20160930

La foto con la storia dentro

In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia. (Manuel Vàzquez Montalbàn)






C'ho questa passione per le palline di erbette, spinaci, bietola, qualsiasi, anche perché si assomigliano abbastanza tra loro. Quando lesso le erbette anche se poi le salto subito in padella faccio sempre la pallina e l'ammiro per un po'. Questa volta le ho pure fatto la foto. Particolarmente bellina, con quelle chiazze rosse delle foglie di barbe rosse!
Credo che sia perché le palline di erbette che da piccola mi disgustavano solo a vederle mi ricordano il babbo che con la bustina di plastica andava a raccogliere l'erba nei campi... non proprio campi, visto che abbiamo sempre vissuto in città, direi nelle aiuole. Poi le metteva a bagno nell'acquaio per tutto il giorno, la lessava e ci faceva le palline che metteva in frigo. A un certo punto le mangiava anche, ma solo lui - ricordo queste gran piattate di roba verde - al resto della famiglia non piacevano affatto. Secondo me per non darci troppa noia cercava di sedersi il più lontano possibile da noi, ma deve essere uno di quei ricordi lontani poco attendibili perché il nostro tavolo da pranzo non permetteva certe distanze.
Ora le erbette mi piacciono un sacco.

20160928

La ricetta con la storia dentro



Schiacciata all'uva.
L'aspetto a settembre come da piccola aspettavo il pandoro a natale. Non credo che proverò mai a fare il pandoro, la schiacciata all'uva sì.
Seguo la ricetta di Emiko.
Emiko è australiana con origini giapponesi sposata con un italiano di Fucecchio.
Vi sento voi puristi campanilisti: per una ricetta tipicamente toscana segui una ricetta scritta da un'australiana mezza giapponese, mavalà.
E invece penso che proprio una persona cresciuta dall'altra parte del mondo che però si appassiona alla cucina italiana, toscana in particolare, che se la studia, che si entusiasma perché sono cose nuove, che scopre mercati, negozi, contadini, possa mettere insieme la giusta ricetta (che poi comunque non esiste la ricetta giusta, è il bello della cucina). E senza il peso delle tradizioni, Emiko ti dice anche che se non hai l'uva fragolina o comunque l'uva da vino di non farla con quella da tavola perché non è assolutamente la stessa cosa, ma magari di usare i mirtilli. Lo dice lei, totalmente non ortodosso, non è più schiacciata all'uva, ma il risultato è ottimo. Sono d'accordo.
Emiko l'ho conosciuta grazie a mia sorella. Abbiamo mangiato tutte assieme qui a Pisa circa un anno fa dal Signor Mimmo. C'era anche Lupo che assaggiò il kiwi e non gli piacque. Poi ci siamo riviste a febbraio a Melbourne per un picnic nel parco. Emiko era in giro per l'Australia a presentare il suo libro di ricette toscane, Florentine, che mia sorella già aveva. È bello Florentine con un sacco di foto e i bordi delle pagine arancioni. Le ricette sono quelle classiche della tradizione toscana. Emiko, che se non ricordo male è una adepta dell'Artusi, si discosta poco dalla tradizione; o forse tanto: il suo essere australiana/giapponese la mette in partenza lontana dalla tradizione - ma come ho già scritto, questo potrebbe essere un valore aggiunto.
Quindi.
Chiedo a mia sorella di mandarmi la foto della ricetta della Schiacciata all'uva del libro di Emiko Davies. Risultato ottimo, gli errori sono tutti i miei perché poi le ricette non riesco mai a seguirle del tutto. Avrei dovuto usare una teglia più grande così la schiacciata non veniva così alta e avrei dovuto metterci molta più uva, quella che magari era segnata nella ricetta.
A parte le mie modifiche cialtrone sopra, anche una piccola modifica buona alla ricetta di Florentine: l'olio che si versa sull'impasto con l'uva già nella teglia l'ho riscaldato prima col rosmarino, ultimamente c'ho questa fissa col rosmarino. Ci sta perfettamente.
Emiko ha un blog, dove potete trovare anche il suo libro.
Emiko sta preparando un nuovo libro di ricette, maremmane questa volta, e l'aggiunta dell'olio profumato al rosmarino l'avevo trovata in un'altra ricetta di schiacciata all'uva di una maremmana.



20160926

Wild



Sì è un po' un'americanata, ma essendo un film americano che a differenza di quelli di Baumbach non cerca di essere europeo non può altro che essere americano. Quindi è un americanata nel senso che c'è quel american way of life o american dream che mollo tutto e ricomincio da capo, e ce la posso fare, perché credo in me, credo nella bellezza del  mio grande paese che mi salverà; anche le storie di personaggi che cadono molto in basso e poi si redimono è molto americano,
Il regista di Wild però è canadese e c'ha pure un nome francese (mega invidia di Baumbach): Jean-Marc Vallée. Lui è quello di Dallas Buyers Club, molto apprezzato, che io ho cominciato a guardare ma metteva angoscia e ho smesso. Magari ci riprovo.
Wild è tratto da una storia vera. Americana. La storia vera, altra cosa molto americana. La storia vera prima è uscita in forma di libro scritto dalla protagonista. Il libro appassionò molto Reese Witherspoon che ne comprò i diritti per farne un film e che nel quale poi avrebbe interpretato la protagonista.
L'adattamento cinematografico del libro l'ha fatto Nick Hornby, inglese.

Ok, credo di aver chiuso con i riferimenti nazionalistici.

Wild è un bel film. La prima scena è meravigliosa. Cheryl arriva in cima a una montagna col suo mega zaino e si siede ad ammirare il panorama bellissimo americano. Si toglie uno scarpone e si intravede il calzino macchiato di sangue dove c'è il pollicione. Si toglie a fatica e con dolore anche il calzino e mentre cerca di capire in che situazione si trova il pollicione - io ho chiuso gli occhi perché armeggiava con un'unghia rotta - lo scarpone le cade giù per la scarpata. Ciao ciao scarpone. Cheryl comincia a urlare e a imprecare e si toglie l'altro scarpone e continuando a urlare e a imprecare lancia giù dalla scarpata anche quello.
Wild racconta la storia di Cheryl che per superare un brutto periodo decide di percorrere da sola una buona parte (circa 1700 km dal sud della California al confine tra Oregon e Washington) del Pacific Crest Trail.
Wild è un film ben fatto. Dosa bene dramma e commedia, pesantezza e leggerezza. Dosa bene anche il racconto del viaggio a piedi, i pericoli, le meraviglie, gli incontri, le disavventure, con i tanti flashback che mettono insieme un pezzettino alla volta la storia di Cheryl.
Cheryl, lo sapete già, è interpretata da Reese Witherspoon e m'è piaciuta. Ma soprattutto m'è piaciuta, e mi piace sempre, Laura Dern che nel film interpreta la mamma di Cheryl.


20160922

Maggie's plan



Il piano di Maggie, nella versione italiana.
È con Greta Gerwig.
Quella di Frances Ha e Mistress America, osannati soprattutto il primo, a me piaciuti insomma. I film sono di Noah Baumbach, marito di Greta Gerwig, regista che io definisco da Sundance/vorrei essere europeo magari francese infatti alcune volte giro pure in bianco e nero.
Maggie's plan però non è del marito di Greta Gerwig ma della moglie di Daniel Day-Lewis che si chiama Rebecca Miller.
E credo con questo di aver concluso il discorso sulle parentele.
È con Ethan Hawke che non c'entra niente ma è stato il marito storico di Uma Thurman. In realtà non ho molto da dire su di lui.
È con Julianne Moore. Ecco lei è notevole, l'ho sempre pensato e lo è anche in questo film dove fa la moglie antipatica di Hawke, con l'accento danese. Lei di chi è moglie?
Anche Greta Gerwig è brava. Fa sempre un po' la stessa parte della svampitella stravagante newyorkese ma qui l'ho apprezzata di più.

Maggie's plan è una commedia. Bellina. Divertente. Soprattutto la prima parte. È la storia di Maggie (Gerwig) che decide che vuole un figlio ma senza un uomo che tanto non è brava a tenerseli per il tempo sufficiente allora chiede a un suo vecchio compagno di università che è diventato ricco vendendo cetriolini sott'olio o sotto aceto non è chiaro di donargli un po' di sperma e lui accetta. Nel frattempo però incontra John (Hawke) aspirante scrittore infelicemente sposato con Georgette (Moore) e il piano di Maggie si complica un po'. Io ho parteggiato per Guy, il produttore di cetriolini, interpretato da Travis Fimmel (nella foto).

Vedetevelo, magari stasera, adattissimo del resto per il fertility day. La Lorenzin approverebbe, credo, ci sono anche un sacco di biondi.

20160916

Pantelleria. Letture

Brevi recensioni di 4 romanzi + 1 guida dalle quali si capisce senza ombra di dubbio quale mi sia piaciuto di più.
Uno, due, tre, via!

Non ho trovato scrittori panteschi, ma una specie di guida su Pantelleria: L'ultima isola di Giosuè Calaciura. Lui è un autore del programma di Radiotre Farenheit ed è palermitano (quindi posso leggerlo, perché il giochino è leggere solo autori locali - anche se i panteschi non sarebbero d'accordo perché loro affermano di essere panteschi e non siciliani. Le 24 ore passate a Palermo però mi permettono di superare questo cavillo). L'ultima isola è una guida diciamo letteraria all'isola di Pantelleria. Ogni capitoletto descrive gli aspetti più particolari dell'isola, che di aspetti particolari ne ha veramente tanti. Si comincia con la difficoltà per arrivarci, per mare perché il mare è spesso mosso e i traghetti non ce la fanno ad attraccare, ma anche per cielo, perché la pista di atterraggio è molto corta e se c'è troppo vento (come spesso c'è) si rischia di finire in mare o sulla Montagna Grande. Pare che i piloti che volano su Pantelleria facciano un corso speciale. Si prosegue raccontando tutti i diversi popoli che tuttavia ci sono riusciti ad approdarci - fenici, romani, spagnola, bizantini, arabi, normanni - e che le hanno dato i nomi diversi: Yrnm, Cossyra, Qawsra, Bent el-Rhia. E poi la roccia lavica; i muretti a secco; l'isola Ferdinandea che a un certo punto è emersa dall'acqua e poi è tornata sotto; l'acqua calda in mezzo al mare; l'uomo contro la natura; i giardini panteschi ah i giardini panteschi; i capperi e lo zibibbo; i dammusi; l'aeroporto voluto da Mussolini; il bombardamento degli americani... un sacco di roba e ancora di più che leggi prima di andare e poi trovi davvero.


Ma forse quello che più mi è rimasto addosso della lettura di L'ultima isola è stata la sensazione di vero isolamento. Pantelleria è in fondo in fondo all'Italia, 5-6 ore di traghetto da Trapani, più vicina alla Tunisia che all'isola madre. Intorno a Pantelleria non c'è davvero niente, solo un mare spesso burrascoso. Allora  sono andata contro tutte le regole del giochino e ho letto un libro di un triestino che va in vacanza su un faro che si trova su un'isola neanche quella siciliana. Il ciclope di Paolo Rumiz. Rumiz, è assodato, mi piace; mi piacciono i suoi viaggi lenti e mi piace come ne scrive. Il ciclope descrive sicuramente il viaggio più lento che ha fatto, una trentina di giorni dentro un faro su di uno scoglio in mezzo al mare. Ed effettivamente su quello scoglio in mezzo al mare non è che succeda un granché, ma in quell'isolamento, in quella assenza di distrazioni, succede che l'essere umano guarda un po' dentro di sé e gli viene in mente altro da raccontare. Cose facili, tipo altri fari e altri mari, oppure di migranti, di navi, di terre lontane, di altri viaggi. Rumiz ci filosofeggia un po', in certi punti forse un troppo e scade in un moralismo che in altri libri suoi non ricordavo; ma se piacciono i fari (a chi non piacciono?) è un gran bel libro. A meno che uno non sia bergamasco, il moralismo di Rumiz si può anche perdonare (a un certo punto c'è una battuta parecchio gratuita e sciocca sui bergamaschi che se la poteva anche risparmiare e che da gran viaggiatore che è non me la aspettavo proprio).


Quindi torno con felicità ai siciliani e al libro che più mi è piaciuto e mi ha colpito: Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia di Giuseppe Rizzo
Pirandello fa cacare, dice Gaga. Tomasi di Lampedusa fa cacare.E Camilleri, anche Camilleri fa cacare?, chiede l’americano.Camilleri è il male assoluto. Dovrebbero imprigionarlo e rileggergli tutti i romanzi di Montalbano fino a che non implori pietà. Bisognerebbe mettere mano alla pistola ogni volta che qualcuno dice della splendida decadenza e dell’irredimibilità di questo posto, come fanno Camilleri Pirandello Tomasi. Bisognerebbe appiccare il fuoco, incendiare tutto, cambiare i connotati toponomastici e geografici di quest’isola, togliere ogni punto di riferimento agli isolani e al resto del mondo. Bisognerebbe, ecco, bisognerebbe che qualcuno si decidesse a scrivere un piccolo manuale per organizzare una guerra lampo, radere al suolo la Sicilia e resettare la mente di quelli un po’ cretini come te. Senza offesa, tesoro, era solo un esempio.
Come fai a non leggerlo? Io Camilleri, Pirandello Tomasi sì. Io la bellezza della Sicilia decadente sì. Io il paesaggio violento sì. Io il mare meraviglioso sì. Io tutti i luoghi comuni della Sicilia ce li ho. Piccola guerra lampo all'inizio mi sembrava scritto in modo troppo 'guarda come so scrivere strano io', poi ha cominciato a ricordarmi un fumetto e NiccolòAmmaniti, poi mi sono innamorata dei personaggi, poi era un colpo di scena dietro l'altro, poi dovevo sapere come andava a finire, poi alla fine mi sono commossa ed ero su uno dei tanti scogli scomodi di Pantelleria, faceva un caldo bestia ed ero nell'unica cala con le meduse. Giuseppe Rizzo è giovane, è di Agrigento e ha scritto anche 'L'invenzione di Palermo' che prima o poi leggerò.


Se non ricordo male di Leonardo Sciascia Piccola guerra lampo invece non parla male. L'ho letto per primo, prima ancora di partire, insieme alla guida, Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia. L'ho trovato uno Sciascia un po' diverso, meno siciliano forse, nonostante la storia, che si ispira al Candide di Voltaire, si svolga in Sicilia. Forse un po' troppo intellettuale anche se come il Candide originale è spesso comico. Insomma, non ho molto da dire su questo.








L'ultimo letto, finito da poco, invece rientrerebbe a pieno titolo nel genere di romanzo siciliano denigrato da Osso, il protagonista di Piccola guerra lampo: La Mennulara di Simonetta Agnello Hornby. Piccolo paesino siciliano, nobili decadenti, servitù contadina, il mafioso che però fa la cosa giusta, pettegolezzi. Dopo Piccola guerra lampo era difficile tornare a un libro 'normale', ma La mennulara non è malaccio e della scrittrice siciliana residente da moltissimi anni a Londra sicuramente mi piacerebbe leggere altro. La Mennulara è una serva di una decadente famiglia che nel primo capitolo muore e il resto del libro è una specie di indagine per capire chi era davvero la mennulara e se è vero che ha lasciato da qualche parte un sacco di soldi. Ci sono molti personaggi e certe volte si fa un po' fatica a ricordare chi è chi anche se i lunghi titoli-riassuntino dei capitoli aiutano. Credo che quello che mi è mancato in questo romanzo sia un personaggio a cui affezionarmi, col quale sentire empatia, ma forse anche odio... non ho sentito niente per questi personaggi, mi stavano tutti indifferenti, forse qualcuno minore mi è piaciuto, ma essendo minore c'era poco.


Finita questa parentesi siciliana ora sto leggendo Elena Ferrante, La figlia oscura. Ecco, Elena Ferrante riesce benissimo a farti entrare i personaggi sotto la pelle, già con il primo rigo. C'è poco da dire, chi se ne frega chi sia, è una gran bella scrittrice!