20111231

Buon anno!

Uno solo.
Possibile.
Necessario.
Non più rimandabile.
Prendere la laurea (triennale, che la gente fa sempre questa distinzione).
(Che poi in realtà sono di più, vuol dire dare ben due esami e scrivere una tesi)
Però l'anno prossimo c'ho anche il 29 febbraio a disposizione. Ce la posso fare.

Buon anno a tutti!

Diana F+


E' arrivata. Insieme a tutto il suo corredo.
E' bellissima.
Grazie.

20111230

Drive


Non si fa altro che parlare di Drive. Da mesi su tutti i miei blog di riferimento. E ora con la fine dell'anno è in tutte le classifiche dei migliori dieci film del 2011. Nelle posizioni alte. Spesso proprio la più alta.
Io ho anche aspettato a guardarlo.
Sai quelle cose che ti piacciono tanto e decidi di non consurmarle perché poi sono finite e non ce l'hai più? E' una cosa che di solito faccio col cibo, e regolarmente finisce che lo faccio andare a male.
Drive ero convinta che mi sarebbe piaciuto. Uno di quei film che è un piacere guardare, che finalmente è diverso dai soliti, che perdi la concezione del tempo, che ti immedesimi in tutti i personaggi, che sei lì a tavola insieme in loro, che pensi ma guarda un po' che bravo, il regista, l'attore, il direttore della fotografia, lo scenografo, che sono scritti tutti al maschile ma potrebbero benissimo essere donne, anche se si dice che il mondo del cinema sia particolarmente maschilista.
E poi in Drive c'è Ryan Goslin, che è un attore su cui ultimamente mi sono fissata. Prima lo evitavo. Biondo, giovane, americano (in realtà ho scoperto che è canadese), belloccio, ex-bimbetto canterino-ballerino del Mickey Mouse Club, un programma televisivo della Disney dove c'erano anche Christina Aguilera, Justin Timberlake e Britney Spears. Invece ho scoperto che è bravo. Un po' come Leonardo Di Caprio che uno pensa sempre Titanic, anche se ha fatto tutti i film di Scorsese degli ultimi 10 anni. Insomma di Ryan Goslin mi sono guardata molti dei suoi film, ma Drive avevo deciso di lasciarlo per ultimo, perché Drive sarebbe stato il migliore.
Mi toccherà guardare Le idi di marzo, anche se c'è Clooney che lo reggo poco. Anche Lars e una ragazza tutta sua è abbastanza quotato ed è una commedia e sotto le feste ci sta bene.
Consiglio molto molto invece che l'ho visto Half Nelson, sempre con lui, l'unico (c'ho la fissa ricordatevelo) Ryan Goslin.
Ryan Goslin poi è proprio perfetto, perché ha anche un difetto: gli piace mettersi questi pantaloni stretti stretti che non si può vedere.
Ma torniamo a monte: Drive.
Drive si svolge a Los Angeles ed è la storia di questo tizio, Ryan Goslin, di cui non ci è dato sapere il nome. Lui è The Driver. E basta. Un tipo silenzioso dal sorriso lieve e gentile. Misterioso, non si sa da dove viene né dove andrà. Fa lo stuntman di giorno e la sera per arrotondare fa il guidatore nelle rapine. Si innamora della sua vicina di casa con figlio, il cui marito è in prigione. Insomma l'ambiente è ad alto tasso di criminalità e il sangue non manca.
A me ha fatto venire in mente i western di Sergio Leone; ma senza Sergio Leone. Ah Sergio Leone. E va be' va be' Ryan Goslin, ma non è Clint Eastwood, o Henry Fonda o Gian Maria Volonté. Dé ma dé.
Drive ve lo riassumo così: un mucchio di rallenti, di silenzi, di musica giusta anche se troppo forte perché poi the driver parla invece sempre sottovoce quando parla, di sguardi negli occhi, di fatalismo, di giacchetto giallo di Goslin che non si può vedere, di cattivi tipicamente cattivi, e mezzi cattivi che rimangono fregati, di sangue a frotti che spruzza dalle vene, di solitario misterioso che si affeziona al bambino naturalmente, di vita notturna, di Los Angeles decadente.
Salvo solo il personaggio femminile, se proprio devo.
Non so, forse al cinema con la musica elettronica (bella) sparata a palla mi sarebbe piaciuto di più.
Non so, forse Drive è cinema e lì va visto.
Non so, ho avuto la stessa sensazione di Black Swan, un film che tutti dicono wow e strabuzzano gli occhi dallo stupore e io invece penso bah.

Save the planet

Ora capisco che faccia freddo e che sia un lavoro un po' ingrato, ma che l'addetto all'isola ecologica mobile stia dentro il furgoncino col motore acceso è un bel controsenso.

20111228

Back to the future


Sappiatelo.
Nel calendario lomografico, il 2012 è l'anno della pellicola.

20111221

Sull'auto-apprezzarsi

Lo devo dire. Il mio nuovo layout mi piace assai.

Faust


Secondo un mio amico a me piacciono in modo particolare film ungheresi con sottotitoli in polacco. O forse era l'incontrario? Lui è proprio convinto di questa cosa, ma in realtà non è vero. Bisogna vedere cosa si intende per film polacchi con i sottotitoli in ungherese.
Il Faust di Sokurov, vincitore dell'ultima Mostra del Cinema di Venezia, ad esempio per me è stato un film ungherese senza sottotitoli. Credo che la visione di questo film abbia bisogno di un po' di conoscenza faustiana, cosa che io non possiedo. Io del Faust so che è un dottore che vende la sua anima al diavolo in cambio di una maggiore conoscenza, o era infinita? Boh. Forse dovrei vendere la mia anima al diavolo?
Perché certi film ci piacciono altri no? Uno dei motivi (e sottolineo tre volte e in grassetto 'uno'), per me almeno, è che nel film ci sono dei personaggi, delle situazioni, delle emozioni, con cui mi relaziono. Come per Lars Von Trier: lo odio, e questo si sa è già un bel sentimento, ma i suoi film trattano - in modo allucinante e angosciante naturalmente - problematiche che io riconosco e che in qualche modo (in un modo moooolto diverso dal suo) sono anche mie. Con il mito di Faust, raccontato da Sokurov, io non ho trovato connessioni. Eppure ci devono essere, con i miti ci sono sempre, proprio per quello sono miti.
Darren Aronofsky, quello di Black Swan e The Wrestler, che era presidente della giuria così ha detto consegnando il premio al regista russo: "Ci sono film che fanno piangere, ci sono film che fanno ridere, ci sono alcuni film che cambiano lo spettatore per sempre; e questo ne è uno." Staremo a vedere come sarà il suo prossimo film.
Tutto questo per dire che io non mi so esprimere sul Faust di Sokurov. E non credo neanche che mi abbia cambiato per sempre. Film che ti cambiano sempre poi... per quanto sia film dipendente, esistono davvero film che ti cambiamo per sempre?
Quello che però so esprimere è che l'attore che fa il diavolo mi piace molto, l'avevo visto anche nell'unico altro film di Sokurov che ho visto, l'Arca Russa, e evidentemente mi è rimasto impresso perché l'ho riconosciuto subito. Si chiama Anton Adasinky e ho scoperto che è tutto un programma. Tutti gli attori sono bravi, molto teatrali.
Molto teatrale a me sembra tutto il film. Teatrale non nel senso di Carnage, perché i luoghi in Faust sono molteplici e diversi e enormi. Teatrale per la recitazione, per i costumi eccessivi, per i silenzi, per l'espressionismo, per il trucco pesante, per i corpi in evidenza, contorti, morti, nudi.
E mi vien da dire teatrale anche per l'uso che fa dello strumento cinema: il formato 4:3, le inquadrature oblique, gli effetti deformanti, la luce verde.
Film complesso: non mi so esprimere. L'ho fatto perché mi è stato chiesto.

Exco in the morning

Sburk: A-ha sei ancora a letto stamani.
Exco: Ronf... sì.
Sburk: Ti ho portato la colazione.
Exco: Ronf... grazie, ronf.
Sburk: Hai fatto tardi ieri sera?
Exco: Ronf... sì.
Sburk: E a che ora hai in programma di alzarti?
Exco: Alle 9.30.
Sburk: Sono le 10.45.
Exco: Ronf.

Exco le prime tre mattine dal rientro da Padova si sveglia presto. Ieri addirittura alle 8.30. E si mette a studiare. Ieri addirittura ha anche lavato i piatti. Stamani ancora non è pervenuto.

20111220

Vinicio Capossela in Marinai Profeti e Balene

Vinicio Capossela è felice. Anzi gioioso. E la sua gioa la canta.
Ha raggi sulla schiena irradia gio-gio-ia
Le dita tese indicano gio-gio-ia
Esplodono le mani per la gio-gio-ia
Si butta in braccio a tutti per la gio-gio-ia
O almeno così a me sembra dal palco laterale del Teatro Goldoni di Livorno. Bel teatro, il Teatro Goldoni. L'avrà pensato anche Capossela e gioso ha presentato il suo spettacolo, Marinai Profeti e Balene.
Come il suo ultimo cd, che è cd non di facile ascolto. Ma per niente. E' un cd che ti devi mettere lì e ascoltarlo a modino; e forse neanche così l'ascoto viene bene. E' un cd che ha bisogno di uno spettacolo a teatro. E Capossela così ha fatto. Capossela anzi dice che il cd è il pretesto per fare il concerto.
Che poi il concerto di Capossella non è concerto, al massimo musical.
C'è la scenografia, le vertebre di una balena che si aprono e chiudo a seconda della necessità, e diventano anche nave, bastione di pirati, con delle enormi vele al vento. Geppetto non c'è però, ci avverte subito Capossela.
Ci sono personaggi in costume, marinai e parche. Marinai che sono musicisti notevoli che suonano strumenti impensabili. Parche che sono il coro delle donne sarde di Actores Alidos, e se devono ballano anche e recitano. E spogliarelliste e maghi, che non mancano mai.
C'è chiaramente un canovaccio, che viene seguito, battute precise, movimenti non improvvisati, una canzone dietro l'altra per raccontare il mare, quello anche di Conrad e di Melville.
Ed è bello.
Ma è bello anche il resto. Concerto vero e proprio, più naturale anche se ovviamente non improvvisato. E allora si canta L'uomo vivo e anche il Ballo di San Vito. E visto che siamo a Livorno, una canzone di Piero Ciampi, che un po' la stona ma va bene lo stesso e si finisce con coriandoli e giacca rossa per la canzone natalizia.
E a chi chiede 'Che cos'è l'amor' lui risponde che l'ha tolta dal repertorio perché non da risposte. E che tutto e bello quello che non finisce mai.
Vinicio Capossela suona per tre ore, e cambia molti cappelli, ed è tutto un bel vedere e sentire. Poi secondo me è anche dimagrito.
Le foto sono di tsaramaso.




20111217

Effetto Melancholia


Perché uno tornando a casa dopo aver visto quel film lì, non solo si becca la bora triestina e la grandine. Ma anche queste ali qui, ali cadute, senza corpo.
Oh!
Lars!
Smettila, dai!

Melancholia


A caldo.
Così a caldo che per tornare a casa oltre a tutto questo vento ho beccato anche la grandine. E al cielo ho urlato: suvvia Lars!
A caldo. Ho fatto passare 11 anni da Dancing in the Dark, perché soffrire anche no grazie. Questo non dà la botta di Dancing in the Dark, ma che angoscia. E se hai visto Le cinque variaziono lo sai, lo sai lo sai lo sai, che Lars ci gode a farti soffrire. Tanto.
Lars von Trier è sicuramente un visionario. E sicuramente è un pazzo. Sicuramente continua a darmi noia la macchina da presa a mano che si sposta velocemente da un primo piano all'altro perdendo anche il fuoco e poi ritrovandolo. Pensavo infatti avesse smesso. Sicuramente è uno che i film li sa fare, e nonostante la fastidiosissima macchina da presa a mano - che sicuramente continua a usarla così perché sa che allo spettatore gli dà fastidio e gli viene la nausea, e lui ci gode - bella è la fotografia, i paesaggi, i cieli e la natura.
Belli gli attori, che pare facciano a botte per lavorare/soffrie per lui. E lui chiaramente ci gode. Charlotte Rampling bellissima con tutte le rughe al punto giusto.  John Hurt perfetto sempre. Mi ha fatto piacere rivedere Kiefer Sutherland su cui per un periodo mi ero fissata guardando 24 (certo il padre è tutt'altra cosa). E le due sorelle nel film Charlotte Gainsbourg e Kristen Dunst. Due personaggi che lo so, ora a caldo dico che mi affascinano, tra qualche giorno di più.
Ma che angoscia però.
Il 21 dicembre 2012 sapete dove trovarmi, seguo il consiglio di Justine, e preferirei non essere da sola. Inoltre, 21 dicembre 2012 permettendo, per altri 11 anni con Lars sono a posto. Vediamo cosa mi scodella nel 2022.

20111216

Carnage


Polanski imperterrito continua a fare film che si svolgono negli Stati Uniti, anche se lui lì non ci può mettere piede. Carnage esce proprio oggi negli Stati Uniti.

C'è chi dice perché andare a vedere un film teatrale al cinema; perché andare al cinema per vedere un film che si svolge praticamente in una sola stanza. E Carnage fra l'altro è proprio tratto da una commedia teatrale; l'autrice è francese e si chiama Yasmina Reza. Da quel che ho letto il film di Polanski segue pari pari la commedia, nell'adattamento che era stato fatto per Broadway. Mi sembra abbia solo cambiato i nomi - rimane uguale anche il libro che sta scrivendo la padrona di casa Jodie Foster. Lo spettacolo teatrale a Parigi, Londra e Broadway ha avuto moltissimo successo.

A me piacciono particolarmente i film teatrali, invece. Quel senso di claustrofobia. Quel farti sentire lì anche te in quella stanza, ma allo stesso tempo sicura al di qua dello schermo. Non c'è il rischio che uno degli attori, rompa la quarta parete, che ormai si fa sempre, e venga a vomitare proprio addosso a te, che è uno dei motivi per cui non sono mai andata a vedere uno spettacolo di La Fura dels Baus per quanto mi attraessero. Al cinema poi ci sono i primi piani, le goccioline di sudore, gli sguardi appena accennati ma fondamentali, e innumerevoli punti di vista. Insomma, è proprio un'altra cosa.

Poi insomma al teatro di Buti, dove i primi piani cinematografici invece non hanno bisogno di cannocchiale, difficilmente verranno Jodie Foster, Kate Winslet, John C Reilly e Christophe Waltz. E i fantastici quattro sono fantastici davvero.

Film breve, dura meno dei canonici 90 minuti, ma intenso. 79 minuti di dialogo serrato e telefonate su un cellulare; di ricette per torte alle mele e pittori preferiti; farmaci con effetti indesiderati e infissi per porte; figli maniaci e figli riflessivi; criceti e whisky invecchiati; etica e morale; di tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare; di chi è senza peccato scagli la prima pietra e porga l'altra guancia.

Christophe-Waltz-the-man-I-love

20111207

Il prestatore a ore

Questa è la storia.
Un mesetto fa torno a casa e trovo il piolino d'ingresso nel computer dell'alimentatore del mac tutto schiacciato. Penso che Exco l'abbia pestato per sbaglio. Ma sono io che sbaglio. Exco dice che è tornato a casa e ha trovato il mac per terra, e nella caduta il piolino si era deformato.
Sono stati i gatti.
Lo so.
Pensano che la linea retta camera corridoio salotto sia un percorso di caccia, e che il tavolino da caffé (in realtà è uno sgabello, ma per i gatti evidentemente un ramo basso) dove staziona il computer sia un trampolino di lancio per più alti lidi (rami più alti, il lampadario?). Il computer che fa del suo meglio per entrare nella parte, come ogni ramo realistico che si rispetti certe volte si spezza, e spezzandosi si ritrasforma in bianco ibook e scivola dal tavolino da caffè per terra.
Provo un po' a raddrizzare il piolino e riesco a reinserirlo e farlo funzionare, ma non bene. Spesso il contatto non c'è e devo girarlo su se stesso per trovare il punto di contatto.
Nel frattempo mando l'allarme a tutti quelli che conosco che so che hanno un mac uguale al mio (o avevano) o potrebbero conoscere qualcuno che (perché essendo un mac, quello e solo quello funziona)... Anche subu a Melbourne ha l'ibook g4 ma fino a giugno non torna e per ora usa ancora quello.Ma non trovo nessuno che me lo può dare. Al massimo prestare per qualche ora.
Ieri l'altro il piolino si è defiitivamente rotto, e il mac è rimasto senza energia. La lucina che lampeggia davanti, tipo cuore di ET è diventata sempre più flebile e poi è sparita.
Io ho fatto il mio primo acquisto su ebay: 20 euro, speriamo intanto che arrivi e poi che funzioni.
Oggi, il prestatore viene in mio soccorso.


Le sue tariffe sono da usuraio. In cambio pretende una cena e decide lui il menu. Io pensavo di rivogargli qualche cavolo verza, invece lui impone le cicale.
Ma non ho scelta.

20111206

Biennale d'Arte di Venezia - chiusura tradizionale

Ormai è tradizione - perché dopo due volte è tradizione, vero - che Exco alla fine delle mie scampagnate veneziane mi raggiunga a cena.
L'altra volta il ristorante scelto ero tutto prenotato e alla fine andammo quasi a caso: la nostra strategia era farci consigliare un posto dal ristoratore al completo. Il ristorante comunque ci piacque. L'altra volta era nel quartiere di Cannaregio che rimane uno dei miei quartieri preferiti ed è comodamente vicino alla stazione. L'altra volta era aprile o forse maggio, ma sembrava estate.
Questa volta avevo prenotato. Prima di arrivare agli Arsenali avevo cercato l'Osteria consigliata dall'amico Oste, e mi ero memorizzata i punti di riferimento per ritrovarla. Questa volta pioveva a dirotto. Con Exco ci siamo dati appuntamento in cima al ponte di Rialto, l'osteria era lì vicino. Cicchetti e piatti molto abbondanti, e soprattutto prezzi veramente modesti. Il fritto però si è fatto sentire per tutta la notte e Rialto non è vicinissimo alla stazione, abbiamo perso il treno.



L'uscita della mostra negli Arsenali non è through the gift shop, è all'ingresso principale (certo poi dipende da dove entri), e siccome i negozi dei musei sono spesso parecchio interessanti, a naso una volta uscita ho cercato di ritrovare l'ingresso. E l'ho trovato, è lì che c'era quel bel catalogo delle foto di Giacomelli che se fosse pesato meno... forse forse. Invece è rimasto lì, ma l'ho fotografato; e quando mi hanno messo davanti il piatto di seppie e polenta ho pensato che non era altro che il bianco che aveva raggiunto il suo nero.

Tra le cose che mi sono piaciute di più della Biennale d'Arte di Venezia, e che mi fanno venir voglia di tornarci ma meglio organizzata, sono i 2 padiglioni in cui sono per caso capitata mentre cercavo di tornare al negozio all'ingresso della mostra negli Arsenali. Il primo è stato il padiglione del Bangladesh, che già la sua esistenza era opera d'arte. Il secondo, quello iracheno, era già più grosso e complesso. Lì ho scoperto il Bill Viola iracheno: si chiama Ali Assaf e il suo video si chiama Narciso (si trova anche online qui): sono già una sua fan. I padiglioni in giro per la città , o almeno i due che ho visto, sono altra cosa rispetto agli Arsenali. Sono dentro vecchie case un po' fatiscenti, ci sono pochissimi visitatori, sono piccole mostre un po' intime, che dopo la grandiosità degli Arsenali ci stanno proprio bene, e fanno star bene.

20111203

The man I love


Christoph Waltz.
Chiaramante austriaco!

20111130

Life in a Day



Life in a Day è un film di Kevin MacDonald. E' girato in un giorno, uno preciso: il 24 luglio 2010.
Life in a Day è fatto di video che MacDonald si è fatto inviare da tutto il mondo, video amatoriali, che mostrano cosa succede un giorno nel mondo. Ci sono gli Stati Uniti ovviamente, ma c'è anche l'Afghanistan, una foresta africana, il Sudamerica, Katmandu. A Katmandu c'è un tizio coreano che gira il mondo in bicicletta; non lo dice se è della Corea del Nord o di quella del Sud, ma dice che vorrebbe che fosse unita. Un paio di spezzoni parlano anche in italiano. Riconoscere i luoghi non è facile, non sempre viene detto, e certe volte provi a indovinare.
Life in a Day è la prova che il montaggio fatto bene vuol dire tanto, che il ritmo è tutto.
I titoli di coda sono notevoli.
Life in a Day mi è piaciuto.
Life in a Day è il mondo immortalato quel preciso giorno.


Life in a Day si guarda su youtube, ed è sottotitolato anche in italiano

20111129

Exco consiglia

Da grande


Splitscreen: A Love Story from James W Griffiths on Vimeo.

Questo filmato lo avevo già visto non ricordo dove.
L'ho ritrovato sul sito della rivista di viaggio Boat Magazine. Quelli di Boat Magazine fanno 2 numeri all'anno, 2 monografie dedicate a 2 città, per esempio Sarajevo e Detroit. E per costruire ciascuna monografia spostano tutta la redazione in quella città.
Ecco, io da grande voglio lavorare in quella redazione lì.

20111126

Biennale d'Arte di Venezia - la cosa che mi è piaciuto di meno

Non ho dubbi (anche se della Biennale tutta avrò visto meno della metà): il padiglione italiano.
Il padiglione italiano era molto molto grande, e pienissimo di opere. Troppe.
E pienissimo di opere di tutti i tipi: video, fotografie, sculture, installazioni, dipinti, disegni. Troppi.
Ogni opera era di un artista diverso. Troppi.
Ogni artista era proposto da un intellettuale diverso. Troppi.
Troppi nomi e troppe opere.
Per capirci qualcosa in quel marasma potevi prendere delle cuffie a pagamento. Io mi sono rifiutata, sia per il pagamento che per il rischio di dover ascoltare la voce di Sgarbi.
Più di 200 opere, praticamente una mostra a se stante, senza nessun tipi di filo conduttore apparente, tranne che l'artista era proposto da un intelletuale diverso. Ed io che non avevo studiato prima di andare a Venezia, l'ho capito solo dopo la centesima accoppiata di nomi scritti su una scatola di legno ai piedi di un'opera. Forse ai piedi dell'opera di Chiara Caselli proposta da Niccolò Ammaniti.

Sono stata a lungo tempo davanti ai quadri di Riccardo Mannelli proposto da Ascanio Celestini. Ho provato a ricercarle in rete ma non le ho travate, e cercandole mi sembra di aver capito che Mannelli sia un fummettista. I suoi quadri mi hanno dato parecchio fastidio e cercavo di capire perché Celestini lo avvesse suggerito. Erano gruppi di uomini e donne, una decina, completamente nudi o con addosso qualche vestito di solito militare. Le posizioni in cui questi corpi erano rappresentati ricordava immagini sadomaso. Nonostante non succedesse niente in questi quadri, io li ho trovati molto violenti, e quindi fastidiosi.

C'era anche Wim Wenders con un'opera di Robert Bosisio. Un viso in trasparenza. O almeno credo che fosse quello, perché non sempre era facile capire a quale opera si riferissero la coppia di nomi, soprattutto quando il titolo dell'opera era 'Senza titolo 5'.



E naturalmente c'era l'artista pisano Giueseppe Bartalini, proposto da Antonio Moresco.

Purtroppo succedeva proprio così: nella gran confusione leggevo i nomi alla ricerca di qualcuno che conoscevo, un punto di riferimento, invece di guardare le opere stesse.
Mi rendo conto adesso infatti che le due opere che mi sono rimaste più impresse erano quelle più grosse, per le quali ho dovuto seguire una specie di percorso.
Il polittico pieno di teste degli Immortali della Battaglia delle Termopili, di Filippo Martinez (forse proposto da Vittorio Sgarbi in persona, aihaihiai).



E un'istallazione sulla mafia costituita da varie parti: un lungo e stretto corridoi con le immagini delle prime pagine dei giornali dal dopoguerra a oggi che raccontavano le stragi, le uccisioni, i processi legati alla magia; alla fine del corridoio una stanza con 10 cabine in cui si entrava, ognuna dentro era diversa e ti raccontava con delle registrazioni qualcosa che aveva a che fare con la mafia; in altri spazi c'erano ritratti dei mafiosi più famosi, alcuni a forma di sagome a grandezza naturale che rappresentavano quelli ancora a piede libero.

Insomma, con molta pazienza qualcosa saltava fuori dalla confusione, ma l'impressione maggiore era quella di una marea di opere buttate lì senza alcuna cura.

Il troppo stroppia.

20111122

Adozione approvata

Exco guarda il film Memento e chiede a Babbo Natale la Polaroid.
Io adotto la parola.
Questa.





E scelgo la citazione:
Se la foto non è buona, vuol dire che non eri abbastanza vicino. (Robert Capa)

20111118

Exco una volta di mattina

A exco manca la sveglia di casa sburk, e me la invia.
E così io scopro che tutte le mattine ascolto Buscaglione.


20111117

Pina


Il primo amore non si scorda mai: Wim Wenders.
E precisamente Alice nelle città.
Rudiger Vogler.
Poi preferirò Bruno Ganz.
Mi chiedo se quei primi film di Wim Wenders, quelli prima di Il Cielo sopra Berlino, siano come i romanzi di Herman Hesse: si amano a una certa età, ci si immerge dentro a una certa età.
Età massima 21.
Poi diventa tutto diverso.
Rivederli o rileggerli non fa lo stesso effetto.
Pina non sembra un film di Wim Wenders. Sembra un film di Pina Bausch. O della sua compagnia.
E forse proprio quello era lo scopo.
Il 3D è ganzo.

20111115

E che cavolo!

Brassica oleracea L. var. acephala
Brassica oleracea L. var. alboglabra
Brassica oleracea L. var. botrytis
Brassica oleracea L. var. capitata
Brassica oleracea L. var. capitata var. rubra
Brassica oleracea L. var. caulorapa
Brassica oleracea L. var. chinensis o L. var. pekinensis
Brassica oleracea L. var. costata o L. var. tronchuda
Brassica oleracea L. var. gemmifera
Brassica oleracea L. var. gongylodes
Brassica oleracea L. var. italica
Brassica oleracea L. var. sabauda

20111114

Parole parole parole

Le parole mi piacciono.

La Società Dante Alighieri, in accordo con quattro dei più importanti dizionari dell'uso dell'taliano contemporaneo promuove una campagna per l'adozione di parole dell'italiano allo scopo di sensibilizzare il pubblico ad un uso corretto e consapevole delle parole, favorire una conoscenza più ampia del lessico, monitorare l'uso di alcuni termini, e più in generale promuovere la varietà dell'espressione nel mondo della comunicazione globale.

Per maggiori informazioni qui.

Bellina l'iniziativa.
Però.
Secondo me nella lingua italiana ci sono una serie di termini che potremmo decidere di disadottare. Per esempio:
imprescindibilmente
Ma come si fa ad usarla, dico io.
Prevedo di allungare la lista nell'immediato futuro.


20111109

Gli Arsenali di Venezia



Biennale d'Arte di Venezia - la cosa che mi è piaciuta di più

Non l'ho vista tutta la Biennale, anzi una piccola parte. La Biennale è cosa enorme, si svolge principalmente n due posti, Arsenali e Giardini; poi ci sono padiglioni sparsi per tutta Venezia. Inoltre muoversi a Venezia non è semplice, che è anche il suo bello; ma se non hai tempo da perdere (eh... il tempo) raggiungere i vari punti della Biennale non è cosa semplice.
Quindi consigliata da chi ci era già stato e dovendo fare una scelta, ho visitato la parte negli Arsenali, che anche loro potrebbero facilmente essere la cosa che mi è piaciuta di più.

Invece, la cosa che mi è piaciuta di più tra le opere in esposizione è stato The Clock di Christian Marclay. E' un video della durata di 24h costruito con tantissime inquadrature e sequenze provenienti da svariati film internazionali di tutti i tempi nei quali si vede un orologio che segna l'ora o se ne parla. L'ora segnalata nell'inquadratura è la stessa del mondo reale.

Verrebbe da pensare: noioso.

Per niente; almeno per due motivi che mi vengono in mente, anzi tre, mmm quattro...

Il primo è un motivo generale: ognuno di noi ha a che fare col tempo, quasi sempre (quasi quasi toglierei il quasi), la sveglia la mattina, gli orari di lavoro, gli appuntamenti con gli amici, l'inizio di un film al cinema, le 17.31 in alto a destra in questo momento su questo schermo. Non si sfugge. Chiunque quindi si relaziona subito con gli orologi del video di Marclay.
Vedere poi in continuazione che ore sono crea anche una certa tensione. Io al museo ci sarei stata tutto il tempo a vedere The Clock, ma proprio The Clock mi ricordava in continuazione che stavo 'perdendo' tempo prezioso per vedere altre parti della mostra e che tra qualche ora la mostra chiudeva.
Vedere in continuazione che ore sono crea anche una tensione interna al video. In automatico io spettatore pensavo che qualcosa stesse succedendo, anche se non c'è un racconto tradizionale all'interno di The Clock.
Questo è aiutato anche da un bel montaggio. Le sequenze e le inquadrature non sono montate a caso seguendo solo le ore e i minuti degli orologi, ma se per esempio in un'inquadratura James Stewart in bianco e nero esce a sinistra da una stanza guardando il suo orologio da taschino, nell'inquadratura successiva si vedrà una stanza con un orologio a pendolo fermo e Cate Blanchett a colori che entrerà da destra per andare a farlo ripartire. Nella mezzora che ho visto io, circa dalle 14.00 alle 14.30 c'erano sequenze di un film che venivano riprese più volte, un uomo legato che fissava un orologio; anche questo creava una specie di narrazione.
E poi c'è il gusto di riconoscere i film!
Insomma non mi sarei più alzata da quei comodi divani, parte dell'istallazione, se non fosse stato per quegli orologi che mi ricordavano in continuazione che ora fosse.

Christian Marclay ci ha messo due anni a fare The Clock, che in fondo non sono neanche troppi.
The Clock ha vinto il Leone d'Oro alla Biennale d'Arte di Venezia di quest'anno.
Qui se ne può vedere qualche minuto, fatelo partire alle 12.04.
Io però lo vorrei vedere tutto.

20111108

Sburk ha visto la Biennale


Naturalmente ha finito le pile della macchina fotografica un po' meglio mentre era dentro la mostra. 
Naturalmente mentre era fuori dalla mostra e la macchina fotografica le diceva ehi sto finendo le pile, ma davvero davvero sto finedo pile, il suo solito ottimismo (stupido) ha avuto la meglio. Quel tipo di ottimismo che col simbolino della pila rossa tutta vuota e che lampeggia prima di entrare dentro una mostra che si sa che enorme dice, sì sì ma vedrai che non si scaricano. Quel tipo di ottimismo che pensa che al bar della mostra vendano le pile. 
A Venezia cambiare percorso però è sempre impegnativo. Non è detto che alla fine della tua via ci sia il ponte.
Per fortuna, c'era la macchina fotografica riserva.

20111107

Espiazione


Nel senso del film.
Perché è tratto da un libro, di Ian McEwan, con lo stesso titolo.
Il libro l'ho letto qualche anno fa e non mi piacque particolarmente. Ci rimasi anche abbastanza male perché Ian McEwan di solito mi piace molto. Magari lo lessi in un momento sbagliato: però pensai che la parte centrale del romanzo che racconta la guerra in Francia era troppo lungo - probabilmente saltai anche un po' di pagine; il fraintendimento su cui tutto il racconto è basato non mi fu chiarissimo, o passò in secondo piano in mezzo a tutto il resto, a tutte quelle parole. Pensai che il romanzo era troppo lungo.
Il film invece è lungo 123 minuti, giusti giusti.
Nel film la parte centrale sulla guerra non è interminabile.
Nel film ci sono decisamente meno parole; e si sa, le immagini aiutano sempre.
Nel film le immagini poi sono belle, un po' classiche, niente di originale: la solita campagna inglese d'estate con la solita villona vittoriana con la carta da parati floreale e i camerieri nella cucina a preparare il pranzo, i vestiti da sera verdi e i costumi da bagno bianchi interi; insieme c'è anche la solita campagna francese piena di rossi papaveri, e spiagge della Bretagna con giostre abbandonate. E poi le infermiere vestite di bianco con il mantellino blu e anche i quartieri popolari londinesi sono belli. E sono belli tutti gli attori... facile.
C'è Keira Knightly, che è proprio protagonista e che personalmente non mi sta molto simpatica. Secondo me assomiglia a Winona Ryder, che è tutt'altra cosa.
C'è James McAvoy che invece mi piace molto. Lui assomiglia un po' a Ewan McGregor - un pochino e sono tutti e due scozzesi. Jemes McAvoy ha fatto L'ultimo re di scozia, che da queste parti pensiamo sia tra i film da portarsi sull'isola deserta..
C'è Saoirse Ronan, che fa la bambina che fraintende. E la fa proprio bene ed è la stessa dell'ultimo film di Joe Wright, Hanna, che da queste parti piacque molto.
C'è Vanessa Redgrave, che chiude il film.
Espiazione è una bella storia, un bel intreccio narrativo, un bel finale che al cinema, almeno per me, ha funzionato meglio.
Dario Marianelli, che Wikipedia mi dice esser nato a Pisa, per le musiche di questo film vinse l'Oscar.

20111103

Bastardy


Ve lo dico subito: Bastardy ha un happy ending!
Non solo, è anche pieno di buoni sentimenti. Tiè!
Potrei dire che è heartwarming, che è il nome di una tisana che nella traduzione francese si chiama joie de vivre.
Bastardy gira tutto intorno a Jack Charles, qualche volta chiamato anche Jackie, un aborigeno australiano della Stolen Generation (cioè di quella generazione di bambini aborigeni che è stata portata via alle famiglie e data in adozione, su cui c'è anche un bel film che si chiama Rabbit-Proof Fence, o in italiano proprio la Generazione Rubata, con colonna sonora di Peter Gabriel).
Jack Charles è un barbone; è un attore di teatro, cinema e TV; è alto 1 metro e 56; è eroinomane; è ladro di appartamenti; è fondatore della prima compagnia di teatro aborigeno; è stato spesso in prigione; è saggio; è ottimista; è cantante; è affettuoso.
Bastardy è un documentario del regista australiano Amiel Courtin-Wilson, che ci ha messo sette anni a girarlo perché nel frattempo lui e Jack sono diventati grandi amici.
Il sito di Bastardy.

20111102

FoFu phot'art 2011

Piccola mostra di fotografia che si tiene a Fucecchio.
Cinque artisti in mostra.
Storm Thorgerson è quello che ha fatto le copertine della maggior parte, se non tutti, degli album dei Pink Floyd. Ma anche di Peter Gabriel, Cramberries, Led Zeppellin e molti molti altri. Ogni foto ha una piccola storia su come si è arrivati a fare proprio quella foto lì; in altre si raccontano i trucchi, tranne in quella con le ombre volanti che interessava a me. A parte quelle per gli album di Peter Gabriel che mi piace sempre e comunque, la mia preferita è sicuramente la copertina dell'album dei Steve Miller Band Let your hair down. C'è anche uno spazio video per un bel ritorno agli anni 80.
Franco Fontana fotografa paesaggi cogliendone gli aspetti geometrici. A me sono piaciute quelle degli asfalti.
Gregorie Korganow si occupa di padri e figli, insieme, nudi.
Margherita Cesaretti e Marco Gualazzini sono vincitori ex-equo del FoFu photo challnge. La prima fotografa attimi fuggenti, il secondo la minoranza cristiana in Pakistan. Ambe due, anche se in modo diverso, tendono a mettere in luce sono una parte della foto.
Tutte le infomazioni qui, ma sbrigatevi perché avete tempo solo fino a domenica 6 novembre.
Ma voi di FoFu, siete proprio sicuri di volervi chiamare fofu?



20111026

This must be the place


Decisamente sì!

Perché non è vero che è lento.
Perché fa ridere.
Perché la musica.
Perché David Byrne.
Perché David Byrne nel 1986 ha fatto un film che si chiamava True Stories, ed io ce l'ho rivisto molto in This must be the place nel modo di mostrare un certa America.
Perché David Byrne è un mito.
Perché Harry Dean Stanton anche, con tutti i film che ha fatto con Lynch.
Perché Sean Penn va bene, è bravo, ma non mi fa poi impazzire. Preferisco Toni Servillo, ad esempio.
Perché la fotografia, sempre di Luca Bigazzi, a differenza di L'amico di famiglia, con la storia ci sta tutta.
Perché nei grandi spazi americani Sorrentino chiaramente va in brodo di giuggiole. Perché in America quegli spazi lì ci sono già bell'è pronti; non li deve creare come fa quando gira in Italia.
Perché la storia certo è importante ma il cinema è fatto di immagini.
Perché infatti sulla storia ho da ridire, soprattutto sul finale, io Paolo, te lo devo dire, l'avrei fatto diverso. Ma non importa.

This must be the place è un film del 2011 di Paolo Sorrentino. Con Sean Penn, Frances McDormand, Eve Hewson, Harry Dean Stanton, Joyce Van Patten. La fotografia è di Luca Bigazzi.

The tracker


The Tracker è un film del 2002 che era tra le novità del videonoleggio automatico della mia videoteca di fiducia. Fino a 5 minuti fa pensavo che il film fosse appena uscito, invece è di dieci anni fa. L'Australia si sa, è lontana.
The Tracker infatti è un film Australiano.
Il regista si chiama Ralf de Heer ed è olandese, ma si è trasferito dall'altra parte del globo quando aveva otto anni.

La storia è questa: inizio 900, tre poliziotti a cavallo guidati da un aborigeno a piedi sono sulle tracce di un altro aborigeno accusato di aver ucciso una donna bianca. Insomma una situazione vista e rivista no? I bianchi cattivi, ma non proprio tutti, gli indigeni buoni, i cattivi saranno puniti e i buoni andranno in paradiso. Un western, sembra, di quelli che gli americani ne hanno fatti duemila e continuano a farne.

E quindi alla fine del film ti chiedi, oh come mai mi è piaciuto tanto?

Sarà che la questione degli aborigeni australiani è meno nota per esempio degli indiani d'america.
Sarà che la questione degli aborigeni australiani non è neanche troppo risolta.
Sarà che nonostante il racconto sia ambientato negli ampissimi spazi dell'outback australiano e abbia una durata di vari giorni, The tracker si comporta come una pièce teatrale.
Sarà che i personaggi sono pochi, come a teatro.
Sarà che i personaggi non hanno un nome ma un ruolo: il fanatico, il veterano, il segugio, la guida, il fuggitivo, e vengono prensentati all'inizio, come nel testo di una piéce teatrale.
Sarà che i personaggi non hanno un nome e quindi non rappresentano delle vere persone, non c'è nessun tentativo di mostrare la realtà - quindi non mi si venga a dire che i personaggi non sono credibili.
Sarà che la guida, aborigena, sembra il fool delle opere shakespeariane (teatro teatro sempre più teatro).
Sarà che c'è una colonna sonora fatta di ballate che raccontano i personaggi e la storia (ci sono i sottotitoli in italiano perché le parole sono importanti). All men choose the path they walk, dice. Le ballate sono un po' in stile country e la voce è una bella voce. Insomma un cantastorie, insomma teatro.
Sarà che quando ci sono le scene violente, e ci sono e ci rimani male, la cinepresa ti mostra un dipinto in stile naive, colori ocra della scena. Che non diminuisce la violenza, la rappresenta solo in altro modo e forse ti impressiona anche di più.
Sarà che è un film on-the-road e i film on-the-road hanno sempre il loro fascino.
Sarà che nel film dicono sic transit gloria mundi e qualcun'altro lo aveva detto proprio quel giorno lì.
Sarà che l'outback australiano è bello e The tracker andrebbe visto su un grosso schermo.
Sarà che vinse Un certain regard di Cannes; oltre ad altri premi.
Sarà che l'ho noleggiato per caso, senza mai averne sentito parlare e la sopresa è stata piacevole.

20111025

L'ora dell'ormai


Il nuovo album di Bobo Rondelli in streaming.
Non so per quanto tempo.
Approfittiamone.
Qui.

L'amico di famiglia


Avevo evitato di vederlo al cinema perché avevo paura che il protagonista del film mi avrebbe dato noia, fastidio, tanto, di quello insopportabile, di quello che mi costringe a uscire dal cinema, o peggio ancora di quello che siccome devo vedere come va a finire nella speranza della catarsi, allora rimango al cinema ma soffro tanto. Nella speranza della catarsi sono rimasta fino alla fine di La sconosciuta di Tornatore; e invece sono uscita prima dal bellissimo Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante di Greenaway per scoprire anni dopo che non finiva come io mi immaginavo che finisse. Sarei voluta uscire anche da Morte a Venezia, ma ero nel mezzo della fila e avrei fatto alzare tutti proprio sul tristissimo finale.

E poi c'era stato Le conseguenze dell'amore, un film così bello, perché rovinarsi un Sorrentino appena scoperto.

Invece è arrivato This must be the place e tutto il parlarne. Io ancora non l'ho visto ma non vedo l'ora, soprattutto per scoprire da che parte sto. Quindi nell'attesa, suvvia vediamoci questo Amico di Famiglia.

Avrei dovuto avere più fiducia in Paolo Sorrentino.
Mi è piaciuto meno di Le conseguenze e di Il divo, ma Geremia de Geremeis non mi ha dato poi così tanto fastidio (o forse sono io che sono cambiata?). Certo spero di non incontrarlo mai, perché Geremia de Geremeis fa davvero ribrezzo. Fa ribrezzo per come cammina a passi corti e veloci e rasente i muri, per la bustina della spesa che gli ciondola sempre dal braccio, per la bocca sempre un po' spalancata, per l'unghia lunga del mignolo, perché è viscido, perché vive in una topaia, perché fa l'usuraio, perché ce ne è altre ma ora non me le ricordo. Ma suscita anche, a chi di più e a chi di meno (a me pochissimo, ma me l'ha suscitato) un sentimento di pena.
Non che il sentimento di pena sia questo gran sentimento.

Insieme a Geremia de Geremeis arriva anche tutto il pacchetto Sorrentino che come sempre è curato fino all'ultimo dettaglio, e tutta questa cura non passa inosservata.
C'è la sceneggiatura, originale nel senso di  fuori dal comune, fatta anche di piccole storie, piccoli personaggi, piccoli dettagli, di cioccolatini, di turbanti, di suore nella sabbia, di documentari national geographic, di antenne satellitari.
C'è la fotografia sorprendente. Di luoghi grandi è vuoti; americani, anche se siamo nel Lazio, perché allora torna che Sorrentino faccia un film americano. Di luce giusta, quella dell'alba. Di oggetti. Case. Sale bingo. Roulotte. Spiagge. Praterie. Discoteche. Miss qualcosa.
C'è la bella colonna sonora. A me Anthony and the Johnsons non piacciono, qui ci stanno benissimo ed è tre giorni che canticchio la canzone dei titoli di testa; ah, i titoli di testa! Anche questi, vuoi non curarli?
Curato fino all'ultimo insignificate (niente è mai insignificante) dettaglio. E si vede.
Forse però questa volta troppo.
Per L'amico di famiglia mi sono chiesta se tutta questa cura, tutto questo stile e stilizzazione, fosse eccessiva e fine a se stessa invece di essere per il film, per la storia, per Geremia de Geremeis. E' come se si raccontasse una storia squallida seduti su sedie Starck.

Mi viene in mente perché ho appena saputo che Starck ha disegnato le bottiglie dell'acqua St George quella che vendono in Corsica.


L'amico di famiglia è un film del 2006 di Paolo Sorrentino, che ha scritto anche la sceneggiatura. La fotografia è di Luca Bigazzi. Gli attori principali sono Giacomo Rizzo, Laura Chiatti, Fabrizio Bentivoglio, Gigi Angelillo, Clara Bindi, Barbara Valmorin, Marco Giallini, Alina Nedelea, Roberta Fiorentini, Elias Schilton, Lorenzo Gioielli.

20111014

Tauranga, NZ


Altre foto ancora su il post.
Le foto della Nuova Zelanda sono sempre belle anche quando ritraggono un disastro come questo. A me ricordano un po' le prime puntante di Lost.
Io a Tauranga ci sono stata, con la famiglia e la zietta, quella che scampa ai terremoti e poi lo racconta due mesi dopo. Tauranga è vicino a Rotorua dove lei abita. Di Tauranga mi colpirono l'erba verde verde che cresceva fino al mare, la sabbia che in certi punti non era sabbia ma solo pezzi di conchiglie, e le pecore sulla piccola penisola che si gira a piedi in una mezzoretta. Le pecore in mezzo al mare fa strano anche in Nuova Zelanda, dove è risaputo: ci sono più pecore che persone. Poi ricordo anche l'amica della zietta con i denti da cavallo, ricordo che non mi stava neanche tanto simpatica ma non ricordo perché.
Sono passati dieci anni precisi precisi, ed Exco a quel tempo portava la frangia bionda. La Nuova Zelanda Exco lo ha visto così, con la frangia bionda.


20111013

Lisbona on the wall

Mi sono resa conto che Lisbona è piena di scimmie.