20111026

This must be the place


Decisamente sì!

Perché non è vero che è lento.
Perché fa ridere.
Perché la musica.
Perché David Byrne.
Perché David Byrne nel 1986 ha fatto un film che si chiamava True Stories, ed io ce l'ho rivisto molto in This must be the place nel modo di mostrare un certa America.
Perché David Byrne è un mito.
Perché Harry Dean Stanton anche, con tutti i film che ha fatto con Lynch.
Perché Sean Penn va bene, è bravo, ma non mi fa poi impazzire. Preferisco Toni Servillo, ad esempio.
Perché la fotografia, sempre di Luca Bigazzi, a differenza di L'amico di famiglia, con la storia ci sta tutta.
Perché nei grandi spazi americani Sorrentino chiaramente va in brodo di giuggiole. Perché in America quegli spazi lì ci sono già bell'è pronti; non li deve creare come fa quando gira in Italia.
Perché la storia certo è importante ma il cinema è fatto di immagini.
Perché infatti sulla storia ho da ridire, soprattutto sul finale, io Paolo, te lo devo dire, l'avrei fatto diverso. Ma non importa.

This must be the place è un film del 2011 di Paolo Sorrentino. Con Sean Penn, Frances McDormand, Eve Hewson, Harry Dean Stanton, Joyce Van Patten. La fotografia è di Luca Bigazzi.

The tracker


The Tracker è un film del 2002 che era tra le novità del videonoleggio automatico della mia videoteca di fiducia. Fino a 5 minuti fa pensavo che il film fosse appena uscito, invece è di dieci anni fa. L'Australia si sa, è lontana.
The Tracker infatti è un film Australiano.
Il regista si chiama Ralf de Heer ed è olandese, ma si è trasferito dall'altra parte del globo quando aveva otto anni.

La storia è questa: inizio 900, tre poliziotti a cavallo guidati da un aborigeno a piedi sono sulle tracce di un altro aborigeno accusato di aver ucciso una donna bianca. Insomma una situazione vista e rivista no? I bianchi cattivi, ma non proprio tutti, gli indigeni buoni, i cattivi saranno puniti e i buoni andranno in paradiso. Un western, sembra, di quelli che gli americani ne hanno fatti duemila e continuano a farne.

E quindi alla fine del film ti chiedi, oh come mai mi è piaciuto tanto?

Sarà che la questione degli aborigeni australiani è meno nota per esempio degli indiani d'america.
Sarà che la questione degli aborigeni australiani non è neanche troppo risolta.
Sarà che nonostante il racconto sia ambientato negli ampissimi spazi dell'outback australiano e abbia una durata di vari giorni, The tracker si comporta come una pièce teatrale.
Sarà che i personaggi sono pochi, come a teatro.
Sarà che i personaggi non hanno un nome ma un ruolo: il fanatico, il veterano, il segugio, la guida, il fuggitivo, e vengono prensentati all'inizio, come nel testo di una piéce teatrale.
Sarà che i personaggi non hanno un nome e quindi non rappresentano delle vere persone, non c'è nessun tentativo di mostrare la realtà - quindi non mi si venga a dire che i personaggi non sono credibili.
Sarà che la guida, aborigena, sembra il fool delle opere shakespeariane (teatro teatro sempre più teatro).
Sarà che c'è una colonna sonora fatta di ballate che raccontano i personaggi e la storia (ci sono i sottotitoli in italiano perché le parole sono importanti). All men choose the path they walk, dice. Le ballate sono un po' in stile country e la voce è una bella voce. Insomma un cantastorie, insomma teatro.
Sarà che quando ci sono le scene violente, e ci sono e ci rimani male, la cinepresa ti mostra un dipinto in stile naive, colori ocra della scena. Che non diminuisce la violenza, la rappresenta solo in altro modo e forse ti impressiona anche di più.
Sarà che è un film on-the-road e i film on-the-road hanno sempre il loro fascino.
Sarà che nel film dicono sic transit gloria mundi e qualcun'altro lo aveva detto proprio quel giorno lì.
Sarà che l'outback australiano è bello e The tracker andrebbe visto su un grosso schermo.
Sarà che vinse Un certain regard di Cannes; oltre ad altri premi.
Sarà che l'ho noleggiato per caso, senza mai averne sentito parlare e la sopresa è stata piacevole.

20111025

L'ora dell'ormai


Il nuovo album di Bobo Rondelli in streaming.
Non so per quanto tempo.
Approfittiamone.
Qui.

L'amico di famiglia


Avevo evitato di vederlo al cinema perché avevo paura che il protagonista del film mi avrebbe dato noia, fastidio, tanto, di quello insopportabile, di quello che mi costringe a uscire dal cinema, o peggio ancora di quello che siccome devo vedere come va a finire nella speranza della catarsi, allora rimango al cinema ma soffro tanto. Nella speranza della catarsi sono rimasta fino alla fine di La sconosciuta di Tornatore; e invece sono uscita prima dal bellissimo Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante di Greenaway per scoprire anni dopo che non finiva come io mi immaginavo che finisse. Sarei voluta uscire anche da Morte a Venezia, ma ero nel mezzo della fila e avrei fatto alzare tutti proprio sul tristissimo finale.

E poi c'era stato Le conseguenze dell'amore, un film così bello, perché rovinarsi un Sorrentino appena scoperto.

Invece è arrivato This must be the place e tutto il parlarne. Io ancora non l'ho visto ma non vedo l'ora, soprattutto per scoprire da che parte sto. Quindi nell'attesa, suvvia vediamoci questo Amico di Famiglia.

Avrei dovuto avere più fiducia in Paolo Sorrentino.
Mi è piaciuto meno di Le conseguenze e di Il divo, ma Geremia de Geremeis non mi ha dato poi così tanto fastidio (o forse sono io che sono cambiata?). Certo spero di non incontrarlo mai, perché Geremia de Geremeis fa davvero ribrezzo. Fa ribrezzo per come cammina a passi corti e veloci e rasente i muri, per la bustina della spesa che gli ciondola sempre dal braccio, per la bocca sempre un po' spalancata, per l'unghia lunga del mignolo, perché è viscido, perché vive in una topaia, perché fa l'usuraio, perché ce ne è altre ma ora non me le ricordo. Ma suscita anche, a chi di più e a chi di meno (a me pochissimo, ma me l'ha suscitato) un sentimento di pena.
Non che il sentimento di pena sia questo gran sentimento.

Insieme a Geremia de Geremeis arriva anche tutto il pacchetto Sorrentino che come sempre è curato fino all'ultimo dettaglio, e tutta questa cura non passa inosservata.
C'è la sceneggiatura, originale nel senso di  fuori dal comune, fatta anche di piccole storie, piccoli personaggi, piccoli dettagli, di cioccolatini, di turbanti, di suore nella sabbia, di documentari national geographic, di antenne satellitari.
C'è la fotografia sorprendente. Di luoghi grandi è vuoti; americani, anche se siamo nel Lazio, perché allora torna che Sorrentino faccia un film americano. Di luce giusta, quella dell'alba. Di oggetti. Case. Sale bingo. Roulotte. Spiagge. Praterie. Discoteche. Miss qualcosa.
C'è la bella colonna sonora. A me Anthony and the Johnsons non piacciono, qui ci stanno benissimo ed è tre giorni che canticchio la canzone dei titoli di testa; ah, i titoli di testa! Anche questi, vuoi non curarli?
Curato fino all'ultimo insignificate (niente è mai insignificante) dettaglio. E si vede.
Forse però questa volta troppo.
Per L'amico di famiglia mi sono chiesta se tutta questa cura, tutto questo stile e stilizzazione, fosse eccessiva e fine a se stessa invece di essere per il film, per la storia, per Geremia de Geremeis. E' come se si raccontasse una storia squallida seduti su sedie Starck.

Mi viene in mente perché ho appena saputo che Starck ha disegnato le bottiglie dell'acqua St George quella che vendono in Corsica.


L'amico di famiglia è un film del 2006 di Paolo Sorrentino, che ha scritto anche la sceneggiatura. La fotografia è di Luca Bigazzi. Gli attori principali sono Giacomo Rizzo, Laura Chiatti, Fabrizio Bentivoglio, Gigi Angelillo, Clara Bindi, Barbara Valmorin, Marco Giallini, Alina Nedelea, Roberta Fiorentini, Elias Schilton, Lorenzo Gioielli.

20111014

Tauranga, NZ


Altre foto ancora su il post.
Le foto della Nuova Zelanda sono sempre belle anche quando ritraggono un disastro come questo. A me ricordano un po' le prime puntante di Lost.
Io a Tauranga ci sono stata, con la famiglia e la zietta, quella che scampa ai terremoti e poi lo racconta due mesi dopo. Tauranga è vicino a Rotorua dove lei abita. Di Tauranga mi colpirono l'erba verde verde che cresceva fino al mare, la sabbia che in certi punti non era sabbia ma solo pezzi di conchiglie, e le pecore sulla piccola penisola che si gira a piedi in una mezzoretta. Le pecore in mezzo al mare fa strano anche in Nuova Zelanda, dove è risaputo: ci sono più pecore che persone. Poi ricordo anche l'amica della zietta con i denti da cavallo, ricordo che non mi stava neanche tanto simpatica ma non ricordo perché.
Sono passati dieci anni precisi precisi, ed Exco a quel tempo portava la frangia bionda. La Nuova Zelanda Exco lo ha visto così, con la frangia bionda.


20111013

Lisbona on the wall

Mi sono resa conto che Lisbona è piena di scimmie.

20111010

Avete firmato?

 
  
VIA ANDREA PISANO ASSEGNAZIONE DIRETTA
Sono trascorsi ormai otto mesi da quando, a febbraio, le associazioni del Progetto Rebeldia, dopo aver raggiunto un accordo con il Comune per trasferire le proprie attività nell'area di Via Andrea Pisano, hanno lasciato gli spazi di via Battisti per consentire l'inizio dei lavori della Sesta Porta. Ad oggi i lavori della Sesta Porta, nonostante lo spettro delle penali a lungo invocato dal Comune per sostenere l'urgenza di sgomberare l'area procedono a rilento; l'area di via Battisti, che fino a fine 2010 aveva aggregato associazioni e persone vedendo moltiplicare iniziative culturali, sportive, sociali, ludiche versa in un desolante stato di abbandono, mentre le 31 associazioni del Progetto Rebeldia sono ancora senza una sede adeguata.
Non sappiamo chi pagherà le penali per i ritardi della Sesta Porta, ma l'intera città sta già pagando le "penali" per lo stop forzato di alcune attività del Progetto Rebeldía, come ad esempio la ciclofficina, la biblioteca di Babil, la palestra di arrampicata. Ma soprattutto, oggi più che mai si sente in città la mancanza di uno spazio pubblico attraversabile, dove poter organizzare e partecipare alle tante iniziative rivolte alla socialità che un tempo si svolgevano in Via Battisti, come le feste delle comunità, i dibattiti e i concerti.
Siamo convinti che il miglioramento della qualità della vita a Pisa non si possa raggiungere cementificando in ogni dove o aprendo centri commerciali e megastore, ma investendo piuttosto sulla riqualificazione in città di aree verdi e di spazi pubblici da destinare ad attività sociali e culturali. Spazi aperti a tutti, senza il pagamento di esosi canoni di locazione, e dove chiunque possa promuovere iniziative, momenti di discussione e di incontro, che stimolino l'integrazione fra tutti i cittadini che vivono la città, dal "pisano doc", allo studente, al migrante, e dove siano promossi i valori della socialità e dello scambio più che il modello dell'individualismo consumista promosso da una società sempre più malata.
Per questo chiediamo al Sindaco Marco Fillippeschi di rispettare gli impegni presi nell'accordo di gennaio e di procedere al più presto con l'assegnazione diretta dell'area di via Andrea Pisano al Progetto Rebeldia.

Per aderire all'appello riempire il modulo.

Lisbona, mentre Exco sceglieva il suo nuovo Coinqui

Qua sotto il Monastero dos Jeronimos, ma soprattutto il chiostro, che quando varchi la porta dopo aver pagato il biglietto d'ingresso fai ahhhh, ohhhh, e ti siedi sul primo scalino, lo ammiri per un po' e rispondi agli sms di Exco. Il chiostro è bello grande ed è su due ordini. La pietra è gialla e ricca, un po' gotica e un po' barocca, lo stile si chiama manuelino. Nel refettorio ci sono anche le immancabili azujelos. Nessuna foto che ho fatto rende bene lo spazio, bisognava avere non so un super grandangolo, un fisheye, una gru, o meglio ancora un elicottero.

Qua sopra il Padiglione Portoghese di Alvaro Siza Vieira. Tra gli architetti, o quelli che lo vorrebbero diventare, è un'opera di cui si deve saper parlare. Si tratta di un enorme lastra in cemento (50 per 65 metri), che assomiglia a un lenzuolo, appesa con tanti tiranti in acciaio ai due portici laterali. Mi diceva l'architetta in divenire che quando Siza lo progettava nessuno credeva che avrebbe retto. Non so se mi piace. Mi piace l'idea, lo spazio aperto ma coperto, mi piace l'enorme davvero leggerissimo lenzuolo di cemento armato (ma ti immagini a costruirlo), mi piace la sua essenzialità. Forse però è troppo grosso, mi ricorda certa architettura fascista e certa archietettura russa. Nessuna foto che ho fatto rende per bene lo spazio, bisognava avere non so un super grandangolo, un fisheye, una gru, o meglio ancora un elicottero.

20111009

Certi tramonti d'autunno in città


Ho due macchine fotografiche digitali. Una Canon Powershot A550, piccolina, semplice, io al massimo ci gestisco l'ISO, e tendo a portarmela sempre dietro. Poi l'anno scorso presi una FujiFilm FinePix usata, da un amico di Exco. In pratica le ho pagate lo stesso prezzo. La FujiFilm è una bridge e la volevo per reimparare l'uso del diaframma, e tempi etc (che con l'avvento del digitale si tende a non fare più), e poi ha delle lenti un po' più potenti, e il grandangolo.
Però, oh la Canon le fa meglio. Non ce n'è!

20111006

Stefano Lavori


Si spengano tutti gli strumenti elettronici che contengono la parola mac o che cominciano con la lettere i minuscola.
Comunque era incredibile, sono triste davvero.
E comunque le foto su repubblica.it degli americani che lo piangono con tra le mani l'ipad ferma sull'immagine della sua faccia sono ancora più incredibili.

La copertina migliore, almeno finora.

20111004

Exco Padova Atto II

Premessa
Exco ha dovuto cambiare casa.

Sms di Exco mentre ammiro le guglie del Mosteiro dos Jeronimos.
"Che ne diresti di un futuro coinquilino israeliano e studente in medicina?"

Risposta di Sburk influenzata dallo stile manuelino del Mosteiro dos Jeronimos, su progetto dell'architetto Diogo de Boitaca, che fu fatto costruire dal Re Manuele I per celebrare il ritorno di Vasco de Gama, dopo aver scoperto la rotta per l'India.
"Ho dei pregiudizi sia verso gli israeliani che verso i medici, ma fai te."

Sms di Exco mentre mi chiedo se il Padiglione Portoghese di Alvaro Siza mi piaccia veramente.
"Trovato la stanza. Stasera torno a Pisa"

Risposta di Sburk mentre pensa che il Padiglione Portoghese di Alvaro Siza sia parecchio fascista nello stile. Sarà perché è così enorme.
"Anch'io"

Exco e Sburk faccia a faccia.
Sburk: Ma gliel'hai chiesto cosa pensa delle questione palestinese?
Exco: Ancora non l'ho neanche visto.
Sburk: Ah.
Exco: Ma mi spieghi un po' questa questione palestinese.
Sburk gliela spiega facendo finta di essere oggettiva, ma in realtà è molto di parte. Inprinting a 21 anni? Tentar non nuoce.

Exco torna a Padova, cominciano le lezioni e conosce il coinquilino israeliano. Sburk capisce che Exco non ha capito niente della sua spiegazione sulla questione palestinese.
Exco al telefono: Il coinquilino israeliano non è musulmano.
Sburk: Lo dubitavo che lo fosse.
Exco: Il coinquilino israeliano è al secondo anno di medicina ma l'anno scorso non ha fatto praticamente niente.
Sburk pensa che l'israeliano che studia medicina ma che il primo anno ha fatto poco già le va meglio (ovviamente se lo fa suo figlio di non fare niente o quasi il primo anno non va bene per niente, ma queste sono le tipiche contraddizioni materne).
Exco: Il coinquilino israeliano è venuto con me a vedere la partita della Juve.
Sburk pensa che questo elemento aggiunge poco, ma Exco è contento perché con i suoi ex coinquilini queste cose non le faceva mai.
Exco: E ha bevuto una birra, quindi non poteva essere musulmano.
Sburk: Ma questo si supponeva, infatti.
Exco: Comunque gliel'ho chiesto della questione palestinese.
Sburk: Sul serio?!?!
Exco: Il coinquilino israeliano dice che è giusto che i palestinesi abbiamo una loro nazione, e che secondo lui entro dieci anni ce l'avranno altrimenti ci sarà una guerra tremenda e una delle due popolazioni sparirà.
Sburk: Ecco.
Exco: Il coinquilino israeliano è cristiano.
Sburk: Senti là, è un colpo di scena.

Il coinquilino israeliano di Exco ha un nome che comincia con la F, ma io non l'ho ancora imparato.

New Adventures in the Kitchen




Più o meno guacamole.
Ultimamete prediligo pietanze che stanno bene in queste ciotole, arancionissime minestre di carota, tabboule pieno di prezzemolo, zuppa-pa avanzata dalla festa.


Cenette con le amiche, crostini con caprino, fichi e aceto balsamico.
Anche questo piatto qui mi piace molto, ma è più difficile da riempire.



Il fallimento, mousse di yogurt con mirtilli.
Una schifezza, ma esteticamente niente male.