trent'anni.
Vive tra Beirut e Parigi.
Di lei ho letto Catharsis e, comprato all'areoporto di Beirut e letto subito - il volo era in ritardo, Je me souviens (sull'ulitma pagina c'è George Perec). Ora ho scoperto che in Italia Becco Giallo ha pubblicato Il gioco delle rondini. Così magari lo leggo in italiano e lo capisco tutto.
A prima vista assomiglia a Marjane Satrapi e il suo Persepolis. Anche Abirached usa il bianco e nero, molto nero. Anche le figure di Abirached sono stilizzate, ma a differenza di quelle di Satrapi, hanno i ricci.
- Ah! I libanesi hanno i ricci?
- Sì! Moltissimi.
Anche le storie che raccontano si assomigliano; raccontano le difficili situazioni politiche dei loro due paesi. Abirached è nata durante la guerra civile libanese, e nei suoi fumetti racconta quella normalità lì.
In una lunga intervista qui, dice di essere stata influenzata tra gli altri anche da David B. Lui non usa solo il bianco e il nero, ma anche il rosso, il giallo; lo stile però è simile.
- Ha copiato la Satrapi?
- Boh.
- La Satrapi sicuramente è venuta prima.
Zeina Abirached ha fatto anche un filmino di tre minuti.
A me piacciono tutti e tre:


David B



Marjane Satrapi



Zeina Abirached

20091118

Filosofia indiana dove meno te l'aspetti

Il collegamento internet di casa non va benissimo. E' lento.
Abbiamo capito che è un problema di porte. Quelle giuste non sono aperte.
Io ho provato a sfondarle, ma credo di aver peggiorato la situazione.
Ora stiamo aspettando che ci faccia visita l'esperto per aprirci le porte.
Un po' come per i chakra.

Jap












Il blog Zen and the City da Tokyo ci racconta dei manifesti apparsi da un po' di tempo nella metropolitana della capitale giapponese per ricordare ai suoi fruitori il giusto comportamento.
I manifesti sono sinteticamente giapponesi, o giapponesamente sintetici.
Qui li potete vedere tutti.
L'ultimo assomiglia al mio coinquilino, anche nella posa.

Vegetariani o carnivori?



Alquanto bruttine tutte e due, le foto.
Viene voglia di darsi alla macrobiotica.

20091115

Beirut, Libano

Beirut per me non è Solidere, non è downtown. E nonostante le guerre, le battaglie per le strade, le auto saltate in aria, e tutte le ricostruzioni, Beirut è rimasta identica a come l'avevo lasciata. Almeno per me.
Beirut è affascinante perché è un controsenso continuo.
C'è downtown e ci sono le baracche.
Le strade pedonali e quelle invase dalle auto.
Soprattutto quelle invase dalle auto
Il grattacielo fatiscente e quello tutto vetri e specchi.
La donna col burqqa e quella tacchi a spillo e profondo decolté.
L'arabo e il tedesco.
Ristoranti libanesi e quelli sushi.
Locali notturni ultima moda e vecchi negozietti che fanno solo panini coi felafel.
Abitazioni in stile libanese e brutti blocchi di cemento.
Cemento e alberi.
Nonostante il cemento.
Il mare e la montagna.
La terra arida e la terra rigogliosa.
I cristiani e i musulmani.
Gli armeni e gli ebrei.
Credo molto molto pochi di questi ultimi.
I palestinesi.
Il dollaro e la lira libanese.
L'arabo, il francese e l'inglese.
Nel senso di lingue parlate.
I fenici e i romani.
Le chiese e le moschee.
Tutti in 10.400 km2 di territorio.
Cioè: è metà della Toscana.

Ha smesso

Il micronde, di fare quella cosa.
Ha capito che forse stava esagerando.

20091114

Sburk

Il soprannome diventa legale.
Lo dice il GR2.

Resistere?

Aiutoooo!
Il timer del micronde si è messo a girare al contrario.
Non vuole tornare allo zero.
Ma perché?

20091113

Storie


Nel giorno del suo matrimonio a una donna viene ucciso il marito. Lei piano piano, testarda scopre i colpevoli e li uccide uno ad uno senza pietà.
Quentin Tarantino?
No, François Truffaut.
Uma Turman?
No, Jeanne Moreau.
Kill Bill?
No, La sposa in nero

Finalmente, Beirut



A Beirut si arriva dal mare. Beirut sta tutta lì sulla costa. L'aereo la costeggia tutta prima di atterrare nell'areoporto che sta più a sud. Te la fa vedere ben bene così sai a cosa vai in contro. Il giorno che sono arrivata io era molto afoso e una nebbia nascondeva un po' Beirut. Come in un sogno.
Me la ricordavo più piccola. E mi sa che lo era veramente; non come la mia vecchia scuola dove i cortili si erano rimpiccioliti e le palazzine si erano avvicinate le une alle altre. Beirut era diventata sterminata, non finiva più. Per fortuna c'erano quelle montagne che la bloccavano, altrimenti, sono sicura, Beirut avrebbe invaso la Siria. Di qua c'è il mare, e nonostante gli investimenti degli Emirati Arabi ancora non hanno costruito isole e penisole artificiali.
Beirut non è bella, ma è così esteticamente incasinata (è incasinata anche per altri aspetti, ma facciamo una cosa alla volta) che non ti ci puoi non affezionare. Almeno così è per me; che però il mio giudizio non è neanche molto obbiettivo perché io a Beirut già gli volevo bene, perché già io e Beirut c'eravamo conosciuti e frequentati, e voluti bene.
A Beirut si costruisce. Sempre e senza alcun tipi di piano regolatore.


Tranne che per la zona chiamata Downtown che è nuova nuova e precisa precisa. Si trova in quella zona di Beirut che durante la guerra civile è stata completamente distrutta. Dice che l'abbiamo costruita esattamente com'era prima, palazzine di pietre ocra piene di finestre, le moschee accanto alle chiese. Sotto i bar. Il centro commerciale. Le strade pedonali. Ancora non hanno finito. Ancora lavorano lì vicino. E ci sono ancora le rovine di un cinema: una costruzione ovale in decadenza tra il downtown e la nuova moschea con le cupole azzurre, perfetto monumento al ricordo della guerra che fu, e che aleggia sempre dietro l'angolo. In fondo c'è il mare.
A Beirut in fondo c'è sempre il mare. Anche il lungomare, che si chiama Corniche, hanno risistemato, ma quello mi piace anche se ora ci sono quelli che corrono. Ma c'è anche il casino delle macchine, il tizio che sistema le sedie di plastica due a due vicino alla ringhiera sopra gli scogli e vende fumate di narghilè, l'omino che vende in una scatola i dolciumi, quello che fa le foto. E in fondo in fondo c'è ancora la ruota panoramica e poi i piccioni, i due scoglioni che spuntano fuori dal mare vicini alla costa. Io me li ricordavo più lontani.
Downtown non mi piace. Apprezzo la voglia di ricostruire e di farlo in modo sensato, ma downtown non ha anima, non è Beirut, è una finzione. Ho pensato che magari tra qualche anno sarà meglio.
C'è polemica infatti intorno alla costruzione di Downtown.
Vicino a Downtown c'è ancora un albergo, ormai in rovina per le pallottole e per il tempo, dove si andava prima che io e Beirut ci separassimo per tutto questo tempo. E' sul mare e c'era una bella piscina. Il mare di Beirut è molto inquinato e si va nelle piscine, ci filtrano l'acqua salata, noi andavamo in quella del St Georges. Anche a quel tempo il St Georges era in rovina, ma solo per le pallottole. Beh, è tutt'ora lì, resiste, e da un suo fianco scende uno striscione enorme: Stop Solidere. Solidere è la ditta che sta costruendo Downtown. Davanti al St Georges c'è la statua di Hariri, ex primo ministro libanese ed uno dei principali ideatori e costruttori di Solidere. Hariri venne assassinato in un attentato qualche anno fa, la sua auto saltò in aria proprio vicino al St Georges mentre lo stavano ristrutturando. Il proprietario del St Georges, che è un'istituzione a Beirut da sempre, è lì dagli anni cinquanta ed era uno degli alberghi più chic e frequentati dalla Beirut bene, è contrario a Solidere, dice perché dietro c'è molta corruzione e perché sta snaturando questa parte della città, e probabilmente è vero, ma anche perché il progetto gli ha portato via la maggior parte del suo porto turistico.
Io mi ricordo che il St George, sul fianco verso la piscina, aveva una grossa terrazza tonda ed un collega di mio padre raccontava che lui lì su quella terrazza davanti al mare aveva conosciuto sua moglie. Anche la terrazza a quel tempo era in rovina. Ho provato ad affacciarmi al di là delle pareti che avevano messo su intorno all'albergo per vedere se avevano riportato la terrazza al suo antico splendore, ma non sono riuscita a vedere niente, neanche la piscina.


(Del contenzioso tra il St Georges e Solidere non ho saputo nulla mentre ero a Beirut; l'ho scoperto qui, da dove viene anche la foto)

20091112

Nuove passioni


Anche se certe volte la fa un po' lunga, ma Pennac mi ha insegnato a saltare i paragrafi, sono diventata una fan di Chourmo.

20091111

Valzer con Bashir


Daniele Luttazzi non ne aveva parlato bene del film. Forse perché non accusava abbastanza gli israeliani. Forse ha ragione, non lo so.
E' un film d'animazione, o come lo chiama Anthony Lane a cui è piaciuto molto (ed è cosa rara), è un adult psycho-documentary combat cartoon.
Il disegno non è particolarmente artistico, come quello di Belleville per esempio; le figure umane, molto simili al vero, sembrano muoversi a scatti e c'è un colore marrone-giallo-oro che persiste per tutti i circa 90 minuti. Questo aiuta a mantenere la storia nell'ambito dei sogni, degli incubi, della memoria che si rifiuta di ricordare, dell'inconscio.
E' un ex-soldato che cerca di ricordare; un ex-soldato che partecipò all'invasione del Libano del 1982.
Si racconta del massacro di Sabra e Chatila.
Si racconta che furono i falangisti libanesi a perpetuarlo per vendicare l'assassinio del loro, e di tutti i libanesi, primo ministro Bashir Gemayel.
Si racconta che gli israeliani che avevano da poco invaso Beirut erano appostati sui tetti intorno a quei due campi profughi e controllavano l'entrata.
Si racconta che non fecero nulla per fermare il massacro.
Si racconta che Ariel Sharon, a quel tempo ministro della difesa, ricevette una telefonata da parte di un giornalista che lo avvisava di cosa stava succedendo.
Le ultime scene del film non sono d'animazione, sono reali. E' un'avvertenza, io non ho guardato.
Il titolo non l'ho capito.

Possibilità infinite


Di jazz so veramente poco. Conosco qualche nome, qualche pezzo famoso.
Il mio coinquilino ultimamente dice che gli piace il jazz e Enez vaz gli ha subito regalto un CD. C'è stato un periodo, breve e felice, che quando rientravo a casa per pranzo lo trovavo sul divano a leggere un libro e ad ascoltare Louis Armstrong; la tavola apparecchiata e i piatti lavati.
Ieri sera mentre mi chiedevo se aggiungere anche qualche chiodo di garofano al brodo di verdure per il risotto col radicchio, su radiodue, durante la trasmissione mobydick, ho ascoltato un'intervista a Sonny Rollins. Alla domanda se era contento della vittoria di Obama, essendo lui nero e avendo partecipato sempre alle manifestazioni per i diritti dei neri, Rollins all'inizio è titubante.
No, penso io mentre controllo se il cardo finalmente è cotto, non sarà mica stato dalla parte di Bush!
Per fortuna no.
Io sto molto più a sinistra di Obama, dice Sonny Rollins.
Sul sito di radiodue si può riascoltare il podcast.
Qui l'articolo del The Guardian da cui ho preso la foto.
I muffins al cioccolato sono venuti troppo cotti.

Mal comune mezzo gaudio



Dalla Stampa di ieri il Buongiorno di Massimo Gramellini:

Sarkozy così
Fratelli di Francia, dall’altro lato del Muro Alpino vi giunga il più caloroso degli abbracci. Deve essere dura sopportare un leader iperattivo ed esibizionista, con il piglio del dominatore eppure così insicuro da mettere i tacchi rialzati alle scarpe e inseguire i sondaggi come belle donne (e viceversa). Uno che confonde pubblico e privato, figli e famigli, sogno e realtà. È la sua ultima prodezza che mi ha spinto a scrivervi. Geloso dei Gorbaciov e dei Kohl, che per una notte gli avrebbero rubato il centro della scena, ha messo su Facebook una sua foto di vent’anni fa che lo ritrae, giovane deputato, mentre prende a picconate il Muro di Berlino.
Ora «Le Monde» avrebbe scoperto che arrivò sì a Berlino armato di piccone e macchina foto. Ma la settimana dopo, come un qualunque turista della storia. Certo è che la sua smania di protagonismo lo porterebbe a fare lo sposo a ogni matrimonio e il morto a ogni funerale. Comprendo la vostra frustrazione: lo avete eletto per mancanza di alternative, avendo voi un centrosinistra diviso e indeciso a tutto. La comprendo pur senza averla mai provata. Anzi, ne approfitto per offrirvi asilo politico nel Paese della sobrietà. Appuntamento dopo la mezzanotte al Check-Point Charlie di Ventimiglia.

Via wittgenstein.it le prove.

20091110

Come mi va a Novembre

Ascolto l'ultimo dei Pearl Jam.
Leggo Pity the Nation di Robert Fisk.
Robert Fisk per chi non lo sapesse è un giornalista inglese che da molti anni vive a Beirut. E' uno dei maggiori corrispondenti e esperti della situazione mediorientale. I suoi articoli tradotti si possono leggere certe volte sull'Unità.
Pity the Nation è il suo libro sulla storia del Libano, la storia soprattutto recente anche se ho appena finito il capitolo che racconta dell'esodo dei palestinesi nel 1948 quando Israele diventò nazione.
Racconta che la maggior parte dei palestinesi che pensarono fosse meglio andare via, erano convinti che sarebbero stati via per un breve periodo, brevissimo, così chiusero le loro porte di casa portandosi dietro le chiavi. Racconta Fisk, che molti palestinesi nei campi profughi in Libano queste chiavi ce le hanno ancora, e ancora sperano di tornare a casa loro.
Traduco da un altro capitolo: " (...) Allo stesso modo in cui si aspettavano che noi credessimo alla storia che questo fosse l'unico paese in cui fosse possibile sciare sulle motagne la mattina e nuotare nel Mediterraneo nel pomeriggio. Come molto altro in Libano, era fisicamente possibile ma non avevamo mai conosciuto nessuno che lo avesse veramente fatto."
Ah! Anche a me l'hanno raccontato.
Ed io c'ho creduto.
Pity the Nation è in inglese e dura 694 pagine. Avevo già provato a leggerlo anni fa ed ero arrivata a pagina 71. Ora sono a pagina 52 ma conto sull'entusiasmo post settimana libanese. Non credo che riuscirò a finirlo, non sono brava con i saggi, finisco solo quelli che devo leggere per forza.
E una storia inventata già mi sta mancando.

Dimmi quale sondaggio leggi e ti dirò chi sei

Oppure come quando leggi tutti gli oroscopi che ti capitano tra le mani fino a quando trovi quello più ottimista.
Insomma la notizia sul sito dell'Università di Pisa è questa:

L'Università di Pisa è al secondo posto in Italia nella graduatoria dei migliori atenei del mondo stilata dalla "Jiao Tong" University di Shanghai. Particolarmente rilevante è la posizione del settore della matematica, primo in Italia e ottavo in Europa.

Notare anche come nel trafiletto che richiama la notizia completa non si accenni in quale punto della graduatoria mondiale sia Pisa.
Non vi voglio lasciare in trepidante attesa: tra il 101° e il 150°

20091109

E' scritto sui muri


di Pisa.

Due filmoni


Ho dei pregiudizi verso Spielberg. Immagino che non si possa negare che abbia fatto la storia del cinema - americano - degli ultimi decenni. Suoi sono Duel, Lo squalo, Incontri ravvicinati del terzo tipo, 1941 Allarme a Hollywood, I predatori dell'arca perduta, ET... e poi L'Impero del Sole, Schindler's List, Salvate il soldato Ryan, Jurassic Park, Minority report etc. Ma non riesce a starmi simpatico. Facendo la lista dei suoi film più famosi ho capito che mi stava simpatico prima dei puntini di sospensione, poi è diventato troppo grandioso, troppo effetti speciali, troppo poco originale, troppo perfettino, come se non si vedesse più la mano dell'autore.
Insomma ho visto Munich. Mi è venuto voglia di vederlo dopo che ho visto La Banda Baader Meinhof, perché il commando palestinese, Settembre Nero, che assale l'edificio dove vivevano gli atleti israeliani durante le olimpiadi del 1972 a Monaco chiede insieme alla liberazione di un gran numero di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane anche la liberazione dei due terroristi tedeschi. Tutta l'operazione fallisce, per tutte le parti coinvolte.
Munich parte da lì, da quella strage, con delle immagini velocissime e tratte anche dalle televisioni che seguirono l'assalto. Per chi come me non aveva proprio presente presente l'accaduto si fa fatica a capire esattamente cosa sia successo, ma durante il film le immagini vengono riproposte con delle aggiunte e si capisce meglio. Munich parla della reazione israeliana alla morte dei suoi atleti. Di questa parte qui io non sapevo proprio niente niente, anche perché era un segreto. Chissà com'è che ora si sa? Ma magari infatti non si sa praticamente niente.
Munich è soprattutto un film d'azione anche se Spielberg, credo, abbia cercato di fare un discorso sulla vendetta (il film è tratto da un romanzo che si chiama Vengeance), ma a me è rimasto poco di quel discorso anche se apprezzo il tentativo.
Rimane poco perché forse dentro Munich ci sono troppo cose, accadono troppe cose, e il discorso Israele/Palestina è un discorso infinito.
A me alla fine è rimasto poco.
Comunque è stato istruttivo.

Ho dei grossi pregiudizi verso Tom Cruise. Proprio non lo sopporto. E tendenzialmente lo evito. Ma avevo sottomano in una tremenda domenica di bufera L'ultimo Samurai e allora perché non guardarlo al calduccio sotto le coperte.
Il mio coinquilino credeva di avere tra le mani I sette samurai. Apprezzo il tentativo.
L'ultimo samurai non è male per una domenica di bufera sotto le coperte. E' bello lungo, così che quando è finito è praticamente l'ora di cena, scorre bene, e Tom Cruise quasi quasi mi sta simpatico perché non ha quel sorriso da venditore-di-auto-americano-sono-tutto-io che ha nella maggior parte dei film che fa e secondo me anche nella vita reale dove diventa sorriso da scientology-io-sì-che-sono-ganzo.
Insomma, se sai cos'hai per le mani, cioè un film americano pieno di retorica, con l'eroe alcolizzato, depresso, distrutto, antipatico, attaccabrighe che si riabilita grazie alla filosofia dei samurai, allora L'ultimo samurai non è male.
Il capo dei samurai poi mi ricordava un po' Jean Reno.
E non c'è nessun innamoramento o immagine di sesso tra l'uomo bianco e la bella giapponese. Una retorica in meno, quindi.

PS. A Anthony Lane Munich non è piaciuto per niente.
PPS. Il villaggio dei samurai è stato ricostruito e girato in Nuova Zelanda.

20091107

Banyan


Ho cercato Banyan su wikipedia. Banyan è come ho trovato chiamato il sufotografato albero presente nel campus dell'American University Beirut.
Wikipedia italiano mi dice che i Banyan sono un gruppo art rock profondamente influenzato dal punk e dal jazz nato a Los Angeles nel 1997 per iniziativa del batterista dei Jane's Addiction.
Wikipedia inglese dice molto di più.
Dice che a essere precisi per Banyan si intende il Ficus Benghalensis, ma che però viene usato per altre specie di ficus. Il magnolioides non viene nominato, ma non li dice tutti.
Ci sono Banyan in varie parti del mondo, dice, tra cui un Ficus Macrophylla nell'orto botanico di Palermo, e giganti nei templi di Angkor Wat in Cambogia. Già! Ed io li ho visti. Ma sono molto diversi da quello a Beirut.
Dice, il wikipedia inglese, che il Banyan è un albero sacro in vari paesi, per esempio Budda raggiunse l'illuminazione sotto un Banyan.
Passando al profano, l'isola di Lost è pieno di Banyan.
E c'è un Banyan nello stemma dell'Indonesia.
Insomma non è un albero a caso.

20091104

Sono pacifista

Ma Vasco Rossi che canta Creep dei Radiohead in italiano, è vergognoso.
No?

guarda che lo so
che gli occhi che hai
non son sinceri
sinceri mai
ma sono qui (invece di I'm a creep)
amo dirtelo (invece di I'm a weirdo)
voglio restare insieme a te
ad ogni costo
ad ogni costo

Fatelo voi.

Resistere



Sta continuando il periodo delle carte che si smagnetizzano senza preavviso. In Libano è toccata alla carta di credito. Non fa piacere rimanere senza carta di credito quando ti trovi all'estero. Per fortuna ogni 10 metri a Beirut c'è uno sportello bancomat, e molti prendevano anche il mio di bancomat. Per fortuna non ho il bancomat e la carta di credito sulla stessa carta.
Quegli zuzzurelloni di Figaro e Ciliegia si sono mangiati gli ultimi dolcetti libanesi che avevo comprato in areoporto prima di partire. Avevo dimenticato la scatola CHIUSA in tavola. Figaro ormai ha i suoi dodici anni e ci sono particolarmente affezionata; ma Ciliegia rischia l'abbandono. Ovviamente non sull'autostrada.
Beirut è piena di gatti (ma sarebbe un po' complicato abbandonarla lì), soprattutto l'AUB, l'American University Beirut. L'AUB è fatto proprio a campus americano, tante vecchie belle palazzine sparse nel verde nel cuore di Beirut. Mi hanno raccontatto che è piena di gatti, perché anni fa, c'era un rettore particolarmente amante dei gatti che ne aveva adottati tantissimi. Negli anni probabilmente si sono moltiplicati e lì stanno, grassi e felici.
L'AUB è una smoke free area. Cioè dentro l'AUB, che ripeto è uno spazio all'aperto, non si può fumare, tranne in alcuni posti segnalati da un cartello, una panchina e un grosso portacenere. La cosa fa un po' ridere: una smoke free area all'aperto nel centro di Beirut, capitale di un paese arabo, nel quale come in tutti i paesi arabi tutti fumano molto e ovunque.
Tranne i gatti.


Questa è AUB.
Quelli sono alcuni gatti.
L'albero che si vede in fondo, con delle specie di liane, è l'albero sul quale da piccole io e Sus si faceva Tarzan. Non proprio quello lì quello lì; uguale, ma solo da un'altra parte dentro AUB.

20091103

Naji Al-Ali

Al Beirut Art Center, che non è un posto facile da trovare, consiglio vivamente di scaricare e stampare la cartina dal loro sito internet e di farla vedere al tassista anche se poi avrà comunque bisogno di chiedere, ma almeno il mio l'ha fatto, quello con cui è venuta Rula, c'ha messo un'ora a trovare la galleria d'arte perché non voleva chiedere. Perché a Beirut tutte le strade hanno un nome, ma tranne quelle proprio principali principali, nessuno le sa, neanche i tassisti, e per farsi portare nei posti devi dire al tassita un posto vicino, tipo una rotonda, una scuola, un palazzo che ha un nome, etc.
Dicevo.
Al Beirut Art Center fino al 16 maggio c'è la mostra intitolata 'America'. "(...) Né un'accusa né una celebrazione. L'obbiettivo della mostra è quello di riflettere sulle mitologie che hanno costruito e perpetuato l'idea di America e di considerare i modi in cui l'America è stata immaginata e rappresentata sia dagli americani che dai non-americani. (...)" Sono 16 i lavori tra istallazioni, video e fotografie.



Tre, in particolare mi sono piaciuti.
Le quattro fotografie di New York fatte con un rullino scaduto di Ziad Antar. Lui, nato nel 1978 a Sidone, nel Libano del sud, vive tra la sua città natale e Parigi. Le foto sono in bianco e nero, un po' sbiadite e con aloni di varie forme.
L'istallazione di Mounir Fatmi. Le pareti esteriori di una stanza sono tappezzate di documenti governativi americani sui fatti e i membri dei Black Panthers. All'interno della stanza un video mostra una lunga intervista recente suddivisa in capitoli a David Hilliard, importante membro dei Black Panthers. Viene ripreso quasi sempre in primo piano, o mezzo busto, seduto. Sul video, in trasparenza passano anche i documenti appesi all'esterno. Siccome alcuni documenti sono pieni di omissis, certe volte lo schermo diventa quasi tutto nero. Mounir Fatmi è marocchino. E' molto attivo. Ha un bel sito, e qui in particolare c'è Out of History, l'istallazione presente al BAC.



Il terzo, ed il motivo per cui scrivo questo post, sono le 10 stampe di vignette di Naji Al-Ali. Naji Al-Ali era il Vauro del Medioriente. Non prendeva di mira i politici italiani, ma quelli libanesi, palestinesi, siriani, israeliani, americani, russi... insomma tutti quelli che mettevano becco nella complicata situazione mediorientale. Magari come prima anche a me il nome non vi dice niente, ma magari riconoscerete nelle sue vignette Handala: un bambino di dieci anni vestito malamente, presente in ogni vignette e ritratto quasi sempre di spalle e con le mani dietro la schiena che osserva la scena. Handala ha per sempre 10 anni, perché a quell'età ha dovuto lasciare la sua casa in Palestina per andare in un campo profughi nel sud del Libano. Era il 1948, l'anno della nascita dello stato di Israele. Handala sarebbe cresciuto una volta tornato nella sua terra. Naji Al-Ali era era nato nel 1938 e morto a Londra, ucciso per strada da ignoti, nel 1987. La polizia inglese trovò solo un sospetto, un giovane giordano nato a Gerusalemme in possesso di molte armi. Fu accusato infatti solo del possesso illegale delle armi a scopi terroristici. Disse di far aprte dell'OLP, ma l'OLP negò qualsiasi legame. Sotto interrogatorio, confessò poi di lavorare per il Mossad e che i servizi segreti israeliani sapevano del complotto per assassinare Al-Ali. Il Mossad si rifiutò di dare qualsiasi informazione, e la Thatcher allora espulse un paio di diplomatici israeliani e fece chiudere gli uffici del Mossad a Londra. La buon vecchia lady di ferro.
Qui articolo in italiano sulla storia di Naji Al-Ali.
Qui sito in inglese dedicato a Naji Al-Ali
Alla piccola ma ben fornita libreria del BAC c'era uno dei libri di vignette di Naji Al-Ali, con una introduzione di Joe Sacco, il fumettista che ha scritto Palestina. Non l'ho comprato, ma online si trova.


Handala ritratto sul muro che divide Israele dai territori occupati.
Handala infatti è diventato un simbolo della resistenza palestinese.