20100629

New York City/2

Una cosa in particolare che mi ha colpito di New York sono i tanti luoghi all'aperto e come vengono sistemati.
Le prime tre foto sono di un parco che in realtà è nel New Jersey ma dal quale si gode di una bella vista di Manhattan al di là dell'Hudson. Parte del parco, che ho capito essere abbastanza grande ma che purtroppo era per la maggior parte chiuso per una gara aeronautica e quindi non ho potuto vedere, sono questa vecchia stazione dei traghetti e dei treni. Soprattutto la parte dei binari è sì stata restaurata, ma non troppo, le erbacce vengono lasciate crescere ma con un certo ordine.
Le altre due foto invece ritraggono la Highline, una vecchia linea del treno in disuso dal 1980 che corre lungo la parte ovest di Manhattan abbastanza vicino all'Hudson e a circa 10 metri dal suolo. Da poco è stata restaurata, anche se per ora solo 1/3, in un bel camminamento, con tavolini, panchine, sedie e sdraie che si muovono lungo le vecchie rotaie. Tra le rotaie anche un mucchio di fiori e piante.
La prossima volta invece di fissarmi sulle scale antincendio e i bidoni dell'acqua sui tetti, voglio fotografare le panchine. Ce ne sono tantissime anche se i prati nei parchi dove sdraiarsi non mancano proprio; e infatti c'è chi preferisce portarsi la seggiolina da casa.









New York City

E' uguale uguale come nei film.
Anche se non tutti quelli che ci abitano sono d'accordo.




 








Autoritratto in bicicletta

Il cavoletto di bruxelles di pisa


La ricetta è sua: buonissima.
La foto è mia e pure la torta.

Radici



La famiglia la famiglia. Come ti giri ti giri sempre lì torni. La famiglia stretta soprattutto, quel complicato rapporto genitori sorelle fratelli figli, che anche ad impegnarsi al 100% tanto sbagli. Che anche a non prenderla sul personale tanto ci stai male lo stesso. La famiglia, quella troppo presente e quella che non c'è mai. Quella del pranzo di Natale tutti sorrisi almeno per un giorno. E sono sinceri quei sorrisi, perché ogni tanto si può fare una tregua. Quella che ti guardi intorno e non c'è quando proprio ne avevi bisogno. Quella che non c'è mai, ma anche quella volta c'avevi sperato. Quella che ti nasconde le storie per proteggerti, e quella che ti coinvolge troppo. Quella che si chiamano tutti per nome e quella che devi bussare alla porta prima di entrare e chiedere se stai disturbando. Quella che non ne fai mai una giusta e quella che ti festeggia semplicemente perché esisti. Quella che ora sei maggiorenne e vaccinato e sono affari tuoi e quella che per ogni passo va consultata per l'approvazione. E non è una cosa proforma. Quella numerosissima. Quella piccola piccola, come la mia. La famiglia con tutte le sue storie. I traslochi e le case da rimpiangere o da scoprire. I divorzi e le morti. E le nascite anche, che valgono di più. I parenti che credevi di non avere e quelli che avresti preferito non avere. Le tradizioni che cambiano con le nuove generazioni. Le lingue diverse che si parlano.

Il mio nonno quasi un secolo fa, dopo aver fatto il soldato nella prima guerra mondiale e esserne rimasto scioccato decise di lasciare l'Europa. Mio nonno era scozzese, era nato alla fine dell'ottocento e si chiamava James. Alcune sue sorella già se ne erano andate in Nuova Zelanda e lui scelse di raggiungerle lasciando il suo piccolo paesino di Peebles. Dall'altra parte del mondo ci mise un po' di tempo, ma alla fine si fece la sua famigliola, sposò Mabel che invece in Nuova Zelanda c'era arrivata all'età di tre anni, ed ebbe due figlie, Doris e Joyce, a una certa distanza l'una dall'altra. Il mio nonno aveva sempre le scarpe perfettamente lucide e andava in bicicletta con la schiena così diritta che lo si poteva riconoscere da lontano. Gli piaceva mangiare un quadratino di cioccolata, preferibilmente con le nocciole, insieme a un goccetto di whisky tutte le sere prima di andare a dormire. Adorava le barzellette, anche quelle italiane sui carabinieri (anche a mio padre piacevano le barzellette sui carabinieri, sarà stato così che ha conquistato mia madre?). Era un campione di bocce, del quartiere. Vinceva anche dei pelouche che poi ritrovavamo nei pacchi regalo spediti per nave. Le bocce in Nuova Zelanda sono un po' diverse da quelle italiane. Hanno un peso da una parte quindi non vanno proprio diritte. Amava i fiori, e quando andavamo a trovarlo - raramente perché non stava proprio dietro l'angolo - ci faceva trovare piccoli vasi di fiori sui comodini dei nostri letti. Mia nonna non l'ho mai conosciuta, e quella figlia più giovane di James ne ha sempre parlato molto poco. Pare sia stata sempre molto malata, credo di diabete, probabilmente per questo non riuscì a essere troppo presente per quella figlia piccola, e lei di conseguenza ne parlò sempre poco. Succede.
Mia madre adorava i fiori e le mancava una casa col giardino. I nostri terrazzi e davanzali erano sempre pieni di fiori. Per meno di un anno ottenne la sua casa col giardino, ma i fiori non me li ricordo. Le piaceva il cioccolato e faceva sempre dei dolci fantastici, in particolare me ne piaceva uno al limone, una specie di soufflé con una parte cremosa. Le piaceva la musica classica ma ascoltò seria seria l'analisi ragionata pezzo per pezzo dell'album Thriller di Michael Jackson fatta da una tredicenne. Adorava suo padre, forse fu lui, chissà, che si occupò di più di lei. Mia madre intorno ai trent'anni lasciò la Nuova Zelanda per scoprire quell'Europa che la sua famiglia aveva abbandonato nella speranza di una vita migliore dall'altra parte del globo. Lasciò la Nuova Zelanda sia per curiosità, per andare a ricercare le proprie radici, ma anche per una grossa delusione d'amore. Non me l'ha mai detto anche perché certe cose le ho scoperte tardi ma secondo me è così. Per motivi diversi da mio nonno, mia madre lasciò il suo paese perché qualcosa nel suo paese l'aveva delusa irrimediabilmente, come lui salì su una nave e salutò la sua famiglia senza sapere di preciso quando l'avrebbe rivista.
Mia madre viaggiò soprattutto in Inghilterra e in Francia, e proprio lì conobbe un tizio di Pontedera. Un coetaneo secco secco, con i capelli neri neri, e gli occhi profondi e tristi. Della famiglia di mio padre non so quasi niente perché nella famiglia di mio padre si parla molto poco di sentimenti e vicende personali. Però posso dirvi cosa pensasse di Victor Hugo e Khomeini. Non che in quella di mia madre siano dei campioni, ma a paragone sembrano una famiglia allargata siciliana durante il pranzo di ferragosto. So che mia nonna si chiamava Ivonne e che fisicamente le somigliavo. Va bene, non si chiamava Ivonne, accidenti, c'aveva un nome francese però, ma ora proprio non mi viene in mente. Anche lei non l'ho conosciuta. Anche lei è stata molto malata e penso che abbia lasciato troppo presto i suoi due figli maschi, e nonostante mio padre fosse il più grande lo chiamavano tutti Giovannino. Mio padre amava la lirica e quando era giovane andava in bicicletta da Pisa fino a Torre del Lago per assistere alle opere. Era appassionato anche di ciclismo, forse per quello non gli pesava fare tutta quella strada in bicicletta. Non so che bicicletta avesse da giovane, ma per andare alla stazione a prendere il treno per Livorno dove ha insegnato fino a quando è andato in pensione usava una graziella col cestino dietro. Il primo giorno di scuola delle elementari però mi ricordo che mi accompagnò a scuola sulla canna di una bicicletta e mi spiegò cosa fosse la ricreazione e che solo allora avrei potuto mangiare quella rosetta col salame che avevo in cartella. Anche Giovannino fu deluso dal suo paese, o solo da Pisa, o solo da Pontedera o forse fu per una delusione d'amore che con una Laurea in Letteratura Francese in tasca partì per la Francia per fare il lettore. E lì conobbe la donna bianca straniera e accadde il fattaccio.
Era prevedibile però che Joyce e Giovannino non potessero stare un granché fermi e a Pisa rimasero davvero poco. Insieme a due bambine piccole, io e mia sorella - evviva finalmente siamo ufficialmente nate - ripiegarono tutto nelle stesse valigie e bauli che li avevano portati a incontrarsi e si spostarono ancora, insieme, prima a Grosseto (viaggione!) e poi nel Medioriente e infine in quel continente da dove mia madre era partita una quindicina d'anni prima, l' Oceania, ma in Australia questa volta. Sempre alla ricerca di qualcosa di meglio, credo. Un lavoro più interessante e anche meglio retribuito. Il desiderio di conoscere altro. L'insoddisfazione per il paese di residenza. Il gusto per l'avventura magari. Forse solo semplicemente l'irrequietudine. La ricerca della felicità, guarda caso uno dei temi della prova d'italiano della maturità di quest'anno. E alla fine l'hanno trovata? Mi viene da rispondere di sì, in certi momenti secondo me sì. Mio padre e mia madre fecero quello che sentivano fosse meglio per loro e la loro famiglia e decisero di partire. Magari invece non lo era la cosa migliore quella, ma sicuramente ci hanno provato.
La vita poi è strana. Buffa, per certi aspetti. Imprevedibile, ma solo a prima vista. E alla fine siamo tutti tornati qua a Pisa, da dove almeno mio padre tanto tempo prima era partito. E qui come mia madre è rimasto.
La vita poi è strana, sembra imprevedibile ma solo a prima vista.
Due settimane fa mia sorella è partita. Per l'Australia. Non so in che anno mia madre partì dalla Nuova Zelanda, facciamo finta che fosse il 1965: ecco ho pensato che quarantacinque anni dopo mia sorella stia facendo il viaggio inverso, o lo stesso di mio nonno perché delusa anche lei lascia l'Europa, o lo stesso dei nostri genitori perché non è partita sola. A differenze del mio nonno e di mia madre (mio padre credo che prese un treno per raggiungere la Francia) loro hanno preso un aereo e si sono portati dietro computer che servono anche per comunicare con chi è rimasto indietro, per non farci sentire, noi che siamo rimasti, troppo soli. Ho pensato che mia sorella, come mio nonno, come dopo mia madre, come da un'altra parte del mondo anche mio padre e come poi loro insieme a noi, sia andata a cercare qualcosa di meglio e un po' d'avventura; che l'abbia spinta l'irrequietudine e qualche insoddisfazione; che stia cercando un po' di felicità. E penso che in certi momenti, la troverà.

Questo post qui ce l'ho in mente da un po' di tempo, e non sarà mai scritto come veramente avrei voluto scriverlo. Ce l'ho in mente dal 14 giugno per la precisione, dopo che ho letto questa cosa qui scritta da ciuzpah!, che a differenza di me lo fa in poche righe e rendendo bene l'idea, almeno a me.

Arrivederci amore ciao
Quella cosa dei cervelli in fuga, quella con cui si stampano le pagine dei giornali quando scarseggiano notizie appetitose, quel concetto vago con cui ci si riempie la bocca dopo l'ultimo bicchiere; quella cosa poi diventa vera. Sempre più spesso.
E cominciamo a risentirne. Perché a quel cervello c'è attaccata una faccia amica e un odore consolatorio. Quel cervello si porta via spalle su cui abbiamo appoggiato le mani e l'idea che abbia un senso rimanere.
Chi può se ne va e chi resta comincia davvero a sentirsi solo e sciocco: guardiano d'un avamposto abbandonato almeno tre guerre fa.
E se anche l'ultima partenza ci regala comunque l'emozione di uno slancio e il pensiero che almeno altrove, ci sia qualcosa da andare a cercare, diventa sempre più pesante essere della razza di chi rimane a terra.

Questo post qui l'ho scritto anche pensando all'unica persona che sa cosa è vero e cosa ho inventato della storia della mia famiglia. Reggimi il gioco, eh! E buona fortuna.

20100628

I coinquilini crescono/3

Perché se no sembra perfetto: il coinquilino mi fa imbestialire come sempre e non bastano 20 truffaut e 50 filtri della società in quei momenti per placarmi; e neanche certe alzate di stile come l'ultima.
Questa.
Il coinquilino ha scoperto Aguas de março. L'ha scoperta in francese. Io gli ho detto che era brasiliana e che se voleva capire il testo c'era quella di Fossati. E' da due giorni che dalle stanze della sua ala del palazzo si sente a ripetizione la versione brasiliana e seguita da quella italiana.
Ma non credo me la farà venire a noia, visto che il coinquilino non è mai a casa questa casa non è un albergo vedi inizio del post.

20100624

Invictus


















L'ho visto su un schermo piccolo e lontano.
L'audio era quello che era.
Ma la storia raccontata era chiara.
Nelson Mandela appena diventato il primo presidente nero del Sud Africa per favorire l'avvicinamento tra bianchi e neri, che fino a poco prima erano accerrimi nemici, e scongiurare le vendette, per tutti quegli annetti di apartheid che c'erano stati, decide di sostenere la squadra nazionale di rugby. La squadra in quel periodo sta ottenendo risultati assai scarsi ed è sempre stata un simbolo del dominio degli afrikaaner, i neri hanno sempre tifato contro. Ma Mandela pensa che se riesce a portare tutta la nazione a tifare per la squadra e se la squadra riesce a vincere i campionati internazionali che si giocheranno da lì a poco proprio per la prima volta in Sud Africa, la nazione riuscirà a fare un primo importante passo verso la riconciliazione.
Non voglio raccontarvi come va a finire - domani lo danno al Giardino Scotto e magari pensavate di andarci - ma è storia.
Del rugby intendo; e c'entrano di nuovo i neozelandesi anche se nel rugby è normale.
Morgan Freeman è sempre un piacere vederlo.
Matt Damon non mi piace mai, e non l'avevo neanche riconosciuto (un mix di schermo piccolo e lontano e la mia volontà di ignorarlo immagino), ma mentre non lo riconoscevo pensavo che non mi piaceva.
Comunque, non è quindi colpa di Matt Damon, ma il film di Clint Eastwood proprio non mi è piaciuto. O meglio, mi ha proprio infastidito. Sembra che la cosa più importante per Nelson Mandela per cercare di salvare il Sud Africa sia sostenere e convincere tutti gli altri a supportare la squadra di rugby.
Però a tutti gli altri è piaciuto.

Quando troppo quando niente

Certo, da poter tifare due squadre, ora non ne posso tifare neanche una.
E' un'ingiustizia.

The voiceproject


Sono ancora in un periodo Peter Gabriel, e sul sito blog wittgenstein mi sono goduta un suo video in cui cantava In the neighbourhood di Tom Waits.
Bello.
Poi ho scoperto che il video fa parte di un progetto che si chiama The Voice Project e ci sono tanti cantanti più o meno famosi che cantano canzoni di altri cantanti più o meno famosi. Il progetto è nato per sostenere un particolare movimento di pace in Uganda. In Uganda c'è la guerra da più di vent'anni, una di quell guerre atroci di cui si fa fatica anche solo a pensare, con soldati bambini rapiti costretti spesso ad uccidere anche i propri familiari. Alcuni di questi soldati riescono a scappare ma si nascondono e non tornano a casa per paura di rappresaglia per le attrocità che sono stati costretti a commettere. Gruppi di donne - vedove, sopravissute a stupri, o fuggite da rapimenti - dell'Uganda del Nord si sono riuniti per darsi supporto a vicenda. E una delle cose che fanno insieme è cantare. Cantano per comunicare ai propri figli che li hanno perdonati e che possono tornare a casa. Le canzoni vengono suonate alla radio e passate di bocca in bocca nella foresta dove si nascondono gi ex-soldati. E pare che stia funzionando. Per la prima volta da anni qualcuno sta tornando a casa.
The Voice Project supporta questo movimento.

Kiwi pride


I neozelandesi sono simpatici, è risaputo.
E ora, passati un po' di giorni, anche il più accanito tifoso italiano, non lo può negare.

20100623

I coinquilini crescono/2

Sburk: Toh. Hai guardato i quattrocento colpi di Truffaut?
Coinquilino: Sì, cercavo qualcosa che mi facesse addormentare (sottinteso, quindi ho guardato tra i tuoi dvd). Invece era bello e l'ho guardato tutto.

Sburk tra sé e sé: ti farei notare che hai visto di tua personale iniziativa il Settimo sigillo, che fra l'altro non è tra i miei dvd, e hai detto che ti è piaciuto, ma, strategicamente, starò zitta.

I coinquilini crescono

Piaceri
di Bertolt Brecht

Il primo sguardo dalla finestra il mattino
il vecchio libro ritrovato
volti entusiasti
neve, il mutare delle stagioni
il giornale
il cane
la dialetica
fare la doccia, nuotare
musica antica
scarpe comode
capire
musica moderna
scrivere, piantare
viaggiare
cantare
essere gentili

Questa poesia era una delle tante citazioni di una delle tracce dello scritto d'italiano della maturità di quest'anno. Il titolo della traccia era 'Piacere e piaceri'. Un altro era la 'Ricerca della felicità' e pare sia stato uno dei più affrontati. Il mio coinquilino ha scelto 'Il ruolo dei giovani nella storia e nella politica. Parlano i leader' e c'erano citazioni di Mussolini, Togliatti, Moro e Giovanni Paolo II. Il testo della prova d'italiano è lunghissimo, pieno di citazioni e anche figure (è qui se ve ne volete fare un'idea e se avete del tempo libero), infatti il mio inside-man di fiducia mi ha raccontato che hanno cominciato a scrivere dopo un'ora.
Il coinquilino ha detto che ha parlato di filtri nella società.
Non so di più e chissà se mai lo saprò.
Ultimamente però abbiamo un problema col filtro della macchinetta grande del caffè.

20100614

Il cavoletto di pisa



R/V rosso e verde
Riso della Camargue scoperto per caso alla coop sei tu.
Zucchine di gino il contandino che da ora e per svariate settimane bisognerà spremere le meningi per nuove soluzione creative
Tutti gli odori del mio orto, e cioè la menta, il basilico e l'erba cipollina (la salvia non sono ancora riuscita a farla resuscitare ma continuo comunque ad annaffiarla non si sa mai)
L'olio bono di asciano di ico.
Procedimento: lessare il riso e condire con un po' d'olio. Tostare i pinoli e saltare le zucchine a rondelle con la cipolla, salare pepare e odorare. Fare un bel piattino e fotografarlo. Poi aggiungere altro riso e altre zucchine perché il coinquilino ha fame.

Farsi del male

Siccome stamani già mi giravano le scatole, ho deciso di toccare il fondo leggendo parola per parola un articolo della Tamaro sulle donne.
Ha funzionato.

20100611

Paolo Virzi


Paolo Virzì ci sta simpatico.
Perché è livornese, e a noi che si sta a Pisa certi livornesi ci stanno più simpatici.
Perché ha fatto un documentario su Bobo Rondelli, e Bobo ultimamente è imprescindibile.
Perché lo scoprimmo con Ovosodo, e rimanemmo a bocca aperta.
Perché anno dopo anno ha continuato a fare film che se non ci facevano rimanere a bocca aperta, oh bravo via.
Fino a quest'anno, con La prima cosa bella, che ha accontentato e fatto piangere proprio tutti tutti.
O quasi.
A me insomma, per esempio.
Ma forse solo perché quando l'ho visto ne avevano già parlato tutti tutti, e le aspettative bisognerebbe cancellarle dal dizionario.
Perché nelle foto sorride sempre.
Perché la sua casa di produzione si chiama Motorino Amaranto.
Perché anche a lui sembra di capire gli piaccia Valerio Mastandrea.
Perché fa delle belle foto, che si possono vedere qui.

20100607

Giovanni De Mauro su Internazionale di questa settimana

Sicurezza
Lampadine, candele, fiammiferi, libri, strumenti musicali, matite, vestiti, scarpe, materassi, lenzuola, federe, pasta, tè, caffè, cioccolato, noci, shampoo, balsamo per capelli, automobili, frigoriferi, computer, computer portatili, cemento, calcestruzzo, legname da costruzione, frutta sciroppata, succhi di frutta, marmellata, giocattoli di plastica, albicocche, prugne, uva, avocado, carne in scatola, pomodoro concentrato, noce moscata, ciliegie, kiwi, mandorle, melograni, zucche, angurie, cipolle, salvia, pepe nero, patatine fritte, frutta secca, stoffa, carta, vasi da fiori, carote, piante d’appartamento, coriandolo, sesamo, articoli per la scuola, biscotti, omogeneizzati per bambini, acqua minerale, aceto, carne fresca, giornali, rasoi, stufe, canne da pesca, cavalli: sono alcuni dei prodotti che nel corso degli ultimi tre anni Israele non ha fatto entrare nella Striscia di Gaza per ragioni di sicurezza.

20100604

Roland Topor

Era anche il personaggio Renfield in Nosferatu di Herzog.
Nel Dracula di Coppola, Renfield lo fa Tom Waits. Eccellente scelta, Francis.

Scetticismo

Ma perché al papa e a compagnia bella gli viene in mente di chiedere con forza la fine dell'embargo (embargo? bah) israeliano su Gaza solo dopo che muoiono 9 (o di più, non si riesce a capire) cittadini non palestinesi?
Fino ad oggi l'assedio a Gaza gli andava bene?
Poi tanto sono sempre solo parole.

Cinema mon amour

Filmmaking is like lovemaking: when it's good, it's great; when it's not, it's still not too bad.
George Cukor

20100603

Herzog fino alla fine del mondo

Sempre su Herzog sono, e intensamente su Nosferatu fino a domenica.
E documentandomi su wikipedia ho trovato questo:

Il cantante dei Joy Division Ian Curtis vide questo film prima di togliersi la vita. Ma sarà vero?

Il film è La Ballata di Stroszek, e la trama non è che sia proprio proprio allegra ecco:

Il film narra le vicende del timido musicista di strada Bruno Stroszek che appena uscito di prigione riallaccia un rapporto con Eva, prostituta maltrattata dal suo rozzo protettore. Lei aiuta lui ad allontanarsi dall'alcol e lui le dà un riparo, diventando però oggetto di vessazioni da parte del protettore di lei. Così, incoraggiati dal vecchio vicino di casa Scheitz che voleva da sempre andare a vivere da suo nipote in Wisconsin, Bruno ed Eva lasciano Berlino e provano l'avventura insieme nel "nuovo mondo".
Le praterie del Wisconsin non sono molto più calorose della grigia Germania che hanno lasciato. Bruno lavora come meccanico, Eva come cameriera, e faticano a pagare il mutuo della grande casa/roulotte nella quale sono andati ad abitare. Così, molto presto, i sogni e le speranze vengono infranti. Eva torna a prostituirsi, la casa finisce all'asta e Bruno, ormai spiantato, coinvolge Scheitz in una disperata e sgangherata rapina al termine della quale il vecchio è arrestato e al buono e ingenuo Stroszek, emarginato, spaesato e incompreso, non resta che suicidarsi.

Hummus



Una folla di persone osserva il tentativo di entrare nel Guinnes Book of Records per il più grosso piatto di hummus al mondo. Siamo a Ain Saaddeh, a nord est di Beirut. Il piatto di hummus pesava 10.452 kg, come i chilometri quadrati del territorio libanese, ed è stato preparato con 7 tonnellate di ceci lessi, 2 tonnellate di tahini e 700 kg di olio d'oliva.

E l'aglio?

George Segal/2

20100601