20131031

Londra in digitale

Ma solo col cellulare.

1. Sul Tamigi.
2. Sul Tamigi.
3. Sotto il Tamigi.

4. Stasera mi vesto da pisello.
5. Venerdì sera festa anni 80 al museo Victoria & Albert.
6. Ristorante Sushi per passare le innumerevoli ore all'aeroporto di Stansted. I piattini circolano sul bancone e i clienti prendono quello che vogliono. A ogni colore corrisponde un prezzo diverso.

7. Il sempre bellissimo Tate Modern, sul tetto del quale ci sono le arnie e il miele lo vendono nel negozio del museo.
8. Graffiti.
9. The tube, che ti porta in poco tempo ovunque.





20131029

Luigi Ghirri era al Maxxi

Le foto di Luigi Ghirri non sono quel genere di foto che le guardi e esclami 'bellissima'. Con le foto di Luigi Ghirri ci devi passare un po' di tempo, e non è detto che alla fine ti piacciano. Luigi Ghirri non fotografa l'animale africano, la popolazione amazzone, il paesaggio nepalese, i poveri ma belli, i tramoni finlandesi, i ribelli arabi; insomma non fotografa l'eccezionale, che certe volte si fa guardare di per sé.
Luigi Ghirri - anche se non sempre - fotografa il quotidiano, in particolare il quotidiano di provincia e preferibilmente quello della sua provincia, Modena.
Poi ha fotografato anche cose eccezionali: alla mostra c'erano fra le altre le foto della casa del pittore Morandi e del cimitero di Bologna. Ma sono le foto che rappresentano l'ordinario che, se uno ha pazienza, si ricordano di più. Magari non una ad una, ma nel loro insieme, e nell'immagine del mondo che ci circonda che le sue fotografie ci restituiscono.
Non conosco troppo Luigi Ghirri. Ho sul comodino la raccolta delle sue lezioni di fotografia tenute all'università che ho solo cominciato a leggere, ma soprattutto dalla mostra si capiva che a Ghirri la fotografia interessava soprattutto proprio per vedere il nostro quotidiano, per vedere di cosa è fatto, per smontarlo.
Poi, guarda un po' chi non se l'è voluta perdere la mostra di Ghirri

(antonimo, lo sai vero chi è questo esponente di quell'arte minore che a me piace tanto?)

20131019

Neil Gaiman: Come mai il nostro futuro dipende dalle biblioteche, dalla lettura e dal sognare a occhi aperti

E' un articolo sul Guardian.
E' una trascrizione della conferenza annuale della Reading Agency tenuta quest'anno dallo scrittore Neil Gaiman.
E' lunga.
E' in inglese.
Magari poi quelli di Internazionale la traducono.

(Sus qual'era quel libro che mi dicevi?)

20131018

Roma

La capitale italiana è unica, c'è poco da fare. Nonostante il caos che la caratterizza in ogni suo aspetto non puoi che adorarla; anche per il caos e soprattutto se non ci vivi.
A passeggiarci non ti annoi mai, c'è un pezzo di storia / storia dell'arte sotto ogni sanpietrino. C'è tanto verde grazie alle rovine mastodontiche che hanno lasciato i Romani e su cui purtroppo i palazzinari non hanno potuto cementificare. C'è il Tevere che scorre nel mezzo per non farti sentire la claustrofobia. E tutti i bellissimi ponti. Ma soprattutto, almeno per me, ci sono i quartieri rimasti quartieri, e non dei musei a cielo aperto tutti infiocchettati con solo negozi acchiappaturisti.
A Trastevere, e dico Trastevere pieno zipillo di turisti, c'è il mio alimentari preferito, dove tutte le volte vado a rifornirmi di pecorino romano. Ci starei a ore lì dentro e certe volte accade per tutta la gente che c'è. I titolari sono marito e moglie, credo, e dietro al banco vestono col tipico grembiule bianco. Trattano tutti allo stesso modo, locali e turisti, italiani e stranieri. Non parlano una parola d'inglese ma riescono a farsi intendere e capire alla grande. Sono gentilissimi, ma non finti, e il formaggio te lo impacchettano nella carta oleata, poi nella carta, e poi fissato con uno spago bianco. Ti chiedono scusa per l'attesa, ma a me non importa, tanto il tempo passa a guardare loro e tutti i formaggi in vetrina che vorrei assaggiare uno and uno.
Si chiama Antica Caciara Trasteverina e per me è diventato luogo di culto alla pari di qualsiasi altro monumento romano.








20131017

Tre film americani, anzi quattro

Ultimamente sono un po' scettica verso i film americani. Ma te li ritrovi ovunque e capita comunque che senza impegnarsi troppo ne vedi tre, anzi quattro:

Frost/Nixon - Il duello, di Ron Howard
Rush, di Ron Howard
Bling Ring, di Sofia Coppola
Il lato positivo, di David O Russel


Quello che mi è piaciuto di più è stato Frost/Nixon.
E' la storia dell'intervista che un giornalista un po' d'assalto, più legato al mondo dell'entertainment che a quello più impegnato della politica, fa a Nixon che ha appena lasciato la poltrona di Presidente degli Stati Uniti. Il film ruota tutto intorno all'intervista. Non so se alcuni accadimenti un po' spettacolari e da colpo di scena sono stati inventati, ma il film non è male... tranne per il fatto che è americano.



Quello che mi è piaciuto di meno è stato Bling Ring.
Anche perché da Sofia Coppola uno continua ancora ad aspettarsi bei film. Anche se, secondo me, dopo Lost in Translation non è che abbia fatto chissà cosa. Anzi penso che la sua filmografia sia proprio in discesa. Bling Ring l'ho trovato più insignificante del suo precedente, Somewhere.
E' la storia di un gruppetto di adolescenti di Los Angeles che per noia oltre a fotografarsi in continuazione col cellulare in pose 'ma quanto sono bello/a' (la posa ma quanto sono bello/a consiste in primissimi piani con le labbra un po' a bacio, occhi languidi - è l'ultimo trend del momento) entrano nelle case dei VIP quando non ci sono e rubano soprattutto vestiti e scarpe. Che poi uno si chiede se davvero Paris Hilton, Orlando Bloom e Lindsay Lohan davvero lasciano sempre qualche porta scorrevole aperta o la chiave sotto il tappetino, come si vede nel film.
Forse Sofia Coppola dovrebbe smettere di fare film sul mondo in cui è cresciuta e spremere la fantasia e raccontare altro. Per esempio un film ambientato a Bernalda in provincia di Matera, paese di origine della famiglia Coppola e dove qualche anno fa si è sposata.



Rush.
Niente di che. Un film sul duello tra Niki Lauda e James Hunt nella Formula 1. Molto anni settanta tutto patinato. Molte inquadrature originali ma eccessivamente ruffiane.



Ahhhh. Ma ne ho visto anche un altro di film americano ultimamente: Il lato positivo.
Tutti a dirmi è carino, certo non un capolavoro, ma guardalo, è particolare, il modo in cui descrive il disagio mentale... Ecco sì, è vero, è fatto bene, ho apprezzato soprattutto gli attori, il sempre perfetto Robert De Niro, Jennifer Lawrence, ma niente di che. Credo che ci sia di molto meglio a giro, anche di americano.



Vorrei però precisare che non è che sia poi così tanto anti-americana. I telefilm americani sono i migliori del mondo. Ne sono drogata. Ora ho appena scoperto Elementary, uno Sherlock Homes inglese ma che vive a New York con un Dott Watson donna interpretato da Lucy Liu.


20131015

Sacro GRA, di Gianfranco Rosi


Io personalmente a Sacro GRA non avrei fatto vincere il Festival del Cinema di Venezia.
Io personalmente non ho visto ancora gli altri film in concorso, però mi viene da pensare che un altro film più meritevole ci doveva essere per forza.
Non è male Sacro GRA e secondo me vale la pena vederlo, soprattutto al cinema. Le immagini sono molto belle, e anche il montaggio; le storie che racconta sulla varia umanità che vive intorno al Grande Raccordo Anulare sono curiose e interessanti. 
A me personalmente ha colpito la capacità del regista di entrare nella vita di queste persone, che non vengono intervistate come spesso accade nei documentari, ma in pratica recitano se stessi. La telecamera ovviamente è lì, nella stanza oppure fuori dalla finestra, ma i protagonisti non guardano mai in camera e sembra davvero che facciano le loro solite cose come se non ci fosse nessuno. Questa è la cosa che mi è piaciuta di più.
Allo stesso tempo però, personalmente penso che questa varia umanità che lui racconta che vive intorno al GRA potrebbe anche vivere altrove. Questo mitico GRA, alla fine, non mi è sembrato il protagonista del documentario; e non ho capito neanche il fine, il motivo, di questo documentario. Anche le persone che racconta vengono mostrate in uno spaccato della loro vita, non si sa bene chi siano, da dove vengono e dove sperano di andare.
Personalmente, poi, l'ho trovato un po' lungo. Probabilmente proprio perché non trovavo il motivo, il filo conduttore, del documentario e delle varie storie che racconta. E se mi vuoi mostrare tanti spaccati senza testa ne coda per 90 minuti senza annoiarmi devi essere veramente molto bravo.
Le altre persone che erano con me lo hanno trovato veramente palloso.

20131008

Boy


Boy è un film del regista neozelandese Taika Waititi.
Taiki Waititi merita.
Di Taika Waititi vi avevo già consigliato in un precedente post di vedere il suo cortometraggio Two cars, one night. L'avete fatto? Male.
Boy è una commedia. E fa ridere davvero.
Si svolge nella comunità maori nei mitici anni ottanta, e il protagonista è un bambinodi undici-dodici anni il cui sogno è andare a vedere un concerto di Michael Jackson.
Anzi il suo sogno completo è andare a vedere Michael Jackson live accompagnato dal padre.
Padre che è scomparso da casa molti anni prima.
Ma un bel giorno il padre torna.

Il video è dei titoli di coda del film.

Adoro i titoli di coda, li guardo sempre tutti fino alla fine, anche se sono solo titoli di coda su schermo nero. Li guardo tutti perché spero sempre che alla fine ci sia la sorpresa. La maggior parte delle volte non c'è. Ma se c'è, il film guadagna sempre qualche punto, per me.

20131002

Kapu


Ogni tanto lungo la mia strada incontro Kapuściński.
Che se lo incontrassi più stesso Kapuściński sicuramente vivrei meglio, sarei più leggera, sarei, azzardo quella parola, più felice.
Io me lo ricordo bene bene il giorno che ho incontrato Kapuściński. Ne avevo già sentito parlare e mi incuriosiva, ma ancora non c'eravamo incontrati.
Ero in fila alla cassa della Feltrinelli quando ho incontrato Kapuściński, per pagare altri libri; ma ho preso in mano L'altro di Ryszard Kapuściński. E' lì che davvero ci siamo conosciuti.
Colpo di fulmine. 

"Ogni volta che l'uomo si è incontrato con l'altro, ha sempre avuto davanti a sé tre possibilità di scelta: fargli la guerra, isolarsi dietro a un muro o stabilire un dialogo. (...) L'esperienza di tanti anni trascorsi in mezzo agli altri di paesi lontani mi insegna che la benevolenza nei loro confronti è l'unico atteggiamento capace di far vibrare la corda dell'umanità."

Poi ci sono stati altri libri. Più famosi. E per fortuna, ne ho ancora molti da leggere. L'altro è una serie di conferenze tenute da Kapuściński sul rapporto con l'altro. Io, purtroppo, Kapuściński l'ho conosciuto che era già morto.

Per chi non lo conoscesse, Ryszard Kapuściński era un reporter polacco che ha viaggiato e raccontato soprattutto l'Africa e l'Asia. Quello che mi ha sempre colpito di lui, era la sua incredibile capacità di raccontare i mondi lontani dai nostri, cioè lontani dall'Europa, dall'Occidente, come il mondo arabo o quello africano, con una umiltà impressionante. Sapeva raccontare il diverso da noi, l'altro appunto, senza mai mettersi sul piedistallo dell'occidentale, di quello che la sapeva più lunga. Per chi ha presente Terzani (che comunque apprezzo), Kapuściński era l'opposto.

Stasera, Kapuściński l'ho reincontrato. In una libreria di libri di viaggio in un vicolo di Pisa, L'orsa Minore, ho comprato un libricino di Andrea Semplici che l'ha incontrato davvero e nel libricino ne parla. Sono stata mezzora a parlare di lui col proprietario della libreria. Mi ha detto, il proprietario, che Kapuściński è in cima alla lista delle persone che vorrebbe che un giorno entrassero da quella porta. Mica per fare niente di speciale, solo per fare due chiacchiere. Come ha fatto Andrea Semplici e raccontato nel suo libricino "In viaggio con Kapuściński - Dialogo sull'arte di partire".