20101130

Time



E' del 2006.
E' di Kim Ki-Duk. Quello di Ferro 3 e ancora prima Primavera, estate, inverno e ancora primavera.

La prima cosa che ho pensato è stato durante i titoli di testa ah che schifo e che menomale non sono al cinema ma a casa mia e sto guardando il film sul piccolo schermo del mio computer e che con una mano allargata davanti allo schermo e l'altra allargata sugli occhi (perché non è che posso proprio non guardare) posso coprire quest'operazione in diretta di chirurgia plastica.
Ho pensato che se lo avessi visto con Lafra sarebbe stata ancora più schifata di me e mi avrebbe stretto il braccio e commentato infastidita sulla nescessità di tali immagini. Dopo ce ne sono anche delle altre.
Poi ho pensato che i film del sud est asiatico, Corea, Hong Kong, Giappone, Cina etc sono proprio strani e forse è anche per questo che ci affascinano. Se sono fatti bene, certo, come questo.
Ho pensato che i film del sud est asiatico eccetera raccontano spesso storie d'amore tormentate e estreme e l'ho associato a quella cultura.
Poi ho pensato che lo facciamo anche noi: per esempio anche La donna della porta accanto del tranquillo Truffaut, ma anche La sposa turca, o l'italiano Primo amore. Le storie d'amore tormentate e estreme sono soggetti molto gettonati, si sa.
Quindi in Corea ci potrei anche andare. Anche se adesso non è proprio il momento giusto. Non che avessi questa gran voglia di andare in Corea, tra tutti i posti del mondo dove potrei andare. Ma non si sa mai nella vita.
Ho pensato che i film del sud est asiatico sono sempre visivamente molto belli. In questo ci sono una serie di scene girate in un museo all'aperto di sculture sulle rive di un lago o del mare, con la marea che scende e sale e circonda le sculture.
Ho pensato che se lo avessi visto con Lafra saremmo state a disquisire sul finale se tornava o no. E io dopo aver letto Truffaut che intervista Hitchcock finalmente so cosa rispondergli: la verosomiglianza non ci interessa, è un film.

I vinti

Suso Cecchi D'Amico

E' di Michelangelo Antonioni. Ma non fa venire in mente i film più famosi di Michelangelo Antonioni.
E' del 1953. Ma la voce fuori campo che introduce il film dice cose che si sentono dire ancora oggi.
Tra gli sceneggiatori c'è Suso Cecchi d'Amico, che è, era, un personaggio che mi ha sempre incuriosito: unica donna nella favolosa schiera di sceneggiatori che ha fatto la storia del cinema italiano del dopoguerra. Suso, c'ho messo un po' a capire se era femminile o maschile. Suso Cecchi D'Amico ha firmato anche le sceneggiature di molti film di Mario Monicelli e I Vinti, ieri sera, veniva proiettato proprio in omaggio a lei. Proprio ieri sera.
I vinti è un film in tre episodi che si svolgono in tre paesi diversi: Francia, Inghilterra, Italia. Ciascun episodio narra un fatto di cronoca in cui giovani commettono un omicidio per motivi futili. Magari non è uno dei grandi film del cinema italiano, ma sicuramente è senza pecche; senza pecche la regia, la sceneggiatura e con attori non famosissimi tutti bravi, compresi gli attori non protagonisti - anzi soprattutto quelli, ci ha detto Augusto Sainati che ha presentato il film.
Sono passati più di 50 anni, insomma, e I Vinti si fa ancora guardare.

Mario Monicelli








Il ricordo di Mereghetti. E quello di Curzio Maltese.

20101129

I links del geko/2


Una foto fa sempre piacere.
Un gatto non manca mai.
Due siti per viaggiare.
Per andare a vedere i sette musei che fanno più paura al mondo.
Sì, ma prima allacciati le scarpe, è passata la moda delle stinghe sciolte.
La saggezza di Calvin.
E quella di un getleman.
Come è andata veramente la fuoriuscita BP, altro che rivelazioni wikileaks.
Un film(ino) d'animazione 3D: La dama y la muerte.
Origami cosa vecchia.
Sì, sono d'accordo, un po' banale. Allora fammi questo!
Se proprio proprio non sapete cosa leggere.
Un sito. Un altro? . Ma l'ultimo.

20101125

Errata corrige

Certe volte Ex-co clonato lascia libero Ex-co originale.

Sburk: Ciao, che fai? Anzi no, non lo voglio sapere che magari mi racconti che sei stato a sentire un coro di canti gregoriani e ti ha entusiasmato e quasi quasi ti fai frate.
Ex-co: Mumble.
Sburk: Ti volevo dire che la tua macchina fotografica non è rotta.
Ex-co: Ah no?
Sburk: No.
Ex-co: E come hai fatto?
Sburk: C'ho cambiato le pile dopo averle ricaricate.
Ex-co: Ehm...

E poi l'ho sperimentata su un pomodoro.

A giro (magari)

Le foto della manifestazione di Pisa contro la DDL Gelmini sono proprio belle, soprattutto quelle all'aeroporto, in tutti i sensi.
«Un popolo civile, quale noi siamo, dovrebbe menare questi studenti» Emilio Fede.
Emilio Fede aggredito a Milano. Ma è successo prima: aggressione preventiva?
Anche in Inghilterra gli studenti protestano. Altre foto.

20101124

Autocoscienza

L'ex-coinquilino legge, e da queste parti ancora non ci siamo ripresi.

Sburk: Ciao. Che fai?
Ex-coinqui: Leggevo.
Sburk: Ah!
Ex-co: Ieri sono passato in libreria.
Sburk: Uh!
Ex-co: C'erano un mucchio di libri col 30% di sconto.
Sburk: Eh!
Ex-co: Mi sono comprato On the road di Kerouac. Mi piace.
Bla bla bla tra Sburk e Ex-co sul libro cult.
Sburk: Sai Ex-co, certe volte penso tu sia un clone.
Ex-co: Certe volte lo penso anch'io.

20101123

Hitchcock


Tippi Hedren è la protagonista di Gli uccelli e di Marnie. Il suo personaggio in Gli uccelli si chiama Melanie. Tippi Hedren è la mamma di Melanie Griffith. Solo che Gli uccelli è del 1961, mentre Melanie Griffith è nata nel 1957.

I links del geko

The Great ESCape

Qui si rimette l'ego al suo posto.
Un po' inquietanti ma mi ci immergerei volentieri. Anche senza di loro.
Origami? Superato.
Risolto il problema del 2012.
Un po' di foto non fanno mai male. La prima l'ho capita solo dopo aver visto la seconda.
Creep dei Radiohead come non l'avete mai vista (non è Vasco Rossi).
Playlists per ogni occasione, il geko per esempio ci suggerisce quella per guardare fuori dalla finestra e ponderare quando fuori piove.
Un gatto non manca mai.

20101119

Non so

cosa succeda a Melbourne (hint hint) ma a Sydney fanno questo:



Si chiama The Face of Sydney e consiste nel mettere insieme tantissimi ritratti di uomini e donne di Sydney per ottenere alla fine una specie di riassunto dell'uomo e la donna della città australiana.
Via clickblog.

Albero senza ombra


Fa fatica a partire l'applauso alla fine dell'ultimo spettacolo di César Brie. La scena ormai è vuota, le luci si stanno abbassando come la musica e il riflesso dell'acqua, ma nessuno si arrischia a battere le mani; e non è solo il dubbio se lo spettacolo sia finito: dopo l'ultima scena pensi solo 'basta'.
Certe volte gli applausi alla fine sono liberatori, sono lunghi e rumorosi e ci si guarda e ci si sorride dopo l'ora, o quel che è, che siamo stati lontani, in silenzio, ad ascoltare, a guardare, a partecipare. Ci si ritrova. E si sorride anche a quegli attori che sono riusciti a portarci lì dentro, a farci sospendere l'incredulità, certe volte di più, certe volte di meno.
Alla fine di Albero senza ombra non ci si guarda perché siamo tutti ancora lì dentro al quel rettangolo di foglie secche dove sono successe le cose. Le parole, le immagini provocate non si scrollano di dosso facilmente. L'applauso alla fine di Albero senza ombra c'è ma è breve, è modesto, ed è lo stesso César Brie a fermarlo con un gesto delle mani per comunicarci che tutto quello che ci ha mostrato prima di arrivare in teatro era in forma di documentario, con i fatti, le interviste, i reperti medici, e c'è il DVD in vendita presso il fonico, e che tutto il ricavato andrà alle famiglie.
César Brie in realtà si merita il più lungo e fragoroso degli applausi.
Prima di tutto perché è bravo.
Perché in un'ora di spettacolo, da solo in mezzo al pubblico che lo circonda su tre lati del rettangolo, con qualche vestito da campesinos appeso a delle corde, uno da squadrista nascosto sotto le foglie, un secchio pieno d'acqua, delle noci brasiliane, e della farina gialla ti racconta cosa è successo un 11 settembre al mondo sconosciuto.
Secondo perché lui ce la racconta, la storia.
L'11 settembre 2008 a Pando, nella giungla boliviana si è consumato un massacro. Almeno 11 i morti accertati, centinaia di feriti, decine di scomparsi. Ma è difficile fare i conti perché tutto è stato taciuto, perché i referti medici sono stati falsificati, perché chi cerca di sapere e di informare è stato seguito, minacciato e picchiato. Come lo stesso César Brie.
Terzo perché ce la racconta bene bene.
In quel rettangolo di foglie da cui César Brie entra e esce si susseguono diversi personaggi. Quasi tutti morti. La maggior parte campesinos, qualche studente, ma anche un paio di squadristi, e anche lui stesso. In quel rettangolo - ade è una parola che viene ripetuta spesso - i morti rivivono e raccontano come non hanno mai potuto fare, né da vivi né da morti. I vivi raccontano come ancora non sono riusciti. E se i primi due personaggi arrivano leggeri, appartenenti a quel realismo magico tipicamente sudamericano che riesce a inglobare i morti nella vita di tutti i giorni, man mano che lo spettacolo prosegue, i morti, e i vivi certe volte anche di più, cominciano a pesare, a essere ingombranti, e quasi quasi hai paura che escano da quel rettangolo. E sicuramente ieri sera lo hanno fatto.
E applaudire alla fine è stata solo una formalità.

Albero senza ombra è ancora oggi e domani al Teatro Era di Pontedera.
Secondo me è da non perdere, e consiglio anche dopo una pizza da Nonna Ilva a Fornacette per digerire.

20101117

1 caviglia distorta

= 3 film.



Fish Tank, di Andrea Arnold è del 2009. Andrea Arnold è inglese e questo è il suo secondo lungometraggio. Anche il primo, Red Road del 2006, venne premiato a Cannes. La prima cosa che si pensa vedendo Fish Tank è Ken Loach. E' anche la seconda cosa che si pensa, e la terza e la quarta. Poi si pensa che non è poi così malaccio vivere in Italia e che in Inghilterra, in certi posti sono messi proprio malino. Subito dopo pensi anche che in certi posti qui in Italia probabilmente siamo messi uguale e anche peggio. Insomma, non è proprio un film allegro Fish Tank, anzi è il solito pugno allo stomaco tipicamente inglese; poi cerchi una foto della regista e ti riprendi. Scopri anche che Andrea Arnold ha fatto a lungo l'attrice, non nei film di Ken Loach ma nei programmi per bambini. Protagonista di Fish Tank infatti non è proprio una bambina ma un'adolescente di 15 anni di nome Mia, e Katie Jarvis che la interpreta è sorprendente. Katie Jervis non è un attrice professionista; una collaboratrice della regista l'ha vista in una stazione mentre litigava col fidanzato dalla piattaforma di un binario a quello davanti, le hanno fatto l'audizione ed è diventata la protagonista del film. Il film come faccio spesso, e ogni tanto me ne pento, l'ho scelto per il titolo. Non so bene cosa significhi ed in una intervista la Arnold giustamente dice di non volerlo spiegare così ognuno si fa l'idea che preferisce. Secondo me, si riferisce ai palazzi della periferia dove abita Mia con la famiglia che sembrano un po' degli acquari con tutte le persone/pesci dentro che ci si muovono.





Gli abbracci spezzati, di Almodovar è anche questo del 2009. Che è di Almodovar si vede subito: ci sono attori già rivisti, l'esagerazione di vestiti, parrucche, mobili, storie e in questo caso anche crocifissi. Gli manca però, e mi dispiace dirlo, la passione che c'è sempre nei suoi film. Anzi come tutto il resto, di solito è strabordante. Mi viene da dire che questo sia un film più che altro intellettuale, forse un film sul cinema. Pare che ogni regista che si rispetti prima o poi nella propria carriera debba fare un film che dimostri l'amore per il cinema. Infatti Gli Abbracci Spezzati è pieno di citazione dirette (anche a film suoi, come Donne sull'orlo di una crisi di nervi) e indirette: Rossellini, Malle, il protagonista è un regista che gira un film, ma si vede anche il doppiaggio, e un'altra cinepresa ancora che riprende tutto. Ma c'è qualcosa che non funziona, Almodovar potrebbe fare di meglio.





Cold souls, di  Sophie Barthes ed è del 2009 (sì, anche questo e non l'ho fatto apposta). Il protagonista è Paul Giamatti che è proprio bravo - mi hanno colpito le piccole espressioni di Giamatti, come certe alzate di sopracciglio al  momento giusto che ti chiedi come gli sia venuto in mente. Il cinema permette questo, a differenza del teatro: si vedono le cose piccole. Il film in sé è proprio originale; la storia è originale: divertente ma mai banale. Parla dell'anima, che, come dire, è un argomento sul quale si può dire tutto e niente. Cold souls lo fa con una notevole leggerezza, parla di anime come se stesse parlando di panini al salame o ceci, certe volte; altre volte ne parla come farebbe un poeta russo. Bella la fotografia e anche la cura dei dettagli. Nella colonna sonora c'è anche Lhasa.

Questa è la tua valigia?


Una tizia londinese si è fissata sulle valigie perse. Ogni tanto va alle aste di Heathrow e compra una valigia abbandonata, soprattutto per il gusto voyeristico di guardarci dentro. Poi le piacerebbe anche ritrovare il proprietario e rendergliela la valigia e i panni sporchi che ci sono dentro. Allora ha messo su un sito. Questo.

Francis Bacon

20101115

Dimmi come ti commentano...

Sburk: E commentami ogni tanto! Ecco!
Vitt: Hai raggione, ti commento in privato però.
Sburk: Evidentemente uno si trova gli amici tutti uguali, mi commentate tutti in privato, alcuni addirittura di persona!
Sburk: Ci scriverò un post.
Sburk: Il post si intitolerà dimmi come ti commentano gli amici sul blog e ti dirò chi sei.
Vitt: Ma nessuno te lo commenterà, lo sai vero?
Sburk: Ovvio

Risposta alla domanda chi sei:
un'altra che non commenta, quasi mai.

Cielo, il cielo

 E' stato grigio e nuvoloso tutto il giorno ieri. Fino a sera.

Casciana Alta

Big Bang Big Boom

Un'animazione murale di BLU.

Ecco la foto

20101114

Testa di cuoio

Il duo sardo-pisano è sceso in città, e ne ha conquistato il cuore: piazza golden cup.
La città tutta (o quasi) si è fermata ad ascoltare. Si narra che anche il sindaco un attimino si sia fermato uscendo da lavoro. Per l'occasione i Testa di cuoio hanno aumentato il loro repertorio, senza dimenticare i pezzi ormai classici, come Gavino e Lonza Patonza. Il pubblico ha gradito. Ha gradito anche le castagne e il vino offerto dagli organizzatori della serata: Imago.

Immagine di repertorio (di Mic).

Una nuova rubrica di A/R

I links che mi manda E.
Di solito dieci in dieci nanosecondi. Io poi faccio una cernita.

Gli manca solo il cesso. Ecco a voi bufalino!
Siccome alla coop c'è già il pandoro, le lucine l'hanno già accese, e pure il mercatino è già partito, ecco a voi il video natalizio.
E' nato un mito.
Un gatto non manca mai.
E qui siamo avanti, perché non pensiamo solo già al natale, saltiamo la pasqua e ci organizziamo per l'estate.

Buon inizio settimana a tutti.
Grazie E.

20101112

Senza filo


Veramente acustico, è il 1° concorso musicale che strizza l'occhio all'apocalisse. C'è scritto così sul programma, e lo hanno ripetuto i due prestanti presentatori ier sera orsono.
Il concorso, arrivato alla seconda giornata, si svolge nella chiesa sconsacrata di San Bernardo che si presta assai benone a detta manifestazione. Entro, e sul palco ci sono milioni e milioni di candele (che fra l'altro rimangono accese per tutta la serata, candele magichepenso) appoggiate su ogni dove, e c'è un pianoforte da vaudeville accordato di fresco, chitarre e banjo, sgabelli alti e bassi, tamburi etnici e nostrani, e specchi a volontà, anche quelli che erano nel bagno. Mancano solo i foulard appesi con nonchalance, e Kurt Cobain col suo golfino.
La gente è accorsa. Giustamente perché lo spettacolo vale la pena.
Ieri si esibivano, in ordine, L'Amaca di Bennet, un trio polistrumentista con voce femminile very seventies che ha esordito con Scarbarough Fair ed ha proseguito con pezzi loro e canti simil popolari; e Betta Blues Society, che erano in cinque e non si scambiavano gli strumenti. Anche qui voce femminile, ma come dice il nome è bluessss e molto bello l'inizio di voce sola e sola sul palco.
Chi ha vinto non lo so, ma si sa: l'importante è partecipare. E partecipare ogni giovedì di novembre alle 22.00, tutte le informazioni sono qui.

Una foto della prima serata, vinta da loro: Felice Pantone e Casimiro.
Foto di Salvo Parrinello.
I quadri sullo sfondo sono di Francesco Barbieri.

20101111

Ghost Dog


Tutto era partito dal solito Hitchcock, e il tentativo di vedere tutti i suoi film, con cognizione di causa anche.
Notorious, dico io. C'ho la cassetta, ce l'avete il videoregistratore.
L'abbiamo già visto, mi dice Lafra, però come vuoi.
Ah, penso io.
E vado a controllare la trama.
Effettivamente la conosco. Sì Ingrid Bergman. Cary Grant. Spionaggio. Nazisti. Sì forse l'abbiamo visto. Lui che porta in collo lei... il film mi si proietta in automatico davanti agli occhi.
Raccatto due altri film che avevo in casa e vado.
Lafra: L'avevamo visto Notorious, no? Com'è la trama?
Sburk: Le spie. L'ex padre sospettato di nazismo. Il Sudamerica. Ingrid Begman...
Lafra: Ingrid Bergman?
Sburk: Sì, è con Ingrid Bergman.
Lafra: Allora forse non l'abbiamo visto.
Con Hitchcock è così. Più o meno li hai visti tutti i suoi film. Le trame le conosci o ne hai sentito parlare. Poi gli attori sono spesso gli stessi e ne ha fatti così tanti di film. Bisognerebbe essere precisini e farsi una lista.

In sostanza:
Notorious non l'abbiamo visto (o meglio rivisto con cognizione di causa).
Ghost Dog è proprio un bel film. Mi ha fatto venire in mente Tarantino, e ho pensato: è meglio.

C'era una volta scatole visive

Ora c'è Claudia Barberi. Ad alcuni di noi affezionati, mancano le parole che metteva insieme alle foto. Quella specie di diario che ne veniva fuori. Ma ora è semplicemente un'altra cosa.
A ottobre aveva fatto anche una mostra, a Udine, che come dice lei per noi che si sta in Toscana non è proprio la via dell'orto. Ma chissà, la prossima volta, magari.
Però con internet la troviamo anche qui, sue le foto e buone le ricette.

Se fossi andata alla mostra avrei scelto questa foto qui. Forse.

Ieri ho scoperto Lhasa De Sela

Grazie, cbp!

Intanto la locandina

20101109

Uomo d'acqua dolce

Ho visto il rosso, l'azzurro, il giallo, il blu, molto blu, tanto blu.
Di tutti i colori.
Il colore buono è bianco. Ho scoperto che il colore buono è il bianco, perché rimane fedele, il resto si ribella.
E' vero, è vero.
Il grigio si intristisce e butta acqua.
Il viola scappa al tramonto.
Il nero si fa nero.
Il rosso dura poco.
Il giallo brucia tutto.
E l'azzurro costa caro.
E a fare il cielo ce ne vuole; mica solo un tubetto. Ce ne volgiono 100, 200, 300 anche 400 tubetti per fare il cielo.
E quando sono insieme i colori,
cospirano.
Si buttano giù storti, a pataccone.
Però i colori sono belli visti da dietro.
Davvero.
I colori sono belli visti da dietro.
Tu hai mai visto un rosso da dietro?
Non sta fermo. Cambia. Se gli vai addosso schizza via come un gatto.
Però se c'hai la chiave, vedi i colori più belli...

Film con Antonio Albanese che fa Antonio Albanese. Carino, da domenica pomeriggio piovoso freddoloso uggioso. Ma uomo d'acqua dolce cosa vuol dire?

Modello Giuditta

Giuditta per Artemisia Gentileschi

 Concentrate! Sia Giuditta che la serva, a fare bene il lavoro.


Fatto, e porto a casa.

Giuditta per Caravaggio


Giuditta invece qui ha quasi l'aria sorprese, o forse un po' schifata (bleah, tutto questo sangue), o magari perplessa (ma si fa così per tagliare la testa a uno).

E' sempre di Cranach

Qui Giuditta sembra pensierosa, forse un po' triste, ma andava fatto.

Berlusconi e la psicoanalisi

Qui, un interessante articolo di Wu Ming 1.
Sì, forse un po' intellettualoide e psicoanaloide, ma a me è piaciuto.

20101108

Lucas Cranach e Giuditta

La storia di Giuditta e Oloferne, piaceva a Cranach.

20101107

Come mi va a Novembre


Ascolto ancora Joanna Newsom. Mi piace assai.
Leggo François Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock. E' la famosa intervista del regista francese al maestro della suspence (parola che nel libro infatti appare tantissime volte, peccato che il traduttore preferisca 'il suspence').

Departures


E' un bel film.
Ecco l'ho detto, o meglio, l'ho scritto.
Perché non è un film semplice, almeno per me, per vari motivi.
Intanto perché è giapponese. E il Giappone è misterioso e strano e lontano per definizione. Poi ci sono persone che ci si appassionano al Giappone, leggono i libri di scrittori giapponesi, fanno aikido, disegnano manga e progettano un viaggio verso il lontano oriente. E anche per loro, il Giappone rimane un mistero. Io, qualche Kurosawa e Kitano e Miyazaki ogni tanto; certe volte Hokusai e anche questa volta sono andata a cercarmi il nome; libri solo Quel che resta del giorno di Ishiguro ma che di giapponese ha molto poco, si è fatto naturalizzare inglese. Ah, il sushi! Insomma il Giappone non mi è facile, non mi è immediato.
Poi c'è la musica. Ci sono Bach e Beethoven, tra quelli che io sono stata in grado di riconoscere, perché il protagonista è un violoncellista, costretto però a cambiare mestiere quando l'orchestra per cui suona viene chiusa per mancanza di soldi. E la colonna sonora qui si fa sentire anche quando Daigo, è il nome del protagonista, torna a stare nel suo paesello natale.
C'è il paesaggio giapponese. La neve e il silenzio. L'acqua calda dei bagni pubblici e quella fredda dei ruscelli con i sassi che sotto le scarpe fanno rumore. Ci sono i ciliegi in fiore e i petali che volano nel vento.
E c'è la morte. Le morti, tante, tutte diverse e tutte uguali. E non è Six Feet Under, il mio serial televisivo americano preferito di cui mi sono vista ogni singola puntata - per chi non lo conoscesse, racconta la storia di una famiglia che ha una funeral house (pompe funebri) e ogni puntata si apriva con la morte di una persona. Perché Departures intanto è un film, fatto a film, che se lo vai a vedere al cinema è meglio; e poi è giapponese, e quindi non si sfugge dal rito che qui però non ha niente a che fare con la religione. E il rito aiuta ad avvicinarti a certe cose dolorose, e misteriose, come ad esempio alla morte. Allora non sfuggi, forse il rito serve anche a questo, alla commozione, alla lacrima, e al cinema era un tirar su col naso.
Ma si ride anche, come capita spesso nelle situazione più rituali.
Il film nel 2009 vinse l'Oscar come miglior film straniero, facendo scalpore (scalpore!! aha aha aha) perché batté il favorito Walzer con Bashir.

Rox: Cosa vai a vedere?
Sburk: Departures.
Rox: Ho sentito dire che è un po' noioso.
Sburk: Allora è il film per me.

20101105

Lucas Cranach

E' a Roma, a Villa Borghese dal 15 ottobre 2010 al 13 febbraio 2011.
Andrei volentieri a trovarlo.
Si intende quello Vecchio, anche se non è specificato.

Giuditta con la testa di Oloferne, 1525/30

20101104

Nuove avventure di un ex coinquilino

Superato lo zaino da liceale, si aggira per l'Italia con una tracolla arancione.
Ormai viaggiatore incallito di treni regionali, narra con aria di sufficienza di passeggeri rumorosi, mentre lui in un angolo del corridoio legge indifferente il suo libro.
Legge il suo libro!
Libro.
Ogni tanto usa anche il termine 'studiare'.
Un clone?

Il profeta

E' un film francese di Jacques Audiard di cui molto si è parlato e che finalmente ho visto. Vincitore di vari premi tra cui miglior film straniero ai BAFTA, gran premio della giuria a Cannes, innumerevoli César, il film si svolge quasi esclusivamente in un carcere francese, tra malavitosi corsi e arabi. Malik il protagonista è arabo.
Insomma, un film di genere, quello gangster, carcerario; quello che entra in carcere e all'inizio è dura ma poi si farà strada. Più o meno: Audiard segue le regole ma le mescola un po'.
Il film è scarno, alcune scene sono anche molto pesanti (per gli stomaci deboli tipo il mio, bisogna superare i primi 15-20 minuti), non ci sono belle faccie di gangster, carceri modello e la battuta simpatica pronta; ma la fotografia è bellissima. Malik è egoista, spietato, sicuro di sé; ma ha anche 19 anni, è incerto, spaesato, e affettuoso. Impara ad uccidere, ma anche a leggere. E' ingenuo; ma anche furbo. La storia è reale, pesante, attuale; ma c'è spazio anche per la fantasia e per un fantasma.
Ecco, Il Profeta mi sembra un film pieno di contraddizioni, mai lineare e per questo sempre sorprendente (e dura più di due ore e mezzo).
Bravi gli attori, soprattutto il protagonista, Tahar Rahim, e il boss corso, Niels Arestrup.

20101103

Nuove avventure di una bicicletta usata

Ogni volta che vedo un adulto in bicicletta penso che per la razza umana ci sia ancora speranza.

Chissà se la penserebbe ancora così HG Wells.

Dopo avermela rubata, dalla mia strada hanno tolto tutte le rastrelliere per le bici.
Ora è caccia al palo libero a cui legarle. E si impara a proprie spese che c'è palo e palo. Per esempio, se il palo si trova in un punto dove le auto possono facilmente salire sul marciapiede per parcheggiare, dove il marciapiede è ribassato per l'ingresso di un garage, allora si rischia che quelle auto sbadatamente oops ti montino sulla ruota della bicicletta e te la pieghino tutta.

Al posto di una rastrelliera ora c'è questo:



Al posto dell'altra, neanche a dirlo, un automobile.