20131211

Nuova Zelanda, la volta prima




Era 12 anni fa. Exco aveva un ciuffo biondo
Exco: Avresti dovuto impedirmelo!
Sburk: eh eh eh… c'è stata anche la fase codino, ricordi?
e un improbabile pile onnipresente. Aveva deciso che da grande avrebbe munto le mucche e consegnato il latte a domicilio, dopo un'esperienza in una farm neozelandese.
Sus era ancora solo pisana e io portavo gli anfibi.
Dodici anni sono incredibilmente tanti anche se non saprei spiegare come.

Parto. Partiamo. Domani a quest'ora saremo in volo verso Dubai, poi scalo tecnico a Brisbane, poi Auckland. Poi shuttle che mi dice auntie Doris mi lascia proprio sulla soglia di casa sua, che non sta più a Ngongotaha, ma a Rotorua. Non me lo ricordavo, no.

Ho fatto la valigia. Exco no, troppa organizzazione non va bene, dice.

Partire è un po' come morire. E' vero. Solo per il fatto che stacchi, in modo netto, con quello che hai fatto fino a quel momento. E ti guardi indietro. E poi guardi avanti. E prendi una pausa, e dici ci penserò, e lo puoi fare perché nessuno ti rincorre, sei dall'altra parte del mondo diobonino. Poi quando torni tutto prosegue come prima magari. Ma non importa: lo stacco c'è stato. L'ansia della partenza c'è stata. L'ansia del posto nuovo c'è stato, l'odore nuovo nelle narici c'è stato.

Sarò a testa in giù.

Qui ci vediamo nel 2014.
Io cercherò di aggiornare qui.

20131203

Come dice Ico

Frugatevi.
Anzi, frughiamoci.




Vieni al nostro evento di Presentazione
Martedì 3 Dicembre dalle 19,00 

alla Libreria Ubik di Pisa 
in Via Garofani, 6

20131127

Come mi va a novembre

Lei tirò indietro la mano.
"Ti interessa tanto, quell'energumeno?"
"Attila sono io, come avrebbe detto Flaubert."
"Ah, davvero? Dovrai spiegarmelo un po' meglio, l'affinità non salta agli occhi."
"E' l'archetipo dell'immigrato. Se gli avessero detto: 'Sei ormai un cittadino romano!' si sarebbe avvolto in una toga, si sarebbe messo a parlare latino e sarebbe divenuto il braccio armato dell'Impero. Ma gli hanno detto: 'Sei solo un barbaro e un infedele!' e non ha sognato altro che di devastare il paese."

Leggo I disorientati di Amin Maalouf. Lui è libanese trapiantato in Francia, e dopo molti romanzi e saggi, finalmente ha scritto un libro ambientato in Libano, anche se il paese in cui si svolge la storia non viene mai citato. Immagino sia un po' autobiografico. E' scritto con tre tecniche diverse: ci sono pezzi in terza persona, pezzi tratti dal diario del protagonista e altri che sono email che il protagonista e altri personaggi si scambiano. Alla fine, mi mancano pochissime pagine, I disorientati mi piace, forse perché parla del Libano, forse perché parla di temi a cui chiunque si può rapportare: la memoria, l'amicizia, l'amore, la guerra, la politica, lo straniero, la religione. Durante la lettura ho spesso pensato però che questi temi fossero raccontati in modo forse banale, con qualche luogo comune, in qualche modo mitizzati, come certe volte si mitizza l'infanzia. Ma è un romanzo che soprattutto parla di memoria, di ciò che eravamo e cosa siamo diventati... forse è difficile in questo campo essere originali?

Ascolto i Daughter.

20131122

Due film nel weekend

Questi due film nel weekend hanno in comune che sono molto belli (secondo me), che quello che raccontano è molto triste e vero, e che i protagonisti sono 3+1.



Magdalene
Se ne parlò molto e non solo perché vinse il Leone d'Oro nel 2002.
Da molto volevo vederlo, ma fa parte di quei film che mi fanno paura, paura di star male. E allora rimando. Poi in una conversazione con tsaramaso è venuto fuori Magdalene e ho preso coraggio e l'ho guardato.
Con Magdalene si intendendono le Case Magdalene, istituti gestiti da suore, dove venivano rinchiuse ragazze e donne che si erano macchiate di qualcosa considerato vergognoso per la morale cattolica irlandese. Nelle Case Magdalene le ragazze venivano fatte lavorare in lavanderia praticamente come delle schiave: l'istituzione religiosa ci guadagnava e alle lavoratrici non andava nulla. Inoltre le ragazze non avevano assolutamente nessun diritto, a mala pena era permesso loro di parlare. Ogni trasgressione veniva punita severamente, con punizioni corporali, e in modo umiliante. Le Case Magdalene sono state chiuse nel 1996.
Il film è di Peter Mullan, che nella vita ha fatto soprattutto l'attore, e racconta di 3 ragazze che entrano in una Casa Magdalene lo stesso giorno e come ognuna sopporta e cerca di venir fuori dall'atroce situazione. La quarta, di cui il film segue la storia si trova già lì. Le storie sono vere.
Mi trovo sempre un po' a disagio quando devo dire che un film (o anche una fotografia, come quelle di Letizia Battaglia) che ritrae eventi drammatici è bello, perché è un po' come se quell'aggettivo, bello, passasse anche su quegli eventi drammatici che belli non sono per niente; e questo soprattutto quando quegli eventi sono reali e il film (o la fotografia) non cerca in alcun modo di abbellirli.
Magdalene è un bellissimo film.
Perché è raccontato bene.
Perché secondo me non gira il coltello nella piaga, e non gioca troppo con l'ansia (ho capito che per me questo fa la differenza).
Perché le protagoniste sono bravissime, e lo sono anche tutti gli altri.
Resta il fatto che film così mi rimangono impressi più per la storia che raccontano che per il cinema che contengono. Dovrei rivederli... ma dato l'argomento mi passa un po' la voglia.



La gabbia dorata
Tutto il ragionamento fatto per Magdalene vale per questo.
E' un'opera prima di un regista spagnolo, Diego Quemada-Diez, che però ha lavorato in altri ruoli in altri notevoli film.
Racconta del viaggio di tre ragazzini (una ragazza e due ragazzi, un quarto decide di tornare indietro) dal Guatemala verso gli Stati Uniti e se vi è capitato di leggere qualcosa di come vanno queste migrazioni del Centro America, sapete che il film è tutt'altro che allegro.
Diego Quemada-Diez si è chiaramente documentato tantissimo e certe volte il film sembra un po' un documentario. Alcune persone incontrate durante il viaggio potrebbero essere persone reali, come un prete che sfama e accoglie i migranti durante una tappa del loro viaggio; ma anche forse i migranti stessi che viaggiano sui tetti dei treni. Ho letto che Quemada-Diez chi ha messo dieci anni per fare questo film, che ha fatto il viaggio dal Guatemala agli Stati Uniti tre volte intervistando innumerevoli persone legate all'emigrazione.
La gabbia dorata è un bellissimo film.
Perché è raccontato bene.
Perché secondo me non gira il coltello nella piaga (questo è anche molto soggettivo, qualcuno ha pianto).
Perché i ragazzi protagonisti sono bravissimi.
Perché ci sono i viaggi sul tetto del treno che attraversano il Centro America.
Perché ci sono mille dettagli.
Perché nonostante ritragga delle storie drammatiche, senza edulcolorarle e quasi con uno stile documentaristico, e il pensiero che mi è ronzato in testa per tutto il film (come per Magdalene) è stato come può l'essere umano fare cose così atroci ad altri esseri umani, La gabbia dorata lascia uno spiraglio aperto e mostra anche gli altri aspetti più belli dell'essere umano (ma forse solo per me).

20131121

Zoran il mio nipote scemo



Col mio amIco ci eravamo detti facciamo tutti e due un post entro 24 ore.
Io sono in ritardo, il mio amIco non ho controllato per non lasciarmi influenzare.
Il mio amIco quel pomeriggio mi ha mandato il link del film, di cui non avevo sentito parlare.
L'amIco poi mi ha detto a quale cinema era e che lui ci sarebbe andato.
Bravo, gli volevo dire io, mi volevi fare anche una domanda, gli volevo chiedere io.

Dice il regista del film, Matteo Oleotto, che il suo film, un'opera prima, che è stata anche al Festival di Venezia nella sezione Settimana della Critica, è uscito nelle sale lo stesso giorno del film di Checco Zelone. Dice Matteo Oleotto che lo ha chiamato al telefono Zelone, per dirgli via, almeno dammi una mano. Pare che Zelone nelle sue interviste consigli Zoran, il mio nipote scemo. Matteo Oleotto era in sala, l'altra sera, ed è molto simpatico.

Zoran, il mio nipote scemo è un bel film e anch'io, come Checco Zelone, lo consiglio. Prima però dirò quelli che secondo me sono i difetti, così possono rimanere impressi solo i pregi:
1. il titolo;
2. sembra che manchi di ritmo, o c'è qualcosa che non va col montaggio (che credo sia la stessa cosa).
I pregi:
1. la storia è bella, leggera e ironica;
2. gli attori sono tutti ma tutti perfetti, e dall'intervista si capisce che è dovuto anche al tipo di lavoro, lungo, fatto dal regista;
3. i personaggi sono notevoli (anche se forse lo sono un po' tutti e un po' troppo - non so)
4. ah bella la fotografia, con il cielo sempre grigio;
5. la colonna sonora;
6. quando esci dal cinema hai necessità di bere del vino;
7. l'acqua la beve il can.

L'amIco credo sarebbe d'accordo.
Eh eh, ho appena controllato: l'amIco non ha postato.

20131119

Io e le barbe



Ultimamente sperimento molto con la barbabietola. Mi sono fissata con un crumble di barbabietole ma senza usare il burro. Fino ad ora ho fatto due esperimenti, il primo farina e olio, il secondo pangrattato e parmigiano: tutti e due falliti, perché il crumble che dovrebbe essere sì sbricioloso ma senza sfarsi troppo, si sfa tantissimo invece.
Esperimenti falliti nello stile, ma sempre buoni nella sostanza.
E comunque ho ceduto.
La barbabietola che si trova nel frigorifero avrà un incontro ravvicinato col burro.

Altri lavori di Emma Dibben li trovate qui.

20131118

Letizia Battaglia

Non la conoscevo.
Ho incontrato le sue fotografie al FOFU, mostra di fotografia di Fucecchio.
E' una fotoreporter, famosa per le sue fotografie di cronaca sulla mafia; ma anche sulla Sicilia e Palermo, la sua città, in particolare.
Qui di seguito alcune fotografie che erano alla mostra. Molte rappresentano morti ammazzati, io non ne ho messa qui neanche una.

1. Rosaria Costa, la vedova di Vito Schifani agente della scorta di Falcone morto nell'attentato. Le parole che pronunciò durante i funerali di stato: « Io, Rosaria Costa, vedova dell'agente Vito Schifani mio, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato..., chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso.
Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c'è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare...
Ma loro non cambiano... [...] ...loro non vogliono cambiare...
Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue, troppo sangue, di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l'amore per tutti. Non c'è amore, non ce n'è amore... ».
2. Giovanni Falcone.
4. La mamma di Peppino Impastato. Alla mostra in realtà c'era un'altra foto. Bella uguale.
6. Letizia Battaglia






"Quando nel 1993, i giudici puntarono il dito contro Giulio Andreotti (...) la polizia andò a cercare negli archivi della Battaglia e trovò due fotografie del 1979 che ritraevano Andreotti insieme a un importante uomo di mafia che l'ex presidente del consiglio aveva negato di conoscere. A parte i racconti dei pentiti, queste fotografie erano la sola prova fisica dei legami del potente uomo politico con la mafia siciliana. Il significato documentaristico e storico delle fotografie, incluse le foto che appaiono sui giornali, non potrebbe essere più chiaro di così." Dal New York Times, 16 dicembre 2001.

20131114

Ulm in Germania

La vista dalla finestra della futura casa della co-fondatrice di A/R.
Il nostro giardino arriva fino agli alberi, dice. Gli alberi non sono nel nostro giardino, mi precisa; e mi spiega che il pezzo con gli alberi, grande più o meno come quello appartenente alla casa, è un common garden, che viene dato in affitto dal comune. Vitt e co lo affitteranno ma non potranno costruirci niente di fisso, nessuna colata di cemento insomma. In questo modo, mi spiega ancora la Vitt, il terreno resta non edificabile e gli affittuari una volta che si sono stufati di curare un pezzo di terra smettono di affittarlo. Tutto questo lo fa il comune.
Oh, le ho detto io, sembra la Toscana.
Sì, mi ha risposto lei, tieni presente che era inizio settembre.



20131112

Cosa ne hai fatto delle forbici





E' stato un weekend pinteriano quello appena passato, nel senso letterario del termine; perché credo che non sopravviverei ad un weekend realmente pinteriano.
Sicuramente è preferibile uno kafkiano.

Venerdì
Lettura di uno dei testi teatrali capolavoro di Harold Pinter (per me Harold Pinter è un genio), Il ritorno a casa (Homecoming). Il testo è del 1964 e raccontarlo non ha senso. Bisogna leggerlo. Anche perché come tanti testi teatrali di Pinter, si svolge tutto in un salotto nel quale non succede quasi niente. E sottolineo quasi. Il quasi è fondamentale. Come lo sono le pause di Pinter. Il teatro di Pinter è un teatro di parola. E di pause. Le parole di Pinter sono dei macigni. E io veramente non so come fa perché a prima vista sembrano parole banali.
La prima battuta di Il ritorno a casa è "Cosa ne hai fatto delle forbici?" detta da un padre anziano al figlio adulto spaparanzato sul divano a leggere il giornale. E se conosci un pochino Pinter lo sai, lo avverti subito dopo la prima battuta: in quel salotto succederà di tutto.
In un articolo molto lungo e molto bello del New Yorker (in inglese) si dice, tra le molte cose, che i testi di Pinter gli scaturivano dall'inconscio (attenzione: è un'interpretazione molto mia estrapolata dal lungo articolo), che era una cosa sulla quale lui non aveva quasi potere. Infatti, coscientemente non sono chiari i testi di Pinter (qualcuno di più qualcuno di meno) ma in qualche parte del mio inconscio lo sono, e come.

Sabato
E poi questa non chiarezza permette di discutere per ore sui sensi e sui segnificati una volta visto Il ritorno a casa al Teatro Metastasio di Prato. A meno che in macchina non ci sia anche eli, allora e spettegolume a tutto spiano. E Pinter, secondo me, ne sarebbe contento.
Lo spettacolo non era male. Ho trovato gli attori tutti bravi, forse qualcuno un pochino sopra le righe. Pinter non viene messo troppo in scena in Italia, e infatti è la prima volta che vedo un'opera di Pinter a teatro. Pinter è difficile da mettere in scena, e in questo weekend pinteriano ho elaborato la mia teoria sul motivo di questa difficoltà. Che più o meno è la stessa di quando vai al cinema a vedere un film di cui hai letto il libro. Tutti i non detti pinteriani, tutti i sottointesi, le poche informazioni che il drammaturgo inglese inserisce nei suoi testi (per esempio Pinter fa scarsissimo uso di didascalie) fa sì che io lettrice mi devo immaginare tutto; e lo faccio, alla grande, soprattutto nel mio inconscio. Una volta che vedo lo spettacolo in carne ed ossa sul palco, la mia immaginazione si spegne e guardo quella del regista. E quindi o riesce in qualche modo a soprendermi o altrimenti rimango più o meno delusa.
Pinter è difficile da rendere sul palco. Trovamelo un attore che recita "Cosa ne hai fatto delle forbici?" trasmettendo allo spettatore tutta quell'inquietudine e angoscia che arriva invece al lettore.

Domenica
Leggo Tradimenti. Sicuramente meno potente di Il ritorno a casa. E forse più semplice da mettere in scena, anche per la struttura del racconto che comincia dalla fine e va indietro negli anni. Bellissimo anche quello.
Riguardo, dopo tantissimi anni, la donna del tenente francese. Pinter ha scritto molto anche per il cinema. Spesso non testi originali (forse nessuno?) ma adattamenti da romanzi, come questo. Pinter al cinema è molto diverso dal Pinter a teatro; e come anche quando lo vidi la prima volta, La donna del tenente francese non mi fa impazzire. Ma allo stesso tempo sì. La potenza di Pinter. Poi ci sono Meryl Streep e Jeremy Irons quindi sai che qualcosa di sordido avverrà. Jeremy Irons recitò anche nel film tratto da Tradimenti. Mi sa che il weekend pinteriano avrà degli strascichi nel prossimo.

A me di Pinter piace tutto, o meglio tutte le sue parole. Gà in passato avevo linkato il discorso che fece quando ricevette il Nobel (è in inglese ma a cercarli si troveranno anche i sottotitoli). Era già molto malato e si presentò in video seduto su una poltrona con un plaid sulle ginocchia: recitò una ferocissima accusa contro gli Stati Uniti. Harold Pinter purtroppo è morto nel 2008.

In realtà un altro spettacolo di Pinter grazie al blog ho scopeto di averlo visto. Evidentemente non era per niente memorabile.

20131111

Allouin

Meglio sott'acqua e in provincia di Livorno.


20131109

I ponti di Londra

Londra come tutte le città che hanno un fiume che le scorre in mezzo è piena di ponti. Alcuni antichi altri moderni, qualcuno solo pedonale. Quando a Londra mi trovo spesso a stare dalle parti del fiume, mi ci sento a mio agio e mi fa da punto di riferimento.

1. Sopra il Millennium Bridge
2. Sotto il ponte della ferrovia di Blackfriers Station
3. Sopra il Vauxhall Bridge vicino a casa di Exco. Il Bettersea Power Station






20131108

Due film nel weekend, non americani


Carlos
E' un film di Olivier Assayas. Protagonista Edgar Ramirez.
E' nato come miniserie televisiva franco tedesca e poi è uscita anche come film di 165 min.
Carlos è il nome di battaglia di Ilich Ramirez Sanches, un terrorista mercenario venezuelano. Nel film lo vediamo soprattutto legato al gruppo FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) insieme ad altri terroristi la maggior parte tedeschi. Da wikipedia vengo anche a sapere che era stato fatto il suo nome anche per la strage di Bologna, ma che questa pista non venne mai ufficialmente indagata.
Il film mi è piaciuto. E' molto lungo ma non annoia. C'è una bella ricostruzione degli anni 70 anche se l'occhio attento di a.elle nota che la macchina che salta in aria nella finzione del film è di un modello diverso rispetto a quella che poi fanno vedere nei servizi dei telegiornali dell'epoca. Ci sono anche belle ricostruzioni dei paesi, molti, visitati di Carlos. Beirut ad esempio sembra davvero Beirut. Rimaniamo impressionati da come 6 terroristi con una borsa piena di armi entrano indisturbati nella stanza delle riunioni dell'OPEC a Vienna e sequestrano 60 persone. Il film è molto asciutto senza ridondanze, senza mitizzazioni varie.
Io Carlos non lo conoscevo anche se ho letto poi che soprattutto nella stampa era quasi un personaggio mitologico; quasi si dubitava della sua vera esistenza e c'erano teorie che sostenevono che fosse un'invenzione dei governi e massmedia per vendere giornali e giustificare la minore libertà. Il film non spiega molto, forse anche perché molto non si sa; nonostante Carlos sia vivo e vegeto in una prigione francese evidentemente come i terroristi nostrani la maggior parte delle cose non le raccontano, o non gliele lasciano raccontare.
Carlos viene rappresentato come una persona un po' banale e vuota, che non sembra aderire alle idee rivoluzionarie dei gruppi terroristici attivi con cui si associa. Non sembra avere un preciso credo politico. Sembra agire per il solo gusto dell'azione. Non viene neanche dipinto come un killer spietato, anche se gli piacciono molto le armi. Pare soprattutto uno amante di se stesso, che fa il terrorista perché è ganzo. Insomma, nel film questo mito Carlos viene completamente smontato.
E questo colpisce, abituati come siamo a vedere film dove i personaggi devono essere personaggi. In Carlos, quello che davvero era un personaggio nella vita reale (credo) viene ridotto allo stato di persona quasi banale, e un po' stupidotto (non mi viene la parola, e tre giori che la cerco).
Insomma, cbp, Carlos non assomiglia per niente a Raymond 'Red' Reddington.



La bicicletta verde
Titolo originale: Wadjda.
E' un film saudita di una regista donna, Haifaa al-Mansour. In Arabia Saudita le donne non possono fare niente. Nel film si vede benissimo. Per esempio non possono guidare, e quindi hanno bisogno di autisti per andare nei posti. O per esempio non possono stare pubblicamente insieme ad altri uomini, e la regista molto spesso ha dovuto dirigere gli attori da dentro un furgoncino guardando i monitor.
Io ho un debole per i film arabi e questo film mi è piaciuto molto.
E' la storia di Wadjda, una ragazzina di 14-15 anni un po' ribelle che decide che vuole una bicicletta. In Arabia Saudita non è visto di buon occhio che una donna vada in bicicletta. In Arabia Saudita le donne non possono fare niente, l'avevo già scritto?
Intorno a Wadjda il suo mondo, saudita (in cui le donne non possono fare niente): la scuola, le amicizie, la famiglia in crisi perché il padre di Wadjda sta per prendere una seconda moglie, dato che la madre di Wadjda non può più avere figli.
Il tutto raccontato con molta delicatezza e dolcezza, e soprattutto dal punto di vista del mondo femminile.

20131107

London street photography


London National Theatre



A sinistra il Lloyd's Building disegnato da Richard Rogers - lo stesso che ha fatto insieme a Renzo Piano il Centre Pompidou. Sullo sfondo invece il cetriolone.



St. Paul's Cathedral

20131105

Exco still in London


Adoro le liste.
1. Exco resiste nella grande metropoli londinese e la sera va a farsi le pinte nel pub del quartiere, Vauxhall.
2. Credo di avervi già detto che ha cambiato casa, ora vive nel sud di Londra, a Vauxhall, in una casa che è una casa, non un tugurio, e che mi può ospitare.
3. A Vauxhall c'è anche una discoteca dove si va con i pattini a rotelle.
4. I quattro abitanti di Frank House, così si chiama l'edificio, si sono anche presi una gattina, tutta nera, ancora senza nome. Simpatica e affettuosa.
5. Frank House ha in dotazione solo enormi bicchieri da pinta di birra, e per ringraziarli dell'ospitalità ho regalato loro un set di bicchieri normali.
5. Exco va a lavoro in bici, ci mette solo 10 minuti, forse l'unico 'londinese' che ci mette così poco ad arrivare a lavoro.
6. Exco a dicembre si prenderà un mese e più di vacanze e al suo ritorno Bledi (il suo head-chef albanese sempre arrabbiato con tutti ma che sembra aver preso Exco sotto la sua ala protettiva nonostante Exco sia un metro e novanta e Bledi molto basso) gli ha ripetuto più volte che lo metterà in training per diventare sous-chef.
7. E finché c'è la ryanair io vado a trovarlo.

La cosa che mi piace di più di Londra continuano a essere i musei, non solo perché sono gratis ma anche perché ci fanno un mucchio di cose. Invece di chiudere i luoghi d'arte al pubblico per farci feste private questi inglesi li aprono per farci eventi che attraggono anche persone che magari di vedere un quadro del cinquecento non ci pensano nemmeno. Come ad esempio al museo Vicotria & Albert che è un museo parecchio strano. Ci sono già stata due volte ma ancora non l'ho praticamente visitato. Una mia amica che insegna storia dei costumi dice che è un punto di riferimento per i suoi studi; la prima volta che ci sono andata era per vedere la sezione di fotografia ma mentre la cercavo mi sono imbattuta in una facciata intera di una chiesa, forse gotica forse francese; questa seconda volta ci sono andata per la festa eighties del venerdì sera. Musica anni 80, ballerini con costumi anni 80 tra il pubblico, aperitivi, e laboratori creativi in tema. Tutto gratuito tranne le bevute.

Un altro museo che ho visto questa volta è il Royal Academy of Arts. Ci sono andata per la mostra Australia (le mostre temporanee sono invece a pagamento). Lì ho approfittato delle visite guidate gratuite che credo la maggior parte dei musei londinesi organizzi. La visita guidata dura un'ora e la tizia che la faceva era brava, ci ha raccontato soprattutto la storia del palazzo sede dell'Accademia delle Arti, portandoci anche in stanze chiuse al pubblico dove ho scoperto il pittore William Orpen e questo suo quadro qua sotto, e finendo davanti al Tondo Taddei di Michelangelo. Mica male come finale.




20131104

Una pizza all'ananas

Ci scrive la nostra inviata da Melbourne, Australia.
 
Sparatoria alla pizzeria Woodstock vicino a casa nostra. Nessun morto o ferito, solo qualche colpo sparato contro la vetrina. Si pensa a una disputa tra pizzerie concorrenti. Gli occhi sono puntati su due esponenti della malavita melburniana, Mick Gatto e Tony Khoury, che forse hanno interessi finanziari nella catena di pizzerie.
Malavitoso 1 - Tony: "Sono solo un cliente, ma c'è una cosa che posso rivelarvi. Alla pizzeria Woodstock non mettono l'ananas sulla pizza."
Malavitoso 2 - Mick: "Io non c'entro niente. Non ci vado mai perché si rifiutano di mettere l'ananas sulla pizza."

È una notizia vera!!
(nota della blogger)
Il proprietario della pizzeria, Mr Cannata, pizzaiolo rinomato con vari ristoranti a Melbourne dice che mettere l'ananas sulla pizza è un insulto. E l'articolo si conclude così: "Altre persone del posto sono arrivate al ristorante per dimostrare la loro solidarietà. La scelta più popolare è stata la pizza, e come ci si poteva aspettare, non c'erano ananas in vista."

Sappiatelo: assaggerò per voi questa pizza con l'ananas. Senza farlo sapere a Mr Cannata.




20131031

Londra in digitale

Ma solo col cellulare.

1. Sul Tamigi.
2. Sul Tamigi.
3. Sotto il Tamigi.

4. Stasera mi vesto da pisello.
5. Venerdì sera festa anni 80 al museo Victoria & Albert.
6. Ristorante Sushi per passare le innumerevoli ore all'aeroporto di Stansted. I piattini circolano sul bancone e i clienti prendono quello che vogliono. A ogni colore corrisponde un prezzo diverso.

7. Il sempre bellissimo Tate Modern, sul tetto del quale ci sono le arnie e il miele lo vendono nel negozio del museo.
8. Graffiti.
9. The tube, che ti porta in poco tempo ovunque.





20131029

Luigi Ghirri era al Maxxi

Le foto di Luigi Ghirri non sono quel genere di foto che le guardi e esclami 'bellissima'. Con le foto di Luigi Ghirri ci devi passare un po' di tempo, e non è detto che alla fine ti piacciano. Luigi Ghirri non fotografa l'animale africano, la popolazione amazzone, il paesaggio nepalese, i poveri ma belli, i tramoni finlandesi, i ribelli arabi; insomma non fotografa l'eccezionale, che certe volte si fa guardare di per sé.
Luigi Ghirri - anche se non sempre - fotografa il quotidiano, in particolare il quotidiano di provincia e preferibilmente quello della sua provincia, Modena.
Poi ha fotografato anche cose eccezionali: alla mostra c'erano fra le altre le foto della casa del pittore Morandi e del cimitero di Bologna. Ma sono le foto che rappresentano l'ordinario che, se uno ha pazienza, si ricordano di più. Magari non una ad una, ma nel loro insieme, e nell'immagine del mondo che ci circonda che le sue fotografie ci restituiscono.
Non conosco troppo Luigi Ghirri. Ho sul comodino la raccolta delle sue lezioni di fotografia tenute all'università che ho solo cominciato a leggere, ma soprattutto dalla mostra si capiva che a Ghirri la fotografia interessava soprattutto proprio per vedere il nostro quotidiano, per vedere di cosa è fatto, per smontarlo.
Poi, guarda un po' chi non se l'è voluta perdere la mostra di Ghirri

(antonimo, lo sai vero chi è questo esponente di quell'arte minore che a me piace tanto?)

20131019

Neil Gaiman: Come mai il nostro futuro dipende dalle biblioteche, dalla lettura e dal sognare a occhi aperti

E' un articolo sul Guardian.
E' una trascrizione della conferenza annuale della Reading Agency tenuta quest'anno dallo scrittore Neil Gaiman.
E' lunga.
E' in inglese.
Magari poi quelli di Internazionale la traducono.

(Sus qual'era quel libro che mi dicevi?)

20131018

Roma

La capitale italiana è unica, c'è poco da fare. Nonostante il caos che la caratterizza in ogni suo aspetto non puoi che adorarla; anche per il caos e soprattutto se non ci vivi.
A passeggiarci non ti annoi mai, c'è un pezzo di storia / storia dell'arte sotto ogni sanpietrino. C'è tanto verde grazie alle rovine mastodontiche che hanno lasciato i Romani e su cui purtroppo i palazzinari non hanno potuto cementificare. C'è il Tevere che scorre nel mezzo per non farti sentire la claustrofobia. E tutti i bellissimi ponti. Ma soprattutto, almeno per me, ci sono i quartieri rimasti quartieri, e non dei musei a cielo aperto tutti infiocchettati con solo negozi acchiappaturisti.
A Trastevere, e dico Trastevere pieno zipillo di turisti, c'è il mio alimentari preferito, dove tutte le volte vado a rifornirmi di pecorino romano. Ci starei a ore lì dentro e certe volte accade per tutta la gente che c'è. I titolari sono marito e moglie, credo, e dietro al banco vestono col tipico grembiule bianco. Trattano tutti allo stesso modo, locali e turisti, italiani e stranieri. Non parlano una parola d'inglese ma riescono a farsi intendere e capire alla grande. Sono gentilissimi, ma non finti, e il formaggio te lo impacchettano nella carta oleata, poi nella carta, e poi fissato con uno spago bianco. Ti chiedono scusa per l'attesa, ma a me non importa, tanto il tempo passa a guardare loro e tutti i formaggi in vetrina che vorrei assaggiare uno and uno.
Si chiama Antica Caciara Trasteverina e per me è diventato luogo di culto alla pari di qualsiasi altro monumento romano.